Modulo Formativo per Responsabili Adulti

dal 30 agosto al 1° settembre

con l'AC di Milano presso l'Eremo di San Salvatore ad Erba

Per informazioni ed iscrizioni rivolgersi direttamente a Stefano ed a Reginella.

 

«Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità…E’ l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti. »           (Papa Francesco - Evangelii Gaudium  §236).

L’altro è un volto da scoprire, da contemplare, da togliere dalle nebbie dell’omologazione e dell’appiattimento” (don Tonino Bello)

 

 

 

 

L’esigenza di una politica concepita e vissuta come «costruzione condivisa di futuro» e il fondamentale contributo del laicato cattolico sono i temi sui quali si sofferma Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana, intervenendo nel dibattito sulla crisi della società italiana e sul ruolo della Chiesa aperto da «L’Osservatore Romano». Per Truffelli: Identità è apertura all’altro. È quello che ci insegnano la ragione e l’esperienza, ma anche la nostra fede trinitaria. Vale per ciascuno di noi, singolarmente, ma vale anche per tutti noi come popolo. Proprio per questo abbiamo un grande bisogno, come ha ribadito il presidente Mattarella, di riscoprire e rilanciare le ragioni del nostro stare insieme, del nostro essere una «comunità di vita», del nostro camminare gli uni a fianco degli altri. Per il presidente dell’Ac: Serve fiducia reciproca. Fiducia, in particolare, in quella «immensa maggioranza del popolo di Dio» che sono i laici. Nella loro fede, nella loro passione per la Chiesa e per il mondo, nel loro senso di responsabilità e nelle loro competenze. Da questo punto di vista, avrebbe senso che ci preoccupassimo fin da ora di far crescere un modo di essere Chiesa e delle modalità di lavoro costantemente improntate alla sinodalità.

Il testo completo dell'intervista a Matteo Truffelli 
di Andrea Monda, direttore de «L’Osservatore Romano» 

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due, altrimenti la società soffre, diventa schizofrenica. In questa situazione potrebbe giocare un ruolo importante la Chiesa.

Tutta la storia dell’umanità ci mostra con chiarezza la necessità, per il nostro convivere, di entrambe le sfere, quella politica e quella religiosa. Quella della promozione e della garanzia della sicurezza, della pace, della giustizia e dell’esercizio regolato della libertà, e quella della ricerca del significato profondo del vivere, attraverso il radicamento in una ulteriorità che possa sostenere, scandire e al tempo stesso orientare il cammino degli uomini e della società. Al tempo stesso, la storia ci ammonisce severamente rispetto ai pericoli che comporta la confusione tra questi due piani, l’illusione che l’uno possa servirsi più o meno strumentalmente dell’altro, oppure tentare di utilizzarne le specifiche dinamiche, gli strumenti, i linguaggi, senza generare conseguenze distorte. Quando questo è accaduto, la storia ha sempre mostrato il suo volto peggiore. I due piani devono rimanere distinti.

Tuttavia mi pare che la grande sfida con cui il cristianesimo ha tentato di misurarsi nella modernità e che ancora si staglia davanti a noi è quella di assumere questa distinzione senza trasformarla in separazione, nutrendo la dimensione politica con la linfa di una fede incarnata e pubblica, vissuta non individualmente, ma come comunità. E contribuendo perciò alla vita della città offrendo a essa il lievito di una visione dell’uomo e della società, un senso del bene e della giustizia, e l’impegno concreto per la realizzazione di una società più solidale, più libera, più umana.

Questo implica anche, però, che i credenti per primi non si rassegnino a una concezione della politica pensata come semplice regolazione degli inevitabili conflitti e come organizzazione di una convivenza ordinata, insomma come mera amministrazione dell’esistente. Abbiamo bisogno di ritrovare il valore profondo di una politica concepita e vissuta come pensamento e costruzione condivisa del futuro. Pur nella consapevolezza dei limiti intrinseci del suo campo d’azione, la politica deve recuperare il suo respiro progettuale: la sua funzione architettonica, avrebbe detto Giorgio La Pira.

La società italiana oggi sembra dominata dal rancore. Da dove nasce questo rancore? De Rita dà una sua lettura, quasi un lutto per quello che non c’è stato, una promessa mancata, un futuro che sembra incrinato, perso. In questa situazione emerge un dato che ha una sua ambiguità, anche inquietante, cioè il dato dell’identità come risposta alla globalizzazione ma una risposta che si colora di chiusura e violenza.

