* di Mariarosa Sbarufatti

Nella parte conclusiva di “Patris corde”, Papa Francesco esplicita lo scopo di questa sua lettera apostolica sulla figura di San Giuseppe: “accrescere l’amore verso questo grande santo, per essere spinti a implorare la sua intercessione e per imitare le sue virtù e il suo slancio”. Penso che l’invito a riscoprire la figura dello sposo di Maria e del padre terreno di Gesù sia quanto mai importante e attuale, anche perché mi sembra che non sia sempre adeguatamente valorizzata. Nella lettera apostolica poi il Papa pone l’accento su diversi tratti di San Giuseppe; io mi soffermerò su alcuni che, personalmente, avevo finora poco considerato, forse perché meno evidenti rispetto all’immagine “comune” che abbiamo imparato a conoscere fin da piccoli.

Il primo tratto è quello di una figura “tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi”, di una persona che passa inosservata, che è presente nella famiglia di Nazareth in modo discreto e nascosto, pur essendo un protagonista della storia della salvezza, un padre che può assomigliare a molti di noi nel suo agire quotidiano… allora mi viene spontaneo riaffermare come la santità si gioca non nell’eccezionalità di quello che si fa, ma nell’assumere fino in fondo la vocazione “normale” a cui ciascuno è chiamato.

Il secondo tratto è quello di un “padre nella tenerezza”, intendendo per  tenerezza “la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi” e per accettarlo, nella consapevolezza che le nostre paure e debolezze non devono avere il sopravvento, ma possono essere considerate come un mezzo di cui il Signore si serve per portare avanti la sua opera di salvezza, come è successo a San Giuseppe… allora essere benevoli e non giudicanti nei confronti delle nostre e altrui fragilità ci consente quello sguardo “oltre” sulle cose, che lascia più spazio a Dio e meno alle nostre pretese di avere tutto sotto controllo.

Il terzo tratto è quello “di un uomo rispettoso, delicato” nei confronti di Maria, della sua reputazione e dignità, che “lascia da parte i suoi ragionamenti per far spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie”, non in modo passivo e rassegnato, ma con coraggio e responsabilità e fidandosi di Dio… allora mi viene da pensare quanto deve essere stato rasserenante per Maria potersi fidare, poter contare sull’accoglienza piena della sua condizione da parte di Giuseppe, che in questo modo ha condiviso il suo fiat e si è messo al servizio del mistero dell’incarnazione.

L’ultimo tratto riguarda il rapporto di Giuseppe con Gesù, un rapporto “nell’ombra”, di un padre che “ha saputo amare in maniera straordinariamente libera. Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù”, ha saputo prendersi cura di Gesù sapendo che quel Bambino non era suo… allora la vera paternità, ma anche la vera maternità, è quella che non trattiene, non imprigiona i figli, ma li rende capaci di scelte libere, di camminare con le proprie gambe anche su strade inedite.

In questo anno a lui dedicato, potremo lasciarci interpellare dalla testimonianza di fede di San Giuseppe, connotata, come sottolinea Papa Francesco, da un “eloquente silenzio.”