* di Cornelia e Franco

Tutto ebbe inizio con l’assemblea diocesana dell’Ac del 16 Febbraio a Lodi. Eh sì, perché pochi giorni dopo scoppiò la pandemia del coronavirus, e quindi domenica 23 ci trovammo in tanti all’ospedale di Sant’Angelo per il tampone, visto e considerato che tanti partecipanti all’assemblea erano provenienti dall’ormai famosa zona rossa. Siamo stati in ballo dalle ore 11.00 alle ore 20.30, ultimi “tamponati”, salutati da solerti operatrici sanitarie che ci hanno detto: per almeno otto giorni restate in quarantena. Ne sono passati cento di giorni prima di poter riprendere un po’ di vita normale, tenendo presente che continuavano a dirci che eravamo una categoria a rischio. Lo dicevano radio e televisione, lo dicevano i giornali, ce lo dicevano figli e nipoti, ce lo dicevamo fra parenti ed amici. Cento giorni: ora che sono passati ripensiamo a quante cose avremmo voluto/dovuto fare e alle quali invece abbiamo dovuto rinunciare. Esempi: compleanno della nonna, del nonno e dello zio, la tanto attesa festa con figli e nipoti per il cinquantesimo anniversario di matrimonio (rinviata a data da destinarsi, faremo il cinquantunesimo!). Ripensiamo al dolore per i tanti defunti conosciuti, fra cui un caro amico che, pur risiedendo in Sud Africa, è stato anche lui colpito dal virus; ripensiamo alle tante telefonate intercorse per ascoltare, condividere, far sentire la nostra vicinanza pur essendo lontani. Comunque, come si usa dire, non tutto il male vien per nuocere. Abbiamo potuto riflettere e di conseguenza rivalutare tante cose materiali e spirituali. La Pasqua senza festa… sarà pur mancato il pranzo con tutti i famigliari, ma quanta più partecipazione in quelle gustate funzioni seguite in tv, con il Papa e il Vescovo; i rosari per l’Italia da tanti santuari. Quante riflessioni sul senso vero della vita di fronte a scene strazianti per i tanti morti, sulle difficoltà di chi ha perso il lavoro. Cari amici, abbiamo dovuto annullare la mattinata di spiritualità, il pellegrinaggio della terza età e gli esercizi spirituali. È dispiaciuto, ma sicuramente meditazioni e preghiere le abbiamo fatte in casa e in famiglia, supportati anche dai moderni mezzi di comunicazione e messi in rete dall’associazione. Alcune riflessioni sullo scorrere delle giornate che all’inizio sembravano monotone e interminabili hanno poi preso la loro routine scandita da alcuni momenti divenuti sempre più significativi: scoprire ogni mattina il dono di un altro giorno assieme regalatoci, assistere alla Santa Messa in tv, la presenza continua di entrambi senza l’assillo dei vari impegni associativi; la presenza del figlio ed apprezzare la sua disponibilità a lasciarci “confinati” in casa. Tuttavia non sono mancati neppure momenti di autentico relax come “l’ora bar” con caffè e gioco delle carte. Abbiamo riscoperto l’importanza del tempo che ci viene regalato gratuitamente e che non sapevamo apprezzare fino in fondo. Molto bello è stato riscoprirci come coniugi, parlando senza fretta e ragionando su tante cose, ricordando i nostri primi cinquant’anni di matrimonio e arrivando alla conclusione che forse non ci siamo mai sentiti così uniti come ora. Questo vuole essere l’augurio che estendiamo a tutti i cari amici dell’Ac ed a quanti hanno avuto la pazienza di leggerci. 