Mi pare che l’analisi di De Rita, come anche quelle proposte negli interventi che a partire da essa si sono succeduti su queste pagine, siano del tutto condivisibili. Senza dubbio il rancore e l’insofferenza che emergono in maniera sempre più aspra dal profondo della società italiana si radicano in una sorta di disillusione nei confronti del futuro, parola che fino a non molto tempo fa era connotata da una valenza prevalentemente positiva, carica di speranza, di fiducia nel progresso, e che invece oggi si declina sempre più con un senso di incertezza, di timore, di oscurità.

Lo ha ricordato anche il presidente Mattarella nell’intervista rilasciata ai media vaticani pochi giorni fa (cfr. «L’Osservatore Romano» del 18 maggio): le ragioni del disagio sociale sono profonde, e reali. Il nostro Paese è solcato da una serie di contrapposizioni: tra Nord e Sud, o meglio tra i diversi Nord e i diversi Sud che compongono la penisola; tra chi abita in un territorio dinamico e affacciato sull’Europa e chi invece teme di non potersi costruire un futuro se non al prezzo di abbandonare la propria terra; tra chi abita nelle zone spopolate di montagna e chi vive quotidianamente a cavallo di treni e autostrade. Tra adulti e giovani che faticano ad ascoltarsi reciprocamente e ad assumersi le proprie responsabilità; tra italiani impauriti e migranti in fuga dalla morte. Tra cittadini e istituzioni, tra politica e società. Tra rispetto dell’ambiente e crescita economica, tra profitto e dignità dei lavoratori. Tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Siamo divisi anche tra credenti e non credenti, e qualcuno tenta di tracciare solchi persino dentro la comunità ecclesiale.

In questo senso, mi sembra valga la pena aggiungere una sottolineatura: l’aspetto più preoccupante di questa spinta alla frantumazione e alla contrapposizione è il fatto che la politica pare sempre più intenzionata a enfatizzare e allargare le fratture esistenti, invece che preoccuparsi di ridurle. Ed è per far questo che ricorre a un’accezione distorta di identità, riducendola a una specie di fortino dietro cui ripararsi sollevando i ponti levatoi. Ma ogni identità, tanto quella personale quanto quella collettiva, è sempre, per sua stessa natura, un’esperienza relazionale, una dinamica aperta, il prodotto di un insieme composito di somiglianze e differenze, di influenze reciproche, di appartenenze molteplici. Identità è apertura all’altro, necessariamente, fin dalla nascita. È quello che ci insegnano la ragione e l’esperienza, ma anche la nostra fede trinitaria. Ed è quello che inscrive dentro il nostro cuore il nostro saperci fratelli, appartenenti all’unica famiglia umana, in quanto figli di un solo Padre. Vale per ciascuno di noi, singolarmente, ma vale anche per tutti noi come popolo. Proprio per questo abbiamo un grande bisogno, come ha ribadito in più occasioni il presidente Mattarella, di riscoprire e rilanciare le ragioni del nostro stare insieme, del nostro essere una «comunità di vita», del nostro camminare gli uni a fianco degli altri.

Il Papa propone ormai da anni il tema anzi il metodo della sinodalità, cioè il camminare insieme, il conoscersi, il fare qualcosa insieme, alto e basso che si intrecciano armoniosamente. Si avverte però un po’ di fatica a capire bene come realizzare questa sinodalità all’interno della Chiesa e della società, come mai?

Le dinamiche che caratterizzano le due sfere sono differenti, e dunque sono in buona parte differenti, penso, anche le ragioni delle fatiche che si registrano dentro di esse dal punto di vista della difficoltà a camminare insieme. Tuttavia una radice comune può forse essere individuata nella resistenza ad accettare la fatica e il tempo necessari a un autentico ascolto reciproco (e ancor più alla radice all’ascolto del mondo, delle domande, delle paure, dei dubbi e delle delusioni che abitano il cuore delle persone) e a un confronto libero e responsabile tra punti di vista, esperienze, sensibilità e bisogni differenti. Due condizioni indispensabili per ogni esperienza sinodale. Condizioni che postulano la disponibilità a non sapere in precedenza quale potrà essere il punto di arrivo del percorso, accettando il rischio di incamminarsi ugualmente. Se sinodalità significa camminare insieme, allora non può voler dire mettersi in strada con l’intenzione di condurre i compagni di viaggio a un punto di arrivo cui si è già convinti di dover giungere, lungo una rotta predefinita, anche quando la comune direzione generale è chiara. Non può nemmeno voler dire che qualcuno corre avanti mentre qualcun altro rimane indietro. Come sa chi frequenta i sentieri di montagna, camminare insieme chiede la prudenza di procedere senza strappi e la saggezza di rispettare il passo di ciascuno.

