Alle prese con un dibattito politico fatto per lo più di rese dei conti e reciproche accuse di tradimento, dentro i partiti e dentro le coalizioni, tra vecchi e nuovi alleati, di un tempo e di oggi, in contro tendenza vi proponiamo questo testo di Vittorio Bachelet - di cui a breve ricorderemo il quarantesimo dalla scomparsa per mano brigatista tratto da Persona e bene comune nello Stato contemporaneo (1964). Una “lezione” sull’educare al senso del bene comune più che mai valida. Soprattutto utile per chi si professa classe dirigente. 

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Vi è una educazione al bene comune (meglio si potrebbe dire al senso del bene comune o all’impegno personale per il bene comune) che riguarda in modo speciale il periodo tipico della educazione dell’uomo: l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza. E vi è una educazione al bene comune che si deve proseguire usque ad vitae supremum exitum. Vi è una educazione di fondo alla consapevolezza delle responsabilità sociali e vi è una educazione specifica al senso del bene comune proprio della comunità politica.

Educare al senso del bene comune vuol dire formare a un retto e vigoroso ideale, aiutando l’uomo a impadronirsene con l’intelligenza e ad adeguarvi la sua formazione spirituale morale e tecnica. Vuol dire formare l’uomo a una lineare aderenza agli essenziali immutabili principi della convivenza umana e in pari tempo al senso storico, alla capacità cioè di cogliere il modo nel quale quei principi possono e debbono trovare applicazione fra gli uomini del suo tempo; vuol dire altresì rendere consapevole l’uomo della necessità di attrezzarsi spiritualmente, intellettualmente, moralmente, tecnicamente per divenire capace di attuare concretamente quei principi nella concreta convivenza umana in cui è chiamato a vivere.

Per quanto riguarda il periodo formativo dall’infanzia alla giovinezza, va subito rilevato come le profonde e rapide trasformazioni che sono attualmente in corso in tutte le dimensioni della convivenza umana rendono più difficile l’educazione al senso del bene comune, ma nello stesso tempo la rendono anche più necessaria e forse più libera e feconda. Infatti, in periodi di lunga stabilità dei rapporti e delle istituzioni sociali vi è una certa naturale tendenza a identificare i principi veramente immutabili del bene comune con le sue concrete dimensioni storiche, solo di fatto immutate per un lungo periodo di tempo.

Ciò rende in pratica assai più facile l’educazione a modi di vita personale e a valori di solidarietà umana concretizzati ad esempio in certe specifiche tradizioni familiari (ad es. la carriera militare intesa come servizio alla casa regnante o alla nazione) o cittadine, o di gruppo (ad es. nobiliare, o contadino ecc.) o nazionali e così via. In questa situazione l’ambiente (la famiglia, la scuola, le amicizie, la professione) convergono a edificare nel giovane valori ideali e propensioni al bene comune in cui coincidono motivazioni di principio e motivazioni che diremmo «storiche»: senza grave danno e anzi con vantaggio ove queste ultime interpretino davvero l’atteggiarsi concreto delle esigenze del bene comune in un periodo determinato. Con il pericolo, tuttavia, sempre presente – per quella tendenziale identificazione fra principi perenni e ideali storici – di un’assolutizzazione di valori di per sé anche buoni, ma pur tuttavia sempre relativi (gli esempi storici sono molteplici: basti pensare al militarismo di determinate caste; al classismo; al nazionalismo ecc.).

Quando le istituzioni e i rapporti sociali sono in rapida e profonda trasformazione, quegli ideali «storici» sono rapidamente superati e talora travolti e il giovane non s’inserisce in una convivenza chiaramente delineata secondo modelli e valori stabili; mentre d’altra parte i principi perenni del bene comune, che non sembrano stabilmente incarnarsi in una concreta comunità politica, rischiano di apparire astrazioni o, al massimo, un codice di leggi scritte in cielo e non sulla terra dei figli degli uomini.

I giovani vivranno in una società diversa da quella in cui hanno vissuto coloro che dovrebbero educarli al senso del bene comune; anzi, probabilmente vivranno da adulti in una società molto diversa da quella in cui oggi hanno cominciato a vivere. Donde la necessità di una formazione – anche sotto il profilo dell’educazione al bene comune – sempre più legata ai valori e ai principi essenziali e nello stesso tempo sempre più staccata e insieme sempre più sensibile ai concreti contenuti storici che l’evolversi della convivenza umana viene dando all’ideale concreto di bene comune. Del resto non è affatto detto che fra quella sicura coerenza e le trasformazioni storiche della comunità politica vi debba essere non dico contrasto, ma anche solo diversità e difficoltà; così per esempio il superamento del mito della sovranità statale inteso come valore assoluto e intangibile, e la dimostrata necessità di sempre più larghe intese tra i popoli non solo per garantire la pace ma anche come condizione di attuazione di un bene comune non più raggiungibile dal solo potere dello Stato nazionale; questo processo, dicevo, è pienamente omogeneo a quanto affermato dalla dottrina sociale cristiana e dal magistero pontificio. La nuova realtà internazionale infatti è forse in qualche modo più vicina oggi agli insegnamenti di Leone, di Benedetto, di Pio XI, di Pio XII, di Giovanni, di quanto non lo fosse ad esempio la realtà del primo decennio del secolo.