* di Simone Majocchi

Ricordiamo tutti come alcuni, nei primi giorni della diffusione del covid-19, spiegassero (talvolta anche con metafore grezze e sgradevoli) che le persone anziane e con patologie pregresse erano le più esposte di fronte ad un contagio così aggressivo: ricordo ad esempio l’enorme fastidio e la pesante tristezza che provai nel sentire una ricercatrice affermare che “il virus dà una spinta a chi è già compromesso”. Le persone anziane sono state effettivamente le più colpite, in virtù sia della fragilità della salute, sia di altri fattori, che non possiamo ignorare. Ora resta il grande dolore per la morte di tanti anziani, che non dobbiamo dimenticare, e mi chiedo se questa emergenza sanitaria non ci abbia messi di fronte ad una triste dinamica che già era implicitamente in atto nel nostro modello di società. Ce lo mostra l’appello della Comunità di Sant’Egidio, “Senza anziani non c’è futuro, appello per ri-umanizzare le nostre società. No a una sanità selettiva”, nel quale ho ritrovato molte consonanze con alcune riflessioni che negli scorsi mesi ero andato maturando. Gli anziani infatti sono una parte preziosa delle nostre vite e del tessuto sociale di una comunità, e senza di loro siamo tutti più poveri. Il testo dell’appello (facilmente reperibile sul web, e che invito a sottoscrivere) ci ricorda, anche sotto il profilo laico, che invece di lottare per “il diritto a morire”, si sarebbero dovute compiere ben altre battaglie civili per garantire la dignità di chi soffre: «In numerosi paesi di fronte all’esigenza della cura, sta emergendo un modello pericoloso che privilegia una “sanità selettiva”, che considera residuale la vita degli anziani. La loro maggiore vulnerabilità, l’avanzare degli anni, le possibili altre patologie di cui sono portatori, giustificherebbero una forma di “scelta” in favore dei più giovani e dei più sani. Rassegnarsi a tale esito è umanamente e giuridicamente inaccettabile. Lo è anche in una visione religiosa della vita, ma pure nella logica dei diritti dell’uomo e nella deontologia medica […]. La tesi che una più breve speranza di vita comporti una diminuzione “legale” del suo valore è, da un punto di vista giuridico, una barbarie». Il grado di civiltà di un popolo traspare anche dal rispetto che si porta agli anziani, ed è giunto il momento in cui ciascuno di noi si deve chiedere quale modello di cura e di assistenza stanno perseguendo la politica, le istituzioni sanitarie e la società nel suo complesso. Viene in mente un passaggio del De senectute di Cicerone: “Il peso dell’età è più lieve per chi si sente amato e rispettato dai giovani”. Siamo riusciti a far sentire i nostri anziani amati e al sicuro? Se poi dovessimo giudicare da quello che vediamo in queste ultime settimane, sembra che la preoccupazione principale delle istituzioni e del mondo economico sia ora solo il poter riconquistare i ritmi forsennati che hanno favorito il dilagare dell’epidemia, lasciando indietro ancora una volta chi è più fragile. Vuol dire quindi che stiamo andando verso un modello di società sempre meno a misura di anziano? Chiediamoci cosa significhi ciò, anche a fronte dell’invecchiamento della nostra società. Si tratta di fare i conti con le risorse che possiamo e vogliamo investire affinché il nostro sistema sanitario sia in grado di garantire la giusta e doverosa assistenza e cura ad una porzione sempre crescente di popolazione. L’appello ci offre un altro prezioso passaggio: «Crediamo che sia necessario ribadire con forza i principi della parità di trattamento e del diritto universale alle cure, conquistati nel corso dei secoli. È ora di dedicare tutte le necessarie risorse alla salvaguardia del più gran numero di vite e umanizzare l’accesso alle cure per tutti. Il valore della vita rimanga uguale per tutti. Chi deprezza quella fragile e debole dei più anziani, si prepara a svalutarle tutte. Con questo appello esprimiamo il dolore e la preoccupazione per le troppe morti di anziani di questi mesi e auspichiamo una rivolta morale perché si cambi direzione nella cura degli anziani, perché soprattutto i più vulnerabili non siano mai considerati un peso o, peggio, inutili». Le 6.773 vittime in Italia nelle RSA nel periodo tra il 1° febbraio e il 14 aprile (di cui si stima, per difetto, il 40% causate direttamente dal Covid) sono una pugnalata al cuore; i dati sono dell’Istituto Superiore di Sanità. In Lombardia, su 700 RSA, si sono considerate solo 266 strutture, per un totale di 1.625 morti. Non a tutti era stato fatto il tampone. Il 24 febbraio scrissi (in un testo ripreso anche dal quotidiano Libertà di Piacenza) che sarebbe stato necessario che l’ATS facesse subito i tamponi a tutti gli ospiti e gli operatori nelle RSA della prima zona rossa. Invece, dopo una prima e tardiva campagna di test, il 15 aprile l’ATS di Milano aveva addirittura comunicato che non avrebbe più fornito i tamponi alle RSA, che dall’8 marzo erano state scelte da Regione Lombardia per accogliere paradossalmente pazienti covid-positivi, senza preservare tali strutture come “bacini di protezione” per gli anziani. Non arrendiamoci all’idea che le RSA (e in un certo senso anche gli ospedali) siano una sorta di “non-luoghi”, spazi di città invisibili, aree che, assistendo gli anziani, evitano al tempo stesso alla società dei “giovani e sani” il “rischio” (che in realtà è un’opportunità preziosa) di entrare a contatto con l’anzianità e la malattia. A noi spetta ora di non dimenticarci di tutte queste vite disperse, di tutte queste storie interrotte troppo presto. Infatti resta un triste pregiudizio da combattere, e cioè l’idea che gli anziani deceduti per il Covid fossero comunque già al “capolinea”, come se questo potesse alleviare il dolore, o alleggerire le responsabilità. Questa pandemia ha letteralmente falcidiato una generazione… Pensiamo a questo: chi di noi non conserva un insegnamento prezioso tramandatogli da un nonno, da un prozio? Quanto povera sarebbe la nostra vita senza il dono costituito dall’affetto e dall’amore delle persone più anziane con cui abbiamo avuto il privilegio di condividere un tratto dell’esistenza? 

