* di don Emanuele Campagnoli

La definizione più bella che ho incontrato del padre spirituale l’ho ascoltata in un’istruzione di padre Spidlik. L’anziano gesuita dice che tre sono i tratti che permettono di identificare in una persona il carisma della paternità spirituale: la teologia, la diakrisis, e la cardiognosi.

Per teologia, si intende la vera teologia: non si tratta di sapere tante cose su Dio, di avere idee precise, di essere un esperto biblista o di trascinare con la propria abilità oratoria. Il padre spirituale ha quella teologia che nasce dall’intimità personale con Dio: egli parla di chi conosce in prima persona. Evagrio diceva che chi prega bene, è teologo. Chi sa parlare con Dio, come un figlio con il suo papà, questi è teologo. Tra i preti che mi hanno segnato nell’adolescenza c’è stato un prete dell’Oratorio che aveva un dono unico. Quando nei campi estivi ci radunava in chiesa per la preghiera al mattino o alla sera, si metteva a parlarci di Gesù con parole semplici, eppure in quelle parole traspariva la sua fede viva e l’amicizia semplice ma sincera che lo univa a Gesù, al punto che accendeva in te il desiderio di quella stessa relazione con Dio. Il mio padre spirituale ama ripetere una frase: il prete bravo suscita applausi, ma il prete santo fa discepoli.

Alla sana teologia, si aggiunge poi quella che l’Oriente chiama la diakrisis, ossia il discernimento, l’arte di distinguere le ispirazioni, i pensieri. Da che spirito provengono? Da quello buono o quello cattivo? Chi parla dietro questo pensiero o desiderio? Lo Spirito Santo o il nemico dell’uomo? Il padre spirituale è l’esperto del discernimento. Egli compie quest’opera anzitutto ascoltando. Padre Spidlik insegnava, ad esempio, a parlare pochissimo, persino a non dire niente quando un penitente si avvicinava per la prima volta al proprio confessionale. L’arte di questo ascolto distingue il padre spirituale dal direttore spirituale. Il direttore parte infatti da un ideale di perfezione – la preghiera ideale, la vita cristiana ideale, il sacerdozio ideale, l’uomo ideale, il matrimonio ideale, la famiglia ideale – e cerca di scolpire chi ha davanti a sé a partire dall’ideale che sta nella sua propria testa. Il padre spirituale invece fugge quest’opera come una tremenda tentazione. Egli non modella il proprio figlio a propria immagine, ma si mette in ascolto dello Spirito Santo, il vero Iconografo dei cuori. Parla poco per non soffocare con le proprie (inutili) parole, le Parole che pronuncia lo Spirito Santo o per non rovinare l’opera di Dio, sempre inedita, con i propri schemi, attese, progetti. Egli, con la sua esperienza personale, conosce come lo Spirito parla, quali parole usa, quali sono le sue tipiche ‘andature’ e sa distinguerle dalle parole, dai modi, dalle cadenze sotto cui si nasconde il diavolo.

C’è poi un terzo ed ultimo tratto che contraddistingue il dono della paternità spirituale: la cardiognosi, ossia la conoscenza dei cuori. Il padre spirituale sa vedere ciò che c’è nel cuore di chi gli sta davanti; egli penetra i cuori e non si ferma alla superficie. Non si tratta dello sguardo di furbizia, di chi è abbastanza sgamato, da saper carpire ciò che tieni nel segreto del cuore. Nemmeno dello sguardo analitico di chi ti scompone pezzo per pezzo, con il bisturi tagliente dei suoi giudizi affilati. La cardiognosi è tutt’altro dono. Non è frutto dell’occhio astuto o affilato, ma di un cuore amante. Solo chi ti ama, ti conosce. Ho incontrato il mio padre spirituale per la prima volta tanti anni fa: era stato invitato in Seminario a tenere un ritiro e in quella occasione ero stato a colloquio con lui. Poi passarono tanti anni senza più vederci o sentirci, tanto che io mi ero persino dimenticato di averlo conosciuto. Ed ecco che in un’estate di qualche anno fa, un mio carissimo amico mi invita a un convegno e, nella pausa tra una conferenza e l’altra, mentre mi avvicino al tavolo del caffè, si avvicina un prete che mi sorride contento di rivedermi e mi chiama per nome. Che sorpresa: io l’avevo dimenticato, ma lui non si era dimenticato di me, mi aveva portato nella memoria del suo cuore per tutti quegli anni! Ecco cosa vuol dire che solo chi ama, conosce. Frutto della cardiognosi è il saper dire la parola giusta al momento giusto. Nei primi anni della mia giovinezza capitai una sera, durante una veglia in Duomo, a confessarmi da uno dei nostri preti anziani. Nella confessione, dissi alcune cose che mi facevano soffrire in quel momento di crisi, ma senza andare troppo nello specifico. E lui mi consegnò un esempio che ricordo ancora oggi, tanto fu provvidenziale per il cuore. “Ci sono persone che sono come i chiodi: entrano subito in relazione. Ce ne sono altre che sono come le viti: ci vuole per loro tempo, entrano lentamente, un giro alla volta. Ma una vite, una volta che è entrata nel legno, non esce più”.

Alla fine di questa descrizione della paternità spirituale, devo chiedere scusa di una cosa: vi ho portato esempi solo di ‘padri’ e solo di ‘preti’. Perdonatemi, ma questa è stata ed è la mia esperienza della paternità spirituale. Nella Chiesa però lo Spirito soffia sempre come e dove vuole, senza badare al sesso e al ruolo ecclesiale. Ci sono padri spirituali e madri spirituali. Ci sono padri e madri tanto tra i preti, quanto tra i religiosi, gli sposati o i semplici battezzati. A noi sta cercare la loro compagnia. Quando una di esse incrocia il tuo cammino, fa’ come dice la Scrittura: Se vedi una persona saggia, va’ presto da lei; il tuo piede logori i gradini della sua porta (Sir 6,36).