Questa prospettiva di educazione, che comunque, in linea generale appare, certamente più difficile – e non priva di rischi, fra i quali primissimo quello del relativismo di tipo storicistico, e, forse ancor più, quello del semplice rifiuto dello stesso ideale di bene comune – è tuttavia oggi proprio per questo più necessaria. Se non si distinguono con chiarezza i valori perenni e immutabili del bene comune dai suoi mutevoli contenuti storici, si rischia che dall’inevitabile mutare dei secondi finiscano per apparire travolti anche i primi («les lois qui imposent comme nécessaire ce qui est indifférent ont cette inconvénient qui font retenir indifférent ce qui est nécessaire»: ha scritto Montesquieu). Questa educazione è necessaria anche perché se a tali principi non si fa riferimento, cessando il giudizio basato sulle tradizioni e sul costume – che cambiano – non rimarrebbe altrimenti alcun criterio di giudizio.

Ma questa prospettiva è anche – bisogna riconoscerlo – più libera e può essere perciò più feconda; non consente di tramandare tralaticiamente da padre in figlio un tesoro sicuro e sempre in tutto identico di valori per la convivenza, ma impone, alle nuove generazioni, nuove scoperte della esperienza della società che si trasforma, e nuove responsabili scelte per la costruzione di una società migliore, cioè di un bene comune più compiutamente realizzato nella nuova situazione storica.

Questa maggiore libertà e questa più grande responsabilità delle giovani generazioni richiedono dunque innanzitutto una più solida formazione ai fondamenti essenziali e perenni del bene comune. E ciò:

a) sotto il profilo della conoscenza e dei valori ideali. Non bisogna stancarsi di ridare a ogni generazione di giovani il senso profondo della vita dell’uomo nella società degli uomini; radicandolo nella visione religiosa fondamentale dell’uomo, della sua creazione, della sua caduta, della sua redenzione, del suo rapporto con Dio, della sua chiamata e responsabilità individuale e della sua solidarietà con tutti i fratelli, delle sue possibilità stupende di bene e dei suoi limiti quaggiù. Si tratta soprattutto di dare al giovane la linea fondamentale della sua vocazione personale, individuale e comunitaria, della sua dipendenza dalla Provvidenza e della sua responsabilità– verso la stessa Provvidenza di Dio – di costruire una vita migliore per sé e per i fratelli. Si tratta altresì di dargli non già una serie di nozioni o di soluzioni di casi, ma le linee di fondo per una gerarchia dei valori essenziali che possa essergli di guida in ogni contingenza anche imprevista della vita della comunità;

b) sotto il profilo della formazione morale: delle virtù teologali ma altresì delle cardinali e in genere delle virtù anche solo umane. Quanto più incerte siano le carte della rotta tanto più è indispensabile una bussola sicura nella coscienza di ognuno. È necessario formare i giovani alla responsabilità, alla saggezza, al coraggio e, naturalmente, alla giustizia. In particolare dovrà coltivarsi nei giovani la virtù della prudenza, che essendo virtù propria del governo in genere, è anche quella che principalmente presiede ai rapporti della convivenza politica, specie là dove quest’ultima sia democraticamente ordinata e tutti quindi in qualche modo partecipano alla direzione della cosa pubblica. È la prudenza che aiuta a evitare di confondere l’essenziale e il rinunciabile, il desiderabile e il possibile; che si muove secondo la scala gerarchica dei valori, in relazione alle concrete esigenze storiche; che suggerisce volta a volta il coraggio più audace o la doverosa cautela; aiuta a valutare i dati di fatto in cui l’azione deve svolgersi, e consente il realismo più efficace nella coerenza ai valori ideali; che, nell’adeguare i mezzi al fine da raggiungere eviterà ogni facile mimesi di mezzi che altri usino per il raggiungimento di altri fini; che fa comprendere la necessaria gradualità di ogni miglioramento e di ogni rinnovamento della comunità politica, che richiedono – per essere efficaci e duraturi – la dovuta maturazione. Si dovrà ancora coltivare la fortezza, contro le tentazioni tipiche della vita della comunità politica e in connessione con la responsabilità delle scelte, delle iniziative, delle coraggiose opere, della costanza e della pazienza che sono richieste a chi in tale comunità voglia vivere non da turista ma da costruttore. Si dovrà, infine, coltivare l’umiltà che implica vero spirito di servizio e sola può evitare il pericolo – tipico in relazione al tema che stiamo esaminando – di trasferire l’attiva generosità di impegno del singolo in una sorta d’identificazione della propria persona e della propria affermazione con il bene comune e l’affermazione del bene comune;

