L’attuale pandemia (in cui siamo ancora tutti coinvolti) ha messo “sotto pressione” – se così possiamo dire – l’esperienza delle nostre parrocchie. La chiusura forzata, l’impossibilità degli incontri, la modifica del tempi e del modi della liturgia, hanno rappresentato un ulteriore scossone ad una istituzione che già da tempo fatica a sintonizzare il proprio passo con quello dell’uomo di oggi.

La recente Istruzione della Congregazione per il Clero (“La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa”) sottolinea bene la sfida che la parrocchia è chiamata ad affrontare: “La configurazione territoriale della parrocchia, tuttavia, è chiamata oggi a confrontarsi con una caratteristica peculiare del mondo contemporaneo, nel quale l’accresciuta mobilità e la cultura digitale hanno dilatato i confini dell’esistenza. Infatti, da una parte, la vita delle persone si identifica sempre meno con un contesto definito e immutabile, svolgendosi piuttosto in “un villaggio globale e plurale”; dall’altra, la cultura digitale ha modificato in maniera irreversibile la comprensione dello spazio, nonché il linguaggio e i comportamenti delle persone, specialmente quelle delle giovani generazioni.”

Se questo è vero da diversi anni, è altrettanto vero che la pandemia ha enfatizzato ed amplificato questa difficoltà.

Tuttavia, come ci ricorda lo stesso documento citando papa Francesco “La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità.[…] Se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà a essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie””

Abbiamo quindi pensato di organizzare una tavola rotonda virtuale attorno al tema della vita parrocchiale, mettendo a confronto la voce e le opinioni di alcuni amici che alla comunità parrocchiale guardano da punti di vista differenti: Don Luca che è parroco, Bice presidente parrocchiale di AC, Angelo che opera nella Caritas e Federico, giovane amministratore comunale.

Come escono le nostre comunità da questo periodo di lockdown? Quanto questo tempo le ha segnate?

[Bice]: Le nostre comuntità hanno vissuto una dura prova, si sono trovate ad affrontare una situazione inedita, di crisi, da cui non sono ancora completamente uscite, perché purtroppo la pandemia è ancora presente; sicuramente escono dal periodo di lockdown modificate (come dice  il Papa  questa pandemia ci ha cambiato in bene o in male ; sta a noi decidere come!), escono sofferenti perché hanno vissuto l’esperienza del dolore, della morte; molte persone si sono ammalate, tante sono venute a mancare ; la comunità di Sant’Angelo ha perso due sacerdoti  e una religiosa , escono disorientate e impaurite: hanno timore della malattia, della morte, della sofferenza ; hanno perso la certezza di una routine consolidata, forse troppo.

A mio avviso nelle nostre comuntà l’esperienza del covid ha fatto emergere alcune criticità (la frequenza alla S.messa, la consapevolezza nell’avvicinarsi ai sacramenti, la cura dei poveri, solo alcuni esempi…) già presenti  prima, che dovrebbero stimolarci ad una riflessione e ad un confronto costruttivo per cercare strade nuove e trovare la forza per mettere in atto un cambiamento pastorale che guardi all’essenziale.

Sicuramente da parte di tanti, anche aderenti alla nostra associazione, c’è voglia di ricominciare ,di fare, di prendersi cura degli altri.

Io penso che questo sia il tempo della fede, grazie alla quale questa crisi dovrebbe trasformarsi in un’opportunità che ci renda più solidali gli uni verso gli altri e nel riconoscere Dio al centro dell’esistenza come il Dio della vita.

CONSEGNARE

I tempi ed i luoghi della trasmissione della fede rischiano di uscire trasformati da questo tempo di coronavirus. Quali nodi e quali criticità sono emersi?

[Bice] Stiamo vivendo come ha detto Papa Francesco un tempo di scelta, non è semplicemente  un tempo di attesa per ritornare al passato a quello che c’era prima, ma un tempo di discernimento per capire l’essenziale e comprendere a cosa dobbiamo rinunciare per salvaguardare il tutto. Nulla dovrebbe essere come prima neanche le nostre proposte pastorali.

[don Luca]: Viviamo da decenni un processo di scristianizzazione che aveva già spinto gli spiriti più attenti a proporre la necessità di una nuova evangelizzazione. Se da tempo si rilevava il bisogno di qualcosa di nuovo, significa che i metodi e le sicurezze dei tempi precedenti erano in via di superamento o di esaurimento delle proprie potenzialità. Gli eventi degli ultimi sei mesi non hanno fatto altro che scoperchiare una pentola già colma di intricate difficoltà. Tra le più impellenti, pare di poter evidenziare la supposizione che fosse sufficiente proseguire con l'indottrinamento dei piccoli (ancorché mal sopportato da piccoli e grandi) per avere qualche garanzia di trasmissione della fede. Così non è stato. Che sia la comunità cristiana, attraverso apprezzabili incaricati (catechisti e preti), a trasmettere la fede, è nelle cose, ma se i destinatari dell'annuncio non si sentono parte della comunità, si finisce per mettere forzosamente insieme due mondi paralleli.