di Raffaella Rozzi* 

Il prossimo fine settimana, secondo il calendario diocesano, saremmo stati insieme per il weekend formativo così da confrontarci sul futuro dell'Azione Cattolica. Rimaniamo nelle nostre case ma ci troviamo on line come Consiglio diocesano, eletto dall’Assemblea, per intraprendere un processo di discernimento comunitario che coinvolge tutta la nostra associazione, a partire dal centro diocesano per raggiungere i presidenti e le associazioni territoriali. I primi passi sono stati avviati dalla presidenza uscente a cui va il mio grazie riconoscente per quel di più di disponibilità donata all’associazione in questi mesi, la quale ha individuato due temi su cui riflettere, pregare, ascoltare la vita delle persone e metterla in dialogo con la Parola: la responsabilità e il futuro. Sono due questioni che si affacciano nell’anno assembleare e chiedono di essere condivise per dare fondamento al triennio che inizia, a maggior ragione oggi, 19 giugno 2020, quando rileggiamo il documento assembleare e ci accorgiamo che ciò che a febbraio pensavamo una prospettiva futura, è diventata realtà presente. Quindi è necessario ripartire da questo tempo per immaginare il domani. Il percorso si dipana in diversi passaggi: alcuni momenti di confronto on line per le commissioni diocesane, durante questa settimana; una riunione on line del Consiglio diocesano, venerdì 19 giugno, per ascoltare e fare tesoro di ciò che ciascun consigliere vorrà condividere; una seconda convocazione on line del Consiglio diocesano, giovedì 25 giugno, per trovare soluzioni condivise, che tendano al massimo bene possibile, nella certezza di aver avviato un processo a lunga scadenza che porta in sé la Novità la quale sconvolge i progetti di nostalgia e permette di sognare “i sogni degli anziani e le visioni dei giovani”. Sicuramente ci stiamo muovendo per abitare il cambiamento di questo mondo, di questa Chiesa, di questa associazione, sempre insieme, partendo da ciò che siamo diventati, per alcuni aspetti diversi e per altri noi stessi, perché abbiamo aperto il nostro cuore e quello delle nostre comunità all’Annuncio di Salvezza, che sempre ci precede nella Galilea del terzo millennio.

Camminiamo con le associazioni delle diocesi lombarde, con il Centro Nazionale, con l’Azione Cattolica Italiana e degli altri paesi del mondo: a ciascuno sta a cuore ripartire dalla realtà delle nostre città e dei nostri paesi, fare alleanze con altre associazioni, rendere ognuno protagonista, non lasciare indietro nessuno, impiegare tutta la creatività possibile per sperimentare, sostenuti dall’essere associazione al servizio e al fianco di tutti.

Per poter attraversare un terreno su cui si è abbattuta la tempesta, è necessario camminare adagio, camminare insieme, osservare volti, ascoltare voci, riconoscerci, sostenerci, allargare le braccia e tendere le mani. Prima di partire però rimaniamo in silenzio davanti a quel piccolo pezzo di pane che nutre il cammino dei pellegrini: così, domenica scorsa, nella festa del Corpus Domini, siamo rimasti in adorazione nel Suo Amore, perché Lui ci ha fatto incontrare noi stessi, ci ha accompagnato agli altri, allora, guardandoci negli occhi, che riportano il sorriso celato dalla mascherina, iniziamo un nuovo sentiero, con il passo dei discepoli missionari.