Mi pare che queste caratteristiche siano state la cifra dell’intervento di Papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze. Non ha suggerito iniziative e priorità o dato indicazioni operative, ma ha sollecitato la Chiesa italiana a mettersi «in movimento creativo» per «avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni». Il magistero di Papa Francesco è così: un pronunciarsi che non chiude i discorsi, ma li apre, avvia processi anziché tirare le somme. Che dice fate, non cosa fare. Dice pensate, non cosa pensare. Anche quando questo può creare inquietudine e generare timore, perché costringe ad avventurarsi in spazi aperti senza navigatore. È in questo modo che può realizzarsi un intreccio armonioso tra un percorso dal basso e uno dall’alto, tra la partecipazione di tutto il gregge e la guida dei pastori.

La condizione perché ciò avvenga, però, è che ci sia fiducia reciproca. Fiducia, in particolare, in quella «immensa maggioranza del popolo di Dio» che sono i laici. Nella loro fede, nella loro passione per la Chiesa e per il mondo, nel loro senso di responsabilità e nelle loro competenze. Da questo punto di vista, avrebbe senso che per non correre il rischio di ridurre l’idea preziosa di un sinodo della Chiesa italiana a una “cosa da fare”, che magari una volta fatta corra il rischio di essere messa da parte per passare ad altro, come a volte purtroppo accade, ci preoccupassimo fin da ora di far crescere un modo di essere Chiesa e delle modalità di lavoro costantemente improntate alla sinodalità. Creando occasioni ordinarie e spazi stabili di confronto, elaborando forme adeguate e possibili di corresponsabilità, valorizzando le esperienze che già sperimentano almeno in parte la grazia di questo modo di essere Chiesa.

Quando si dice “Chiesa italiana” può scattare l’automatismo per cui si pensa alla Cei o al Vaticano, ma la Chiesa non è né l’una né l’altro, la Chiesa è il popolo di Dio. E allora quale può essere il ruolo del popolo cattolico in questa situazione critica dell’Italia?

Direi che il suo ruolo principale deve essere proprio quello di essere popolo. Cioè di continuare a intessere dentro la società del nostro Paese una trama ricca di legami tra le persone, le famiglie, le comunità, le formazioni sociali, i territori. Rafforzando e facendo crescere quel tessuto di vincoli solidali, di spazi di corresponsabilità e di partecipazione alla cosa pubblica che già rappresentano la spina dorsale dell’Italia, ciò che la tiene in piedi. Questo significa essere popolo, una realtà molto diversa da quella somma di individui raccolta attorno a un capopopolo con cui lo identificano i populismi.

Credo che proprio qui possiamo intravedere una possibile risposta a quella che Papa Francesco individua, fin dall’esordio dell’Evangelii gaudium, come la tentazione peggiore con cui si deve misurare l’uomo contemporaneo e perciò come la sfida decisiva per la missione evangelizzatrice della Chiesa: quella «tristezza individualista, che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata». Forse una responsabilità specifica spetta, in questo senso, a tutte quelle realtà che nella Chiesa interpretano in maniera particolarmente significativa questa dimensione, questo mettere insieme le persone, le famiglie, le generazioni, i territori, le comunità. Penso a tutte le esperienze di aggregazione, alle associazioni e ai movimenti, che devono mettere questa loro capacità a servizio non solo dell’intera comunità ecclesiale, ma dell’intero Paese. Proprio l’associazionismo può rappresentare per la nostra società un anticorpo sano, in grado di combattere il virus individualista che genera dentro il corpo della nazione processi di disgregazione dei legami sociali.