 

I nostri classici appuntamenti ed incontri sono andati un po’ in crisi a motivo della pandemia. Come faranno le nostre comunità a “reinventarsi” per annunciare il Vangelo anche in questo tempo particolare?

[Bice]: L’emergenza sanitaria ha fatto saltare tutti gli appuntamenti e scadenze pastorali, compresi i Sacramenti; potrebbe essere l’occasione  per un percorso catechistico e pastorale che porti le famiglie e i ragazzi ad un discernimento condiviso per una maggiore consapevolezza al ricevimento dei Sacramenti, alla partecipazione alla Santa messa e ai percorsi formativi proposti.

E’ necessario incontrarsi tra catechisti, organismi pastorali, gruppi pastoralmente attivi  per condividere e riflettere il vissuto di questo tempo dal punto di vista umano e della fede per non lasciar passare inutilmente tale momento di passaggio, ma viverlo come un’ opportunità di cambiamento costruttivo.

[Don Luca]: Come reinventarsi? Seguendo il criterio della fedeltà alla Parola di Dio e alla vita dell'uomo, senza lasciare che sia solo uno slogan... Occorre che la comunità cristiana ritrovi la fedeltà e la centralità della meditazione della Parola, nella Liturgia, nell'ascolto frequente, nella conoscenza viva della Scrittura e della sua continua attualità. Lo abbiamo fatto? Lo stiamo facendo? Anche durante le fasi acute della quarantena, in moltissimi casi si è preferito riproporre l'uso di formule tradizionali, più rassicuranti istintivamente, ma dal punto di vista esistenziale poco adatte a suscitare gli interrogativi più opportuni per ricercare un senso a ciò che stava accadendo, le motivazioni per continuare a credere e a vivere con responsabilità e fraternità. Per essere più fedeli all'uomo di oggi e di sempre, e alle sue questioni più impellenti, si deve cercare una via capace di suscitare le domande significative, formulate in modo non solo primario, urgente, ma più riflessivo. In altre parole, non basta offrire percorsi religiosi "accettabili", consolanti, rassicuranti per chi è già in un cammino di fede, purchessia. Cosa abbiamo fatto per tutti coloro - e sono le fasce più attive e più coinvolte nella vita sociale - che fra i venti e i cinquant'anni vivono, non da oggi, una fase critica della loro esperienza religiosa? Quale fede abbiamo consegnato? Quale annuncio hanno ricevuto? In tal senso, "reinventarsi", come comunità cristiana, comporta la necessità di un'assunzione di responsabilità più ampia, occorre che ogni battezzato almeno un po' consapevole, assuma nella sua pienezza il proprio cammino di fede, che non si esaurisce nella pratica religiosa e nella più o meno convinta attenzione ai poveri. Che ne è della nostra capacità di credenti di individuare e avvicinare le povertà spirituali, esistenziali, di valori? Cosa diciamo a chi vive nell'indifferenza, non si pone domande, si accontenta, si sfoga nell'edonismo? Si tratta di un'impresa impegnativa, forse la vera sfida contemporanea.

[Federico]: Durante la pandemia le comunità cristiane non hanno potuto più ritrovarsi nella celebrazione della Messa e questo ha turbato la vita di molti fedeli. La Messa scandiva in qualche modo la quotidianità e il suo venir meno ha lasciato una sorta di senso di vuoto. Settimane e mesi senza la liturgia vissuta hanno segnato tutti i cristiani, ma momenti di grande fede e “coinvolgimento spirituale” non sono mancati. Penso a quando Papa Francesco ha pregato, il 27 marzo, in una Piazza San Pietro deserta e bagnata dalla pioggia lasciandoci immagini e sensazioni straordinarie. Chiunque, credente o no, ha potuto percepire la potenza di quel gesto. Forse un modo in cui le comunità cristiane potranno ritrovarsi e riprendersi a seguito di questa pandemia consiste proprio nel riabbracciare le emozioni, le sensazioni e l’importanza dei gesti che connotano il vivere cristiano: il silenzio, la paura, il dolore, la pietà, la speranza.