c) sotto il profilo della preparazione culturale, professionale, tecnica. Il bene comune non è tanto oggetto di contemplazione, quanto di operazione. La serietà dell’impegno a realizzarlo è misurata non tanto dai discorsi– retrivi, equilibrati, avventurosi che siano – quanto dalla serietà della preparazione dei giovani che si propongono di attuare più compiutamente il bene comune nella società di domani in cui essi vivranno e opereranno come principali responsabili. Com’è stato rilevato nella Mater et magistra e nella Pacem in terris, è dalla efficace applicazione di sicure competenze alla luce di sicuri principi che si possono sperare migliori dimensioni della convivenza umana;

d) sotto il profilo della sensibilità storica. Si tratta di educare a una consapevole attenzione alla realtà della società umana nella quale i giovani saranno chiamati concretamente a vivere: giacché essi non ricevono un modello accettato di bene comune, ma sono chiamati a riscoprirlo essi stessi ricostruendo a loro volta la sintesi tra i principi immutabili e la realtà mutata. Di grande giovamento è anche qui il magistero della Chiesa che, aiutando gli uomini a scoprire i «segni dei tempi», li indirizza autorevolmente anche in questo difficile compito; esso tuttavia stimola, non esaurisce né sostituisce l’impegno personale di studio, di valutazione, di giudizio;

e) Sotto il profilo specifico della sensibilità e moralità civile. Si tratta di educare i giovani al rispetto delle oneste leggi della convivenza politica: le quali anche quando determinino obbligazioni e diritti in materie di per sé opinabili (e sempre che non impongano il male; giacché in questo caso si dovrebbe obbedire piuttosto a Dio che agli uomini) vanno rispettate, perché l’autorità che le impone viene da Dio e perché l’ordinata convivenza della comunità politica lo esige. È compito, semmai, dei cittadini, quello di promuovere nei modi previsti dall’ordinamento l’approvazione di leggi migliori o la abrogazione di quelle inutili o comunque superate.
(...)

Tratto da: Persona e bene comune nello Stato contemporaneo. Atti della XXXVI Settimana sociale dei Cattolici italiani. Pescara, 30 maggio-4 giugno 1964, Scuola tipografica Don Orione, Roma 1965, pp. 219-232. Il testo dell’intervento di Vittorio Bachelet è pubblicato integralmente in Vittorio Bachelet, Scritti civili (a cura di Matteo Truffelli), Editrice Ave, Roma 2005.

Nel 15esimo anniversario della scomparsa del Presidente Gaetano Cigognini, "Abitare una casa accogliente", domenica 5 gennaio 2020 a Casalpusterlengo

Accogliamo l'appello di Papa francesco "a seguirlo sulla via dell'umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce.

E' un appello ad incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi".

Buon Natale!

di Marco Zanoncelli*

31Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». 37Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». 40E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». 41Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». 44Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». 45Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». 46E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Il testo del celebre giudizio escatologico si colloca nel capitolo 22 del vangelo di Matteo. Seguendo la proposta di strutturazione del Vangelo elaborata da Lohr, il primo vangelo si articola attorno a cinque discorsi fondamentali di Gesù, alternati da sezioni narrative più o meno ampie. I cinque discorsi, nelle intenzioni dell’evangelista, vorrebbero costituire una sorta di Nuovo Pentateuco, una nuova Torah, la nuova legge che il Cristo comunica a compimento della prima legge mosaica. Troviamo così il “discorso della montagna”, dal capito 5 al 7, una sorta di Magna Charta del vangelo di Matteo in cui viene esposto il “manifesto fondamentale” del nuovo Rabbì. Vi è poi il “discorso di invio in missione” che occupa i capitoli dal 9 all’11: qui il maestro istruisce i suoi discepoli sullo stile e sul senso dell’annuncio del Vangelo. Segue poi il “discorso parabolico” del capitolo 13 nel quale Gesù racconta il mistero del Regno di Dio che viene. Vi è poi il quarto discorso, raccontato al capitolo 18: esso è principalmente rivolto ai discepoli e ha come tema la “vita comunitaria”. Chiude questa raccolta l’ultimo discorso che occupa i capitoli 23, 24 e 25 e che parla delle “cose ultime”, degli eventi escatologici su cui il Maestro istruisce i suoi discepoli. È proprio al termine di questo ultimo discorso che troviamo il brano che abbiamo appena ascoltato.