Abbiamo poi il dovere, come comunità di credenti, di tentare di tradurre in proposte buone per la vita del Paese quello straordinario patrimonio di esperienze, iniziative, idee, persone e valori che la nostra storia ha prodotto nel tempo e che la vitalità della realtà di cui siamo parte continua a generare. Declinando progetti e percorsi concreti attorno a cui confrontarci insieme a tutti coloro che hanno a cuore il presente e il futuro dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

Vaticano, 7 giugno 2019

Vogliamo dedicare il weekend formativo, primo appuntamento della proposta estiva dell’Azione Cattolica diocesana, che si terrà sabato 15 e domenica 16 giugno, ad iniziare insieme il percorso assembleare.
Vorremmo che il modulo formativo estivo fosse un tempo ed un luogo di confronto, per rafforzare le belle relazioni, per ascoltare la Parola e le parole che suscitano idee, nella convinzione che insieme si va più lontano. Ecco perché è fondamentale che ogni presidente parrocchiale, ciascun consigliere territoriale o diocesano, tutti gli aderenti si sentano interpellati come protagonisti della vita associativa, portatori di quel Bene che vogliamo condividere e custodire insieme.
Sabato 15 giugno, presso l'Abbazia di Maguzzano, dalle ore 14.30, ci aiuterà ad avviare la riflessione Gioele Anni, consigliere nazionale del settore giovani, che tutti abbiamo riconosciuto nelle giornate del Sinodo dei Giovani. Egli riprenderà le parole che PapaFrancesco ha consegnato il 27 aprile 2017 al Fiac (Forum Internazionale dell’Azione Cattolica) e quindi anche all’AC nazionale, diocesana e a ciascuna associazione territoriale. Da questa “magna charta” emergono temi e modi che delineano il futuro dell'Azione Cattolica. Nelle attività laboratoriali tradurremo le parole in attenzioni, attività, percorsi, progetti, concreti e sostenibili. Il Consiglio diocesano di domenica mattina raccoglierà e condividerà gli esiti dei laboratori come modalità di essere discepoli missionari nella Chiesa e nel mondo, pronti ad uscire, a spalancare le porte per incontrare Cristo nei fratelli. La preghiera della liturgia delle ore, la celebrazione eucaristica, il dialogo fraterno, che vivremo in quei due giorni, esprimono la cura della vita  interiore, nutrimento della vita quotidiana.

Da Patmos a Salamanca, da Praga a Parigi, Lisbona, Berlino, Londra, Copenhagen e lungo il Cammino di Santiago scorrono le istantanee di eventi lontani e di drammi recenti. E si profila il volto dei testimoni che hanno segnato il secolo scorso: Miguel de Unamuno, Etty Hillesum, Dietrich Bonhoeffer... Europa una mappa interiore (Ave, Roma 2019) di Pietro Pisarra - giornalista e sociologo, vive a Parigi – è un originale viaggio tra storia, letteratura e spiritualità nei luoghi in cui è stata forgiata la nostra memoria collettiva, una mappa interiore alla ricerca di ciò che sta cambiando nel nostro continente e mette in crisi la stessa idea di Europa.