 

ACCOGLIERE

[don luca]: La provvidenziale insistenza di papa Francesco ad abituare le nostre coscienze a misurarsi con la povertà di molte persone e di molti sistemi di vita sociale ingiusti, viene accolta con qualche crescente fastidio da gruppi di fedeli che pure frequentano le nostre chiese. D'altra parte, l'impeto amorevole e fattivo di molti operatori ha ricevuto un forte incoraggiamento che prima di questo pontificato non mancava (tanto per sorridere, la Caritas non è nata cinque anni fa). Le nostre parrocchie e associazioni si sono distinte nel proseguire durante la quarantena - e ancora oggi - un servizio che c'era già. Sicuramente si è intensificata la necessità e l'urgenza, per le mutate condizioni lavorative di molti cittadini, per le difficoltà di relazioni acuite nelle famiglie già in bilico, per l'emergenza sfratti, il mutato accesso al sistema sanitario per diverse patologie, l'insistenza sfavorevole nei confronti dei migranti... Chi ha voluto accorgersi dell'immane lavoro dei cattolici in favore dei poveri si è accorto di quanto grande sia, spesso nel più evangelico nascondimento. C'è da riflettere, tuttavia, sull'impennata di povertà spirituali e morali, sull'incapacità di molti di approdare a un senso non solo immanente dell'esistenza: che sia questa la vera sfida che ci attende? Nel dialogo con gli uomini e le istituzioni di oggi, offrire la ricchezza di una visione alta e dignitosa dell'esistenza umana che scaturisce dalla coscienza più formata dei credenti in Gesù e nel suo Vangelo. à messo tutto insieme.. capiamo come splittare

Chi sono i poveri o i “nuovi poveri” che bussano alle nostre porte? Come è cambiata, se è cambiata, la loro fisionomia al tempo del covid?

[Angelo]: L’impatto economico più acuto l’hanno subito le fasce di popolazione più fragili. Disoccupati che hanno dovuto accantonare la benché minima speranza di trovare un lavoro. Potete immaginare la frustrazione di quelle persone che, con fatica, avevano trovato un posto, che significava speranza concreta di migliorare la propria condizione socio-economica, che invece non avevano neanche potuto iniziare perché proprio in quei giorni è scoppiata l’epidemia.  O lavoratori a chiamata, che non potendo uscire dai confini stabiliti dalle ordinanze pubbliche, non potevano generare alcun reddito. O colf, badanti, addetti alle pulizie, persone in precedenza abituate ad arrangiarsi con lavoretti precari, talvolta in nero, che improvvisamente non potevano più recarsi sul posto di lavoro, perché fuori dalla zona rossa, o per le chiusure forzate  o perché le famiglie presso cui prestavano servizio non potevano farli entrare nelle loro case. Ma anche chi aveva un contratto regolare ha sofferto. In molti casi la cassa integrazione è stata erogata con grave ritardo. Ad alcuni più fortunati, era stata anticipata dal datore di lavoro, ma comunque era un introito ridotto e, quando lo stipendio è già misero, una riduzione del 30% per uno o più mesi è un problema. Insomma l’epidemia ha messo a nudo tutte quelle fragilità con cui molte persone, in condizioni normali, avevano imparato a convivere, spingendole a cercare aiuto.

[Bice]: I poveri sono sempre stati presenti e continuano ad esserlo. Questo contesto ha fatto emergere  nuove indigenze e realtà di solitudine:  bambini e ragazzi chiusi in casa, lontani dalle amicizie e dalla scuola, adulti colpiti da povertà materiali, dalla perdita del lavoro,  persone lontane dai propri cari con ripercussioni  relazionali e psicologiche.

Come insegna il Vangelo per il cristiano è fondamentale aprire le porte del cuore e non lasciare solo chi è nel bisogno.

Le comunità cristiane sono state in prima linea nell’affrontare questa emergenza: questo servizio ha cambiato la percezione che le comunità hanno della propria presenza nel territorio?

[Angelo]: Accanto ai volontari, molte persone hanno voluto manifestare concretamente la loro solidarietà.  Oltre alle forme tradizionali di aiuto, come le offerte per i poveri, davvero generose, e le raccolte di alimenti, in quel triste periodo in cui il dolore era reso più acuto dalla solitudine e dalla mancanza di un abbraccio, si sono moltiplicate le iniziative di vicinanza alle persone, specie a quelle più sole e provate. Se una cosa abbiamo imparato dall’esperienza vissuta è che non bisogna farsi trovare impreparati dalle emergenze. Non sono i servizi ben strutturati che di per sé danno risposte adeguate alle difficoltà del momento, ma quando tali servizi sono l’espressione di una sensibilità comune cresciuta negli anni, di attenzione ai poveri e alle persone fragili, allora sono davvero utili a catalizzare e dar voce alla solidarietà di tanti che desiderano sentirsi parte di una comunità che sceglie di stare vicino alle persone, pur nel rispetto delle rigide norme sul distanziamento sociale.  L’Emporio della solidarietà, iniziative come Famiglie in Rete, la disponibilità al colloquio di volontari del Centro di Ascolto, assieme al supporto offerto dal Fondo di Solidarietà della Diocesi, hanno consentito risposte rapide ed efficaci a numerose famiglie in grave difficoltà economica

 Come la collaborazione con le istituzioni civili ha inciso sul modo in cui la società guarda alle nostre parrocchie?