Questo brano, che risuona nelle nostre comunità tutti gli anni, nella Festa di Cristo Re, ultima domenica del tempo liturgico prima dell’apertura del tempo di Avvento, si offre ad una pluralità di significati e di piani di lettura, che ne hanno fatto uno dei brani che più di altri hanno suscitato l’attenzione di commentatori e biblisti. Vorrei qui raccogliere alcune semplici pensieri, senza alcuna pretesa né ambizione, attorno a tre idee e a tre conseguenti inviti che sento rivolti alla nostra comunità associativa e, più in generale, alla nostra dignità battesimale.

Matteo immagina il giudizio definitivo come una maestosa scena, dal sapore apocalittico, nel quale, le diverse generazioni umane che si sono succedute nei secoli sulla terra si presenteranno davanti al grande Re, seduto con potenza sul suo trono, il quale compirà il Giudizio finale: la sua parola separerà, come un pastore fa con il gregge, le pecore dalle capre, ponendo le prime alla sua destra e le seconde alla sua sinistra.

1 - La prima caratteristica che colpisce di questa multiforme comunità costituita da tutti i popoli della storia, è la loro apparente, ma assai significativa, inconsapevolezza. Il Re esprime il suo giudizio, che per i primi è di benedizione mentre per i secondi è di rimprovero, ma entrambi i gruppi umani paiono come stupiti dalla parola e dalla valutazione del Re. Sia le pecore sia le capre (per restare nella simbologia matteana) appaiono stupite ed incredule del giudizio su di loro espresso, come se questo giungesse come una parola inattesa e, in qualche modo non prevista. Stando alla narrazione evangelica, gli eletti non accolgono quelle parole come un ambito riconoscimento dei propri sforzi e delle proprie azioni, non come il coronamento di un’esistenza di sacrifici e di impegno. Allo stesso modo i dannati esprimono una reazione di sorpresa e dubbio, giacché, al pari dei primi, si sentono in dovere di chiedere al Re il motivo di un giudizio così severo e definitivo.

Confessiamolo: questa scena finale della storia un poco stona con una certa visione tradizionale della nostra vita e del nostro impegno nel cammino di fede. Nella nostra visione un po’ limitata e meschina, ci immaginiamo il giudizio di Dio come una sorta di resa dei conti con il Grande Re, con il quale, sistemare, come faremmo con un preciso e pignolo ragioniere, le nostre entrate e le nostre uscite. Come si trattasse di una contabilità in partita doppia, ci immaginiamo di scrivere sulla colonna di sinistra le cose buone che abbiamo fatto e su quella di destra i nostri peccati e le nostre mancanze, per giungere ad un bilancio finale nel quale sarà certificato se la contabilità della nostra vita è in positivo o in perdita.

Leggendo le pagine di Matteo, la scena si presenta in modo assai diverso: i buoni ed i cattivi paiono inconsapevoli delle azioni che hanno o non hanno fatto, tanto da accogliere la parola di giudizio del Re come una vera rivelazione.

Penso ci sia qui un primo elemento su cui riflettere e da cui lasciarsi interpellare. Tento una mia lettura di questo inequivocabile e palese elemento del racconto. Dubito che l’inconsapevolezza degli uni e degli altri sia da attribuire a una loro mancanza di lucidità o presenza intellettuale né a una loro scarsa volontà di comprendere quanto stavano compiendo. Ritengo che la ragione sia più profonda e meno scontata. Forse, ma qui l’avverbio dubitativo è quanto mai necessario, questa limitata intellegibilità del comportamento umano non è legato ad un difetto della vista e della coscienza dell’uomo, quanto alla intrinseca opacità del reale.

Il Vangelo di Matteo ci racconta di una realtà che non è trasparente, immediata, chiaramente interpretabile né serenamente cristallina. Il mondo di Matteo, così come il mondo in cui ciascuno di noi vive, è un mondo ambivalente, misterioso, talvolta velato e ombroso, enigmatico ed evasivo. È un mondo in cui il bene ed il male, la gioia ed il dolore, il successo ed il fallimento, l’amore e l’odio, non emergono come dati insindacabili ed evidenti ma restano come immersi in una intrinseca e naturale ambivalenza ed ambiguità. Capita così di interrogarsi: “La parola che sto dicendo è una comunicazione vera e sincera o, nell’apparente bellezza, si cela una forma di interesse ed egoismo? Nel mio gesto di attenzione verso un fratello sono animato da una sincera generosità o in esso sto nuovamente affermando me stesso ed il mio infantile narcisismo? Quanto è appena accaduto nella mia vita (una promozione, un incontro, un successo, una caduta o qualunque cosa possiate immaginare…) è qualcosa che promuove la mia umanità o è un inciampo nel mio cammino di crescita? Quella difficile decisione che devo prendere in ufficio, a scuola, sul lavoro, sarà la scelta giusta in quella situazione o rischio di fare danni agli altri e a me stesso?