Qui vi proponiamo l’Introduzione.
«Non si viaggia per piacere. Siamo scemi, ma non fino a questo punto», dice un personaggio di Samuel Beckett nel romanzo Mercier e Camier (1970).
Ma allora perché si viaggia? Ognuno di noi potrebbe elencare le proprie ragioni. Tutte più o meno giuste, più o meno nobili. C’è chi viaggia per necessità, per fuggire la guerra o la fame, chi per lavoro, per curiosità o per noia. Perché, prima di essere sapiens, l’uomo è viator, in cammino, sulla strada.
Nella preistoria del mito c’è un viaggio. Un viaggio cosmico. Quello di Gilgameš, di cui si trovano gli echi anche nella Bibbia.
Disperato per la morte dell’amico Enkidu, Gilgameš vaga per la steppa, scala montagne, uccide orsi, iene, leoni, naviga per tutti i mari, attraversa paesi pieni di insidie e, da precursore di Orfeo, si inoltra nel regno dei morti alla ricerca dell’amico «diventato argilla». A che pro? Tremila anni prima della nostra èra, la saga dell’eroe mesopotamico lascia trasparire l’inquietudine esistenziale legata all’avventura del viaggio: «Perché ti sei agitato tanto? Che cosa hai ottenuto? Ti sei indebolito con tutti i tuoi affanni; hai riempito il tuo cuore soltanto di angoscia».
Si agita tanto anche Odisseo, ma lui, l’eroe moderno per eccellenza, una ragione ce l’ha. Il suo viaggio è un ritorno. Costellato di ostacoli, di incantesimi, di trappole. Nel doppio tentativo di tornare nel luogo delle origini e di ritrovare ciò che si è stati. Perché, se è vero quanto afferma il poeta latino Orazio («Caelum, non animum mutant, qui trans mare currunt»), è anche vero che il viaggio non lascia indenni. Se la natura umana non cambia, cambia, eccome, da un cielo all’altro, l’animo dei naviganti.
Dopo vent’anni di peregrinazioni, Odisseo è mutato nell’aspetto, se a riconoscerlo sono soltanto il cane fidato e una vecchia ancella. Ma più numerose dei segni esteriori sono le cicatrici invisibili, il veleno dolce amaro instillato giorno per giorno dalla nostalgia, il dolore del nostos, il ritorno.
Non c’è, però, un solo Odisseo. Nel nostro immaginario ce ne sono almeno due. «C’è un Ulisse centripeto», ricordava Beniamino Placido in un vecchio articolo («La Repubblica», 2 luglio 1992). «Il suo percorso è sì avventuroso, ma non rettilineo, bensì circolare. Non è uno spericolato viaggio verso l’ignoto; è un ritorno». Un nostos, appunto: da Itaca va a Troia, poi, tra mille deviazioni, di nuovo a Itaca. È il primo Ulisse, l’Ulisse di Omero.
Ma c’è anche l’altro, l’Ulisse centrifugo del ventiseiesimo canto dell’Inferno dantesco, l’esploratore insaziabile e irrequieto che si spinge oltre le colonne d’Ercole della conoscenza, sempre alla ricerca del nuovo. È l’Ulisse che incarna lo spirito della modernità occidentale, la razionalità tecnica, l’homo faber che rischia di trasformarsi in apprendista stregone o in dottor Stranamore quando si lascia dominare dalle sue stesse scoperte.
Centripeto o centrifugo, il viaggio implica sempre una trasformazione. E forse anche per questo esso è la prima metafora della vita. Cos’è la nostra esistenza, se non un viaggio, dalla nascita alla morte? Un pellegrinaggio segnato da incidenti, contrattempi, cambi di percorso, ma dall’esito prevedibile. E ineluttabile, come la morte del racconto orientale che aspetta il viaggiatore a Baghdad o a Samarra e a cui ci si illude di sfuggire cambiando direzione.
Anche nella Bibbia è un via vai continuo. Viaggiano i patriarchi d’Israele, viaggiano Giuseppe e i suoi fratelli, viaggia Rut la moabita, viaggia, anzi fugge il profeta Giona, viaggia Tobia, accompagnato dall’arcangelo Raffaele. E quando si tratta di definire la Legge, ecco le immagini della via o della strada. Se Gesù è un rabbi itinerante che di sé stesso dice: «Io sono la Via» (Gv 14,6), «quelli della Via» sarà il primo nome, il più antico, del cristianesimo nascente (At 9,2).
Nella storia della cultura si afferma col tempo anche l’idea del viaggio interiore, alle profondità del cuore e della mente. Viaggio non di rado tortuoso, alle prese con nemici invisibili e con il primo giudice delle nostre azioni, la coscienza.
Con l’avvento della civiltà di massa, da esplorazione, scoperta o esilio il viaggio diventa turismo, svago obbligato. Che sarà troppo facile criticare per la sua superficialità o futilità. «Vale la pena fare il giro del mondo per contare i gatti di Zanzibar?», scrive a metà dell’Ottocento il naturalista americano Charles Pickering.
Si potrebbe obiettare che i gatti di Zanzibar sono un argomento affascinante quanto i cani di Londra e quelli della Pennsylvania: basta saperli guardare. Ma gli strali contro i poveri turisti diventano un genere letterario autonomo, riempiono le gazzette. Uno sport senza conseguenze, a giudicare dal numero dei viaggiatori ai nostri giorni.
«Bisogna partire? Restare?», chiedeva Baudelaire. «Se puoi restare, resta», è l’amara risposta. Perché ovunque si vada è impossibile sfuggire alla nostra immagine: «un’oasi di orrore in un deserto di noia». Eppure lo spleen esistenziale si vince anche così: muovendosi, viaggiando, dialogando con chi coltiva abitudini, tradizioni, aspirazioni diverse dalle nostre. E poi – scrive il poeta turco Nazim Hikmet – c’è sempre un viaggio da fare, il più bello:
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.