 [Angelo]: I volontari delle Caritas locali hanno reso visibile il volto fraterno delle nostre parrocchie, nel momento in cui era necessario spezzare il pane con molti bisognosi. Comunità parrocchiali che hanno assunto l’aspetto di ospedali da campo, secondo la felice espressione di Papa Francesco, per stare in mezzo alla gente anche in momenti davvero difficili. I rapporti con le Assistenti Sociali e con la Protezione Civile si sono rafforzati ed è cresciuta la fiducia e la stima reciproca. Detto questo c’è chi continua a pensare le comunità cristiane come salvagenti pronti all’uso. Sta a noi trasformare l’occasione del servizio in capacità di costruire una rete di rapporti con le persone che fanno crescere in umanità le comunità in cui viviamo

[Federico]: Le istituzioni locali, civili e religiose, nel periodo più buio si sono dimostrate un baluardo a difesa dei più fragili. La malattia e la perdita del lavoro hanno modificato la fisionomia dei “poveri” e hanno fatto sentire più marcata la loro presenza. La crisi è stata affrontata anche mediante una proficua collaborazione tra istituzioni civili e religiose che, mettendo a disposizione risorse, mezzi e personale, hanno dato sollievo a tante persone e tamponato numerose situazioni di fragilità. In quei giorni è affiorata la fittissima rete del volontariato che in modo del tutto altruista si è messa a completa disposizione della comunità e, quindi, del prossimo.

CELEBRARE

 [Don Luca]: L'irruzione del digitale potrebbe farci adagiare sulla mentalità del mondo, già molto condivisa soprattutto nei gruppi più tecnologici della popolazione, che sono anche i più giovani. Adagiarci sull'idea che basta un clic per essere in contatto col mondo. Ma è un contatto parziale, insufficiente, addirittura fasullo, che giunge a provocare disturbi e patologie individuali e sociali. Può bastare per ottenere informazioni, beni, servizi. Ma alla radice dei rapporti umani e alla radice di un cammino di fede c'è la necessità di una "conoscenza" che comprende il necessario coinvolgimento personale, in tutti i suoi aspetti. La liturgia è azione, non spettacolo, è partecipazione attiva, non visione e ascolto passivi. Su questo punto, il rigurgito del ritualismo porta con sé gravi responsabilità, con la tendenza a spettacolarizzare il culto: a beneficio di chi e di cosa? Il servizio svolto dai media è stato apprezzabile, ma dobbiamo uscire dalla fase della supplenza per tornare a celebrare nella verità. E la verità va ricercata sia nell'offerta che nella domanda, per così dire. La comunità dev'essere più accogliente a partire da come celebra: non è forse vero che spesso le nostre chiese e sacrestie sono ricettacolo di gruppetti chiusi e di atteggiamenti possessivi? Il bisogno di spiritualità va compreso bene, va guidato, va coinvolto in esperienze comunitarie  e non solo di gruppi, va strappato all'appagamento individuale per confluire nel coinvolgimento personale, può crescere dalle "sensazioni" all'esperienza della sequela di Cristo, nella comunità cristiana. à messo tutto insieme.. capiamo come splittare

Le nostre celebrazioni hanno assistito all’irruzione del digitale ed, in qualche misura, all’impoverimento del contatto diretto corpo a corpo: che cosa tenere e che cosa lasciare?

[Federico]: La pandemia ha portato anche una vera e propria “rivoluzione digitale”. Ogni ambito della vita quotidiana ha dovuto essere reinventato perché potesse essere svolto “da remoto”: si pensi alla scuola, al lavoro, alla spesa al supermercato, alle uscite “virtuali” con gli amici… Le grandi possibilità del digitale potrebbero dare una nuova connotazione anche all’operato della Chiesa senza però snaturarne la missione prescindendo dalla relazione e dal contatto con il prossimo.

[Bice]: Le nostre comunità hanno moltiplicato con inventiva e coraggio le occasioni di celebrazioni virtuali; sicuramente  però “guardare” la messa non è celebrarla; a mio avviso le celebrazioni e gli incontri  a distanza andrebbero mantenuti in occasioni di emergenza, ma bisogna cercare di privilegiare la S.Messa e gli incontri in presenza.

Bisognerebbe puntare sulla responsabilità del popolo di Dio, accompagnarlo ad accogliere, meditare e celebrare la Parola di Dio, è necessario che venga messa a frutto la dimensione sacerdotale propria di ogni battezzato.

Questo tempo di pandemia ha visto un nuovo “bisogno” di spiritualità: come le comunità cristiane possono accompagnare ed educare questo desiderio?