Se ci riflettiamo con attenzione, l’atteggiamento dubbioso ed incerto di eletti e dannati non è un tratto così lontano dalla nostra comune e quotidiana esperienza: anche noi, come le pecore e le capre del racconto di Matteo, non sappiamo sempre con certezza se quello che facciamo sia un gesto di vero bene o se esso, sotto una superficiale melassa di bene, non contenga magari un seme di male e di divisione.

Insomma: la realtà ci si presenta sempre come un dato ambivalente, che chiede di essere interpretato, compreso, accolto e capito il più delle volte con fatica e travaglio e con il dubbio di aver mal inteso quanto accade fuori e dentro di noi.

Questa opacità del reale appella ed invoca necessariamente una parola capace di sciogliere il nodo intricato che abita le cose. Solo la parola è in grado di sciogliere l’ambivalenza delle cose, di manifestare un senso, una direzione, un giudizio, un verso che possiamo riconoscere ed onorare. Attraverso la parola possiamo comprendere e appropriarci di quello che siamo e di quello che facciamo. La parola è in grado di indagare la profondità del reale e di farne emergere il senso più pieno ed autentico. La parola, ogni parola, non ha solo un potere comunicativo ed informativo; essa sa aprire orizzonti, sa disvelare mondi, sa spalancare universi di significato che ci resterebbero preclusi senza di essa, senza un Verbum capace di illuminare la nostra vita. Questo accade nella ferialità della nostra esistenza, in quelle mille e piccole parole che accompagnano e ci aprono sentieri esistenziali, ma questo sarà ancora più vero in quella Parola che, nel definitivo di Dio, dirà finalmente un giudizio di verità sulla nostra vita. Grazie a quella Parola definitiva sapremo finalmente chi siamo, da dove veniamo e verso dove siamo diretti; comprenderemo il senso delle cose, del mondo e della nostra vita, degli eventi che ci sono successi e dei legami che abbiamo contratto nel nostro percorso di vita. 

Dio alla fine dei tempi non farà altro che portare a termine quell’atto di creazione che, come ci raccontano le pagine iniziali di genesi, si tradusse in una operazione di “separazione” , di distinzione e di divisione. Dio, con la sua parola, separò la luce dalle tenebre, le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque che son sopra il firmamento, la terra dal mare, le specie dalle specie, il giorno dalla notte, il cielo dalla terra. Seguendo e portando a compimento questo piano stabilito dall’eternità, Dio opererà ancora una separazione tra pecore e capre, tra gli eletti e i maledetti, tra coloro che sono degni di entrare nel suo regno e coloro che ne resteranno esclusi. Sarà la sua Parola a compiere tutto questo: quella medesima parola che aveva creato ogni cosa, porterà a compimento il dono della creazione.

Da questa prima considerazione penso che possiamo accogliere un invito per la nostra vita associativa e personale. È l’invito ad ABITARE LA COMPLESSITÀ DEL REALE.

Credo che la Parola oggi ci inviti, come comunità associativa e come singoli credenti, a restare dentro la complessità del mondo, dentro l’opacità della vita, dentro l’ambivalenza delle situazioni e delle relazioni. Abitiamo un mondo nel quale il Regno avanza con passo deciso ma spesso nascosto, senza fare troppo rumore né con particolare enfasi. Abitiamo un mondo in cui il bene e il male spesso si confondono e si mescolano, nel quale è spesso difficile separare il buon grano dalla gramigna, il seme buono che porta frutto dalla pianta infestante e dannosa. A noi penso sia chiesta la pazienza di abitare questa complessità, senza voglie di fuga, senza tentazioni di precipitose semplificazioni, senza la pretesa di anticipare un giudizio che si manifesterà nella sua pienezza e verità solo nell’eschaton di Dio. Ci è chiesto di restare, di dimorare l’ambiguità del nostro mondo, delle situazioni complicate che viviamo, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità parrocchiali, nelle nostre associazioni e nella più ampia comunità diocesana. Occorre accogliere questa complessità come un appello alla nostra libertà e all’esercizio del nostro discernimento personale e comunitario, con l’umile consapevolezza che la realtà, le persone e le situazioni, nonostante ogni nostro nobile sforzo, resteranno sempre indisponibili alla nostra presa e conserveranno un tratto di misteriosità che solo la Parola del Re saprà sciogliere e disvelare.