***
Il nostro è un viaggio tra storia, letteratura e spiritualità nei luoghi in cui si è forgiata la memoria collettiva, una mappa interiore alla ricerca di ciò che sta cambiando nel vecchio continente e mette in crisi la stessa idea di Europa.
Da Patmos a Salamanca, da Praga a Parigi, Lisbona, Berlino, Londra, Copenhagen lungo il Cammino di Santiago e in altre tappe, scorrono così le istantanee di eventi lontani e di drammi recenti. E si profila il volto dei testimoni che hanno segnato il Novecento, Miguel de Unamuno, Etty Hillesum, Dietrich Bonhoeffer…
È un viaggio tra capitali e luoghi periferici, là dove, come scrive Iosif Brodskij a proposito di Istanbul, la geografia provoca la storia. Dove sono ancora visibili le cicatrici delle tragedie di ieri. E dove, per contrasto e tra mille difficoltà, si concretizza la realistica utopia di un’Europa unita, pacifica, senza le guerre che ne hanno funestato la storia. Non c’è Sarajevo, non c’è Auschwitz, dove l’Europa è sprofondata nella notte più cupa. Ma in filigrana il ricordo di quei drammi percorre tutto il racconto.
Oggi è fin troppo facile attaccare l’Europa. L’Europa dei mille regolamenti, dei burocrati e dei tecnocrati. Dimenticando le opportunità, i progressi, i vantaggi derivati dalla caduta dei muri e delle frontiere. Ne sa qualcosa la generazione Erasmus che dell’Europa ha fatto esperienza concreta. Ne sanno qualcosa quanti viaggiano per lavoro o per svago. E che contribuiscono a disegnare il volto di un’Europa accogliente, ospitale, al di là degli slogan di miopi politicanti, di apprendisti stregoni che agitano, con foga tribunizia, gli spettri del passato, riaccendono il fuoco di un nazionalismo portatore di sciagure e rianimano, con mille artifici retorici, una mitologia di paccottiglia.
Se l’Europa – come mi disse in un’intervista di alcuni anni fa Jean Delumeau – è il cristianesimo più l’illuminismo, l’universalismo cristiano e un’idea di tolleranza, i diritti umani e la razionalità scientifica, Erasmo e Galileo, Bruegel e Leonardo, allora quanti brandiscono il Vangelo e il rosario come armi, quanti invocano a parole le radici cristiane per poi tradirle nei fatti, sono soltanto mediocri propagandisti che si scagliano contro un’immagine caricaturale dell’Europa.
A quella definizione del grande storico francese si può aggiungere che l’Europa è anche l’epica e il mito dei greci, le luci di al-Andalus e dei filosofi arabi, è l’eredità di Gerusalemme, dei suoi profeti e dei suoi sapienti. È il disincanto di Montaigne e il riso di Rabelais, la honra, l’onore per cui combatte don Chisciotte, sia pure contro i mulini a vento, l’utopia di Thomas More, più che mai attuale, al tempo della Brexit. È la pietas di Enea che porta sulle spalle il padre Anchise. Perché l’Europa, terra di migranti, è meticcia e accogliente per definizione.
Questi reportage sono nati da un’idea di Giovanni Ferrò, caporedattore di «Jesus», che li ha ospitati sul suo giornale e che vorrei ringraziare, come ringrazio il direttore Antonio Rizzolo e il condirettore Vincenzo Vitale per averne permesso la nuova pubblicazione.
Qui li ripropongo in una versione rivista e ampliata, come contributo al dibattito che agita la classe politica e che spesso è falsato da fake news e retorica nazionalista.
È una piccola avventura, che comincia da Patmos, l’isola dell’Apocalisse, e si conclude a Gerusalemme, Europa fuori dall’Europa.

"Perchè cercate tra i morti colui che è vivo?
Non è qui, è risorto"