* presidente diocesano

 

* di Paola Arghenini

Innanzitutto vorrei esprimere un grazie sincero a quanti in questi tempi di emergenza hanno voluto sostenere le iniziative di prossimità con donazioni, aiuti concreti ed interessamento. Di fronte a bisogni immediati è infatti molto importante che ci siano risposte rapide, ma non prive di riflessione e progettualità che si aprano a nuove visioni di futuro. Spesso tali risposte non riescono ad essere esaurienti, sono  solo "segni", ma, se da una parte rappresentano comunque un aiuto concreto importante, dall'altra sono utili ad intercettare le situazioni di necessità e,  ancor di più, a non far mancare quella prossimità che supera le distanze e ci fa scoprire ogni giorno l'umanità che ci accomuna.

Viene spontanea qualche domanda: è possibile in questo momento "stare accanto"  a chi vive forme di fragilità ed essere testimoni di senso, partecipi delle gioie e delle sofferenze degli uomini d'oggi? Per molte persone questo non è solo un tempo di "emergenza", è piuttosto un tempo di dolore, di preoccupazione. Per tutti è un tempo di "sfida", di scelta, di possibilità di trovare altre forme di "contagio di relazioni nuove e buone". Il distanziamento sociale non deve essere necessariamente un allontanamento umano. Esso può aprire nuove opportunità per accorgersi di chi ha bisogno, per offrire un accompagnamento discreto che possa donare speranza, che dica "non sei solo!". Forse anche questo riapre il cammino... Alle necessità immediate la Chiesa locale ha cercato di rispondere con prontezza, riattivando ad esempio il Fondo di solidarietà per le famiglie in difficoltà per la perdita o la riduzione lavorativa. Ha cercato di riorganizzare i servizi per assicurare il necessario a quanti già vivevano l'emergenza quotidiana della marginalità. Il "farmaco sospeso", progetto nato per assicurare a tutti la possibilità di cura a chi era in difficoltà per l'acquisto di farmaci non mutuabili, ha continuato a supportare le famiglie con maggiori fragilità. Nel silenzio la prossimità nelle parrocchie ha fatto sentire la sua voce trovando nuove forme di "connessione" e di attivazione sulle necessità che si presentavano. Anche il progetto APRI (accogliere, proteggere, promuovere, integrare) promosso dalla Caritas Italiana (https://caritas.diocesi.lodi.it), nonostante le difficoltà del momento, ha mosso i primi passi.

Ogni emergenza apre anche a nuove opportunità: quali priorità abbiamo riscoperto in questi mesi? Che tipo di comunità desideriamo? Dai "segni di prossimità" si può ripartire per pensare progettualmente il futuro e soprattutto lo si può fare insieme, responsabilmente, coinvolgendo la comunità, i gruppi parrocchiali, le associazioni, affinché il supporto a chi è in difficoltà sia fatto da reti di persone/famiglie che diventano "reti di fraternità". Disponibili a stare accanto a chi è in difficoltà, con la necessaria attenzione anche alle politiche sociali e sanitarie, affinché vengano sempre promosse forme di attenzione in grado di non lasciare indietro nessuno. E' una responsabilità alla quale siamo chiamati se ci sta a cuore la tutela e la dignità delle persone. La "creatività della carità" accompagna, entra in relazione, dona senso a chi la fa e a chi la riceve, nella consapevolezza che nella vita ci troviamo tutti nella condizione di aver bisogno di ricevere. Farsi dono invece, è già una scelta che coinvolge il nostro oggi!

 

* di Marco Zanoncelli

L’epidemia che stiamo ancora tutti vivendo ha fortemente condizionato la vita delle nostre comunità cristiane: gli usuali incontri, gli appuntamenti, i gruppi, le celebrazioni, le iniziative ed esperienze sono tutte state messe in pausa oppure hanno dovuto riconfigurarsi a fronte della nuova situazione. Forse la dimensione che maggiormente è stata segnata da questo tempo drammatico è stata quella liturgica: fin da subito celebrazioni, messe, momenti di preghiera e adorazioni sono state, giustamente, sospesi. La celebrazione liturgica non è come una visita al museo o alla biblioteca, dove gli accessi possono essere contingentati e scaglionati: celebrare significa anzitutto radunarsi, incontrarsi, toccarsi e relazionarsi, tutti in un medesimo posto ad una medesima ora, insieme, uniti, in comunione come una sola comunità credente. Non stupisce dunque che, nel momento in cui i contatti sociali dovevano essere radicalmente ridotti, le celebrazioni liturgiche siano state  sospese.