2 - Vi è un secondo elemento che credo possa indicarci uno stile ed una direzione all’inizio di questo nuovo anno associativo.

Di fronte alla vasta umanità raccolta di fronte al trono del Re e rappresentante tutti i popoli della terra di ogni tempo e latitudine, il Grande Sovrano rivela un criterio specifico attraverso il quale la complessità e l’ambivalenza della vita possono essere sciolte: è quello che passa attraverso la carne del fratello, attraverso il suo corpo sofferente e bisognoso. Sono le membra degli uomini, ed in particolar modo di coloro che sono poveri, soli, abbandonati, affamati, nudi e reclusi, quel luogo misterioso nel quale la presenza del Figlio di Dio si rivela con speciale intensità e spessore. L’accoglienza o il rifiuto della presenza mistica del Figlio di Dio nel corpo martoriato e indigente dell’uomo diviene il criterio in base al quale è emesso il giudizio e viene stabilito il destino eterno dell’uomo. A coloro i quali, pur senza saperlo, hanno accolto il Cristo nel suo Corpo dolente è offerta l’accoglienza incondizionata e gioiosa nel Regno dei Cieli. Coloro che invece hanno rifiutato tale presenza non sono giudicati degni di abitare la casa del Grande Sovrano.

Matteo, nel suo racconto escatologico, indica nella cura alla carne di ogni uomo sofferente e bisognoso la via di accesso al Mistero della Vita e la concreta possibilità di un’esistenza piena e capace di partecipare alla vita stessa di Dio. Non sarà primariamente a motivo dell’adesione ad una dottrina o al rispetto di astratti criteri morali; non sarà nella corretta professione di fede fatta da labbra spesso ipocrite ed infedeli che verremo giudicati degni del banchetto escatologico. Ma sarà nell’effettiva ed affettiva cura verso il fratello bisognoso che si deciderà il destino di ciascuno di noi; sarà nella passione per quei corpi sofferenti che, in quanto tali, sono ritenuti i più degni di ospitare il grande mistero del Dio fatto Uomo. Forse il tratto squisitamente cristologico di questa accoglienza sta tutta qui: non in una magnanima e filantropica accoglienza dell’uomo povero, ma nella possibilità che ci è offerta, attraverso la fede, di riconoscere in quel fratello, il volto stesso del Cristo. Se è vero che a motivo dell’Incarnazione, il destino dell’uomo e quello di Dio sono strettamente connessi, a tal punto che essi condividono, in un certo qual modo, la medesima sorte e lo stesso futuro, è altrettanto vero che è nella categoria teologica, prima ancora che antropologica, dei piccoli che il nostro Dio ama identificarsi. Ce lo ricorda sempre l’evangelista Matteo al capitolo 9: “E preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: "Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato"”.  La carne del piccolo (in senso esteso del sofferente, dell’affamato, del povero, dello straniero, del nudo o del carcerato) non solo si offre come luogo dell’epifania del Cristo ma addirittura diviene porta di accesso a quella relazione intima di amore che il Padre ed il Figlio vivono nello Spirito.  Chi accoglie il piccolo accoglie lo stesso Figlio e chi accoglie il Figlio accoglie il Padre, diventando così ospite benedetto del banchetto eterno.

Talvolta siamo talmente assuefatti all’ascolto di queste parole che stentiamo a coglierne il portato straordinariamente rivoluzionario e, in qualche modo, eversivo. La nostra carne, la carne di ogni uomo, così debole, flaccida, fragile ed inferma, cagionevole e destinata alla morte, si mostra capace di accogliere il mistero stesso della Vita. Quel Dio che abita i Cieli e che è il creatore della terra e del cielo, non disdegna di prendere dimora nelle membra carnali dell’uomo, riconoscendo anzi con questo atto, un loro affidabilità e sicurezza. È quanto ci ricorda Paolo nella lettera agli Efesini: “in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito”. È quanto, molti secoli fa, aveva già intuito Tertulliano (scrittore dei primi secoli), che così scriveva riguardo alla resurrezione della carne: “No! No! Lontano da noi pensare che Dio abbandoni a una definitiva distruzione la carne, opera delle sue mani, capolavoro della sua attività, custodia del suo respiro, regina di tutta la creazione, ereditiera della sua liberalità, sacerdotessa della sua religione, soldato della sua fede, sorella di Cristo.” (Tertulliano, Sulla resurrezione della carne, IX).

