di Vittorio Boselli*

Per descrivere la fase economica in corso, un brillante opinionista ha parlato di “ripresa geneticamente modificata”: perché si presenta con caratteri diversi da quelle del passato, non essendo accompagnata da un incremento significativo dell’occupazione e degli occupati. Per paradosso, i posti di lavoro in più creati nella prima parte del 2017 hanno premiato soprattutto la fascia dei senior, lasciando pressoché intatta l’entità dell’inoccupazione e della disoccupazione dei giovani.

È d’altronde comprensibile che, a differenza del passato, all’incremento del Pil non stia seguendo un trend di assunzioni che il Paese attende da almeno un decennio, soprattutto nelle aree in maggiore sofferenza sociale: la crisi è stata troppo lunga e devastante e ha colpito in profondità la fiducia degli imprenditori, costretti a operare secondo ottiche nelle quali hanno sempre più spazio prudenza e oculatezza. Nel frattempo il Jobs act ha reso più flessibile e meno oneroso “in uscita” il rapporto di lavoro, che tuttavia non gode più della decontribuzione che per qualche anno l’aveva agevolato “in entrata”. Si attende insomma che il ciclo economico acceleri ulteriormente e si consolidi, anche se questo aspetto congiunturale sta assumendo un’importanza inferiore a quella a cui eravamo abituati, perché oggi le imprese (e anche i lavoratori) devono fare i conti con due fenomeni di portata storica che stanno cambiando strutturalmente e irreversibilmente il modello economico e il lavoro. La globalizzazione da un lato e l’innovazione tecnologica dall’altro, più che i cicli economici, condizionano fortemente il posizionamento di mercato delle imprese, la loro competitività, la loro capacità di creare e assorbire lavoro. Conoscenze e competenze sempre più raffinate e aggiornate, mezzi finanziari adeguati a investimenti in nuovi e sofisticati macchinari e dosi crescenti di digitalizzazione sono i fattori che, più ancora del ciclo economico, condizionano lo sviluppo delle attività economiche .

Per questo sta assumendo e assumerà sempre più centralità il fattore della persona lavoratrice, della sua intrinseca e incrementabile qualità, della capacità di accumulare esperienze e affinare linguaggi, dell’attitudine ad assecondare le trasformazioni dei modelli aziendali di lavoro. Si tratta a prima vista di un’enorme opportunità per le giovani generazioni, soprattutto per quelle che si stanno muovendo secondo coordinate spazio-temporali sconosciute ai loro padri: sono i nativi digitali, per i quali la smaterializzazione è un elemento naturale, il mondo è uno spazio in parte già occupato e comunque occupabile, il cambiamento è la regola non l’eccezione. Tuttavia non possiamo rimuovere il fatto che, accanto all’opportunità, la curva storica che stiamo compiendo è densa soprattutto di difficoltà e di insidie, perché oggi assai più di ieri il deficit di personalità morale, culturale e tecnica di un giovane rischia di precipitarlo in una totale e irrecuperabile insignificanza professionale.

Nel nostro territorio sono in campo da alcuni anni esperienze che segnalano una inedita e concreta alleanza tra Scuole e Imprese, spesso mediata dal ruolo delle Associazioni di categoria. Osserviamo infatti da un lato i progetti di “orientamento ai mestieri” collocati all’altezza delle seconde medie, in vista della scelta della scuola superiore (ad esempio “Indovinare la vita”, a cui partecipano da sette anni oltre 1200 ragazzi e ragazze), dall’altro le molteplici e capillari forme dell’alternanza scuola-lavoro (rese peraltro obbligatorie dall’ultima riforma). In buona misura, tuttavia, a questa alleanza manca ancora il terzo polo costituito dalle famiglie, troppo marginali rispetto al compito di creare percorsi personalizzati di apprendimento e di crescita, in grado di orientare adolescenti e giovani al riconoscimento dei propri talenti e al compimento di scelte scolastiche conformi. Dalla passione al mestiere il passo può essere qualche volta breve, ma per lo più è difficile da compiere se non assistito con premura, con passione, con intelligenza. Peraltro la perdurante propensione dei genitori a “liceizzare” le scelte dei figli non sempre tiene in debita considerazione le loro effettive propensioni e creano, seppure involontariamente, le condizioni per fallimenti scolastici spesso irrimediabili.

La persona, la persona che studia e che lavorerà, la persona che ricerca la propria autorealizzazione umana e professionale: resta questo il punto di partenza insostituibile per tutte le agenzie educative del territorio, per formare persone in grado di interpretare e partecipare attivamente ai processi di cambiamento e vivere il lavoro come strumento insostituibile di liberazione e di progresso personale e sociale. La persona che diventa capace di “creare valore” e con questa qualità appartiene in un modo unico e irripetibile alla comunità che l’accoglie e la valorizza.

* Segretario Generale Confartigianato Imprese Provincia di Lodi