Ma celebrare non è una banale azione tra tante altre che la comunità cristiana compie: il Concilio Vaticano II, nella sua costituzione Sacrosantum Concilium (SC), ci ricorda che la liturgia è culmine e fonte della vita della Chiesa, evento allo stesso tempo sorgivo della comunità e vertice della vita ecclesiale. La sospensione delle celebrazioni (in particolar modo di quella eucaristica) ha toccato un nervo sensibile della vita della Chiesa, giacché essa ne è esperienza fondativa e identitaria. Non stupisce quindi che la creatività ecclesiale abbia cercato di individuare strategie alternative attraverso cui tentare di mitigare il digiuno eucaristico, affinché, a causa dell’assenza della celebrazione, non venisse impoverita anche la dinamica comunitaria. Abbiamo assistito così una pluralità di azioni che le varie comunità cristiane hanno messo in campo per tentare di essere e rimanere Chiesa anche al tempo del coronavirus.

Penso sia importante tentare una rilettura critica di quanto è accaduto, non per giudicare o criticare, ma per attuare quella forma di discernimento comunitario necessaria affinché la Chiesa non cessi di scorgere i segni dei tempi anche in questo periodo difficile e inatteso. È importante tentare insieme una riflessione critica giacché, come ci insegna la tradizione, “lex credendi, lex orandi”, ossia il modo in cui si prega e si celebra esprime e corrisponde al modo in cui si crede, e viceversa. La celebrazione, ed in particolar modo quella eucaristica, non è mai un fatto “neutro” ma manifesta e sostanzia la fede di una comunità cristiana, il suo stile e la sua identità ecclesiale.

Tentando una semplificazione un po’ rozza mi pare che siano state quattro le strade che le nostre comunità hanno imboccato per rispondere all’impossibilità di celebrare comunitariamente.

La prima è stata quella della celebrazione “senza popolo”: impossibilitati a convocare la comunità, alcuni sacerdoti hanno scelto di celebrare da soli, a porte chiuse, proprio come previsto dall’ordinanza ministeriale. La dicitura “senza popolo” in realtà rischia di essere un poco equivoca. L’ordo del messale romano prevede tre forme di celebrazione: la messa con il popolo, la messa concelebrata e la messa cui partecipa un solo ministro. Ovviamente ci si sta riferendo a questa terza casistica, ma le parole hanno una loro importanza e appare evidente che le due espressioni non si equivalgono. La dicitura “senza popolo” era in uso nella Chiesa cattolica fino a Pio XII, nella quale era prevista la celebrazione “individuale” dell’eucarestia. Il grande guadagno del Concilio e in particolare di SC è stata la consapevolezza che il soggetto celebrante durante le nostre liturgie è il popolo di Dio. Sempre l’ordo del messale ci ricorda che “La celebrazione eucaristica è azione di Cristo e della Chiesa, cioè del popolo santo riunito e ordinato sotto la guida del Vescovo. Perciò essa appartiene all’intero Corpo della Chiesa, lo manifesta e lo implica; i suoi singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, dei compiti e dell’attiva partecipazione. In questo modo il popolo cristiano, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato», manifesta il proprio coerente e gerarchico ordine. Tutti perciò, sia ministri ordinati sia fedeli laici, esercitando il loro ministero o ufficio, compiano solo e tutto ciò che è di loro competenza”. In altre parole, è tutta la comunità riunita sotto presidenza del ministro ordinato a celebrare le opere di Dio, in nome del sacerdozio comune che a tutti è stato donato nel battesimo.