Penso ci sia un invito che emerge da queste parole e che interpella la nostra vita associativa e di singoli credenti. È l’invito ad ABITARE LA PIENEZZA DELL’UMANO.

Giovanni Paolo II nella Redemptor Hominis ci avverte che l’uomo “è la prima e fondamentale via della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell'Incarnazione e della Redenzione”. Ed ancora: “Non si tratta dell'uomo «astratto», ma reale, dell'uomo «concreto», «storico». Si tratta di «ciascun» uomo, perché ognuno è stato compreso nel mistero della Redenzione, e con ognuno Cristo si è unito, per sempre, attraverso questo mistero”. Occorre allora che come associazione e come singoli fedeli torniamo a diventare, secondo la nota espressione di Paolo VI, esperti di umanità, capaci di abitare tutti quei luoghi, quelle soglie, quegli anfratti e quei crinali nei quali questa umanità si dà oggi e qui. Occorre avere il coraggio di custodire questa umanità come il mistero nel quale la Vita può manifestarsi in tutta la sua bellezza e profondità. Occorre non avere paura di vivere la nostra umanità, spesso segnata dal peccato e dal limite, come quel campo prezioso in cui occorre seminare e far germogliare il seme del Regno di Dio. Occorre saper guardare al nostro corpo e a quello dei nostri fratelli, come luogo della dimora di Dio, come via di accesso al mistero della Vita. L’amore ed il dolore, la sofferenza e la gioia, la fatica e la delusione, la separazione e la comunione, i successi e i mille fallimenti… tutto quanto abita la nostra umanità e l’umanità di ogni uomo, ci riguarda e ci interpella, ci provoca e ci sfida ad una testimonianza che sia capace di annunciare che, come ci ricorda il n 22 della Gaudium et Spes: “Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione”.

Penso che a noi laici di Azione Cattolica, sia chiesta la passione per l’uomo, la passione per l’umanità integrale che ci abita, la passione per la carne dei fratelli. Forse la nostra vocazione laicale passa attraverso l’amore concreto e direi “minimo” e feriale per ogni uomo che ci vive accanto, per la sua umanità ferita e redenta, gioiosa e dolente, radiosa ed afflitta. In fondo penso che si tratti di ascoltare e vivere quello straordinario appello che è l’incipt della costituzione conciliare a Gaudium ed Spes, che recita: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.

3 – Vi è infine un terzo elemento che credo sia utile raccogliere e custodire del racconto matteano. Nel giudizio del Re, nella sua opera di Giudizio e di separazione,  vi è il riconoscimento di un Regno di Dio che avanza nella storia e che cammina sulle gambe degli uomini e attraverso le loro azioni. Questo progetto di Amore che Dio ha stabilito per l’umanità si realizza attraverso i gesti e le parole di coloro, che talvolta inconsapevolmente, aderiscono al suo movimento, sapendosi farsi coinvolgere in quel flusso di cura e di attenzione che attraversa le vicende umane. La venuta del Regno di Dio, la sua realizzazione nelle vicende storiche è qualcosa che possiamo ostacolare o ritardare ma non è certo qualcosa che può essere impedito o annullato: quel disegno di comunione e di pienezza che Dio ha, sin dal principio, sognato per l’umanità, incede con passo deciso e affidabile, anche se spesso non così palese ai nostri occhi un po’ ciechi ed incapaci di scorgere il suo palesarsi nelle vicende umane.

Il racconto di Matteo pare quasi lasciar intendere che questo Regno avanzi anche attraverso le azioni di coloro che paiono non manifestare una adesione piena e consapevole al suo sussulto. Da una parte abbiamo il giudizio su coloro che vengono riconosciuti degni del regno di Dio, pur se sorpresi ed inconsapevoli del bene che hanno fatto a fratelli che versavano in condizioni difficili e di povertà. Dall’altra abbiamo una vasta folla di affamati, di malati, forestieri, carcerati e nudi: anche in loro non ci è dato sapere quanto sia accesa la consapevolezza che nelle loro fragili e dolenti membra riverbera il Mistero stesso della Vita e si palesa la mistica identificazione con il Figlio di Dio Incarato. In altre parole: c’è un Mistero di Amore che si rende presente in modo silenzioso e mite nella storia e tale Mistero tesse la trama dei nostri giorni e delle epoche umane con imperscrutabile forza e determinazione. C’è un Logos che struttura il Reale, che fornisce consistenza al mondo e alla storia e questa dynamis divina innerva le nostre esistenze, il nostro tempo e le nostre comunità, si addentra, con singolare efficacia, dentro la profondità dei nostri legami, dentro l’intimità del nostro spirito, dentro l’impenetrabilità della storia e degli eventi.

Vi è un Fondamento che tutto abita e tutto sostiene, grazie al quale tutte le cose insistono e consistono. La nostra vita non è in balia della fluidità del tempo e degli eventi, dell’evanescenza e della volatilità dei nostri rapporti fragili e provvisori. C’è un solido fondamento che abita e compone il reale, che conferisce stabilità e affidabilità alla nostra povera vita e alle vicende travagliate dell’umanità. Gesù ci ha insegnato che questo Fondamento ha una natura personale, è un Tu, addirittura è un Padre che, in modo misterioso ed enigmatico, sa prendersi cura dei propri Figli, a tal punto che nemmeno un loro capello cadrà dal loro capo senza che il Padre abbia mostrato il suo assenso.

Questo radicamento cristologico di tutte le cose e di ogni uomo è quanto ci ricorda il numero 22 della Gaudium et Spes quando afferma che “Con l'incarnazione, il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” e alla quale fa eco il numero 13 della Redemptor Hominis di Giovanni Paolo II: “L'uomo così com'è «voluto» da Dio, così come è stato da Lui eternamente «scelto», chiamato, destinato alla grazia e alla gloria: questo è proprio «ogni» uomo, l'uomo «il più concreto», «il più reale»; questo è l'uomo in tutta la pienezza del mistero di cui è divenuto partecipe in Gesù Cristo, mistero del quale diventa partecipe ciascuno dei quattro miliardi di uomini viventi sul nostro pianeta (il documento è del 1979), dal momento in cui viene concepito sotto il cuore della madre.”

Mi piace qui ricordare la nota e dibattuta teoria del cristianesimo anonimo elaborata da uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Karl Ranher. Senza volerci addentrare in un’analisi critica di questa riflessione credo però che sia utile raccogliere l’intuizione essenziale che ne ha animato l’elaborazione: ogni uomo è indissolubilmente legato al Cristo, possiede in una certa misura un’identità cristica e la salvezza a cui potrà accedere, il destino di bene che lo attende in forza della sua retta coscienza, sono resi possibili proprio grazie a questo radicamento cristologico che appartiene ad ogni uomo nato su questa terra.

Anche in questo caso vorrei raccogliere un invito per la nostra vita personale e associativa, che provo ad esprime in questo modo: siamo invitati ad ABITARE LA RELAZIONE FONDAMENTALE

Penso che sia quello che in termini più tradizionali avremmo definito “vita spirituale”. La vita nello Spirito non è anzitutto la sequenza un po’ monotona e ripetitiva di gesti, parole o riti. Essa è, forse e prima di tutto, custodire la consapevolezza del nostro radicamento profondo nel mistero della Vita, il nostro abitare in una Relazione Fondamentale in nome della quale percepiamo una base sicura per la nostra esistenza.

Penso che a noi laici cristiani ed associati, sia chiesto di vivere e fare esperienza di questo legame fondamentale nel quale siamo radicati e di onorare il medesimo radicamento anche nei fratelli che con noi condividono l’esistenza. A noi è chiesto di non perdere la consapevolezza che il Regno di Dio che cammina nella storia va oltre la stretta cerchia delle nostre comunità, delle nostre associazioni o dei nostri gruppi e che lo Spirito soffia e danza in un modo che a noi spesso non è dato di capire. A tutti noi, ed in particolare alle nostre realtà associative è chiesto di riconoscere e di accompagnare questa Dynamis del Regno che è all’opera nella storia, anche quando essa si presenta e ci appare in forme ed in modi a cui siamo poco abituati; e persino quando essa cammina con le gambe di coloro che mai avremmo immaginato. Il Vangelo ci precede sempre, la Parola ci anticipa e ci previene: ogni nostro annuncio, ogni nostra proclamazione giunge là dove la Parola ha già trovato dimora. A noi è chiesto di far emergere e disvelare quel Logos che già abita tutte le cose.

In conclusione penso che il celebre testo matteano ci possa lasciare questa sera tre consegne: quella di abitare la complessità del reale, di abitare la pienezza dell’umano e di abitare la relazione fondamentale. Sono tre luoghi simbolici che come cristiani siamo chiamati a dimorare, tre luoghi che non possiamo ignorare o da cui non ci è dato di fuggire. Sono tre luoghi nei quali potremo sentirci davvero a casa e sperimentare la gioia di ascoltare, anche noi con inattesa meraviglia, l’invito del grande Re: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo [perché] tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me».

* meditazione Icona Biblica, Carmelo di Lodi, 25 settembre 2019