La seconda opzione messa in campo è stata quella di trasferire nella dimensione virtuale quanto nella realtà delle nostre chiese non è più possibile compiere. Abbiamo assistito ad un fiorire di dirette streaming su canali youtube e altre piattaforme, per permettere alle persone di essere presenti al rito liturgico. Questa modalità di celebrazione, certo determinata dalla particolare situazione sanitaria, non è priva di pericoli: la possibilità che la messa venga in qualche modo spettacolarizzata e colta come un evento a cui assistere rischia di snaturare l’esperienza liturgica. Alla liturgia si partecipa, non si assiste: in quell’evento si viene coinvolti con parole e gesti, con risposte e canti; in quell’atto è implicata la vita di ciascuno dei membri della comunità, in un modo radicalmente diverso da quello che può accadere assistendo, ad esempio, ad uno spettacolo teatrale o cinematografico. Va riconosciuto tuttavia un fatto assolutamente da non trascurare: come molti studiosi rilevano, il virtuale può costituire non solo una “opposizione” al reale, ma anche una sua naturale “estensione”.  Accade così anche con i nostri contatti e dialoghi tramite social: essi possono rimpiazzare i rapporti reali o possono essere una sorta di “continuazione” di tali legami, qualora lo spazio ed il tempo non permettano una presenza vis-a-vi. In fondo, il contatto “virtuale” è capace di alimentare e sostenere quello reale e concreto. Credo che qualcosa del genere sia accaduto anche per le nostre messe on-line: la celebrazione presieduta dal “nostro” parroco nella “nostra” chiesa – a differenza ad esempio di quella che si può vedere su una rete nazionale – ha la capacità di riattivare rapporti preesistenti e che rischiavano di affievolirsi a motivo della pandemia.

Una terza scelta adottata da alcuni pastori è stata quella del digiuno eucaristico: “se il mio popolo non può celebrare, scelgo liberamente di condividere la sua condizione, astenendomi dal pasto eucaristico”, questo in sintesi la logica che ha mosso alcuni presbiteri. Riconoscendo che una messa senza comunità sarebbe stata un evento intrinsecamente impoverito, essi hanno preferito partecipare alla “fame eucaristica” della comunità previlegiando altre forme di celebrazione e accompagnando la propria gente dal punto di vista liturgico in altro modo. Va ricordato che, pur riconoscendo la centralità della celebrazione eucaristica nella vita di fede, la liturgia non si esaurisce nella messa e che la tradizione mette a disposizione altri modi in cui la comunità può celebrare l’amore di Dio.

Questo ci porta a soffermarci brevemente sulla quarta opzione sperimentata: quella della liturgia familiare. Coloro infatti che hanno attuato il digiuno eucaristico, hanno spesso scelto di spostare simbolicamente il centro della comunità celebrante dalla chiesa-comunità alla chiesa-famiglia. Si tratta qui di prendere sul serio la tradizionale definizione di famiglia quale “chiesa domestica” e riconoscere il ruolo anche liturgico che essa può esercitare. Vi è stata quindi un’ampia sussidiazione da parte della comunità parrocchiale e diocesana affinché la famiglia potesse trovare ed inventare momenti in cui celebrare la fede tra le proprie mura, non in maniera privatista e individuale, ma con il respiro che abbraccia la Chiesa intera. In fondo, in questa situazione d’isolamento e di lontananza sanitaria, la Chiesa domestica è l’unica comunità che può esprimere e celebrare quella dimensione d’intimità, vicinanza e contatto che ad oggi sono precluse alla comunità ecclesiale, e che rappresentano una componente essenziale dell’esperienza liturgica.

In questi giorni siamo tutti chiamati come comunità cristiana a “inventare” una nuova modalità celebrativa, quella fatta di distanziamento e protezione: parteciperemo alla liturgia rimanendo lontani sulle panche, con mascherine e guanti, e mantenendo un distanziamento che non consenta il contagio. Anche in questo caso ci sarà chiesto di esercitare un evangelico discernimento affinché lo stile celebrativo non tradisca quanto stiamo vivendo. Bisognerà ricordarsi che la messa è “costitutivamente contagiosa”, in quanto essa è contatto, contagio, nudità e riconoscimento: le giuste accortezze sanitarie non potranno sminuire la natura intima dell’eucarestia. Essa poi è “intrinsecamente gratuita” e mal tollererebbe prenotazioni di posti o selezione dei partecipanti.

Viviamo tempi difficili e inediti che ci è chiesto di abitare con creatività e passione, ma anche con fedeltà e autenticità, sapendo discernere quanto nel nuovo che avanza possiede il sapore autentico del vangelo