La Sacra Scrittura ci dice una cosa, a prima vista un po’ strana: ci dice che Dio lavora. “Dio concluse il suo lavoro che aveva fatto” (Gen2,2).

La Bibbia parla di un “lavoro di Dio” anche se evidentemente è una metafora, un modo di dire. La Bibbia non ha paura a parlare di Dio come “uno che lavora”. Se leggiamo le prime pagine del libro della Genesi che ci parla delle origini del mondo, possiamo scoprire e capire l’oggetto del lavoro di Dio: la terra, la creazione, le cose, la vegetazione, l’uomo, la vita. Noi stessi siamo l’oggetto di questo lavoro meraviglioso di Dio. Siamo il frutto del lavoro di Dio.

Potremmo poi chiederc:i ma se Dio lavora, come lavora? Quali sono le caratteristiche del lavoro di Dio? E il libro della Genesi ci risponderà che il lavoro di Dio è un lavoro libero che egli compie liberamente per esprimere se stesso; che è un lavoro creativo, ricco di inventiva e di fantasia ed è un lavoro che gli dà soddisfazione. (“E Dio che vide che era cosa buona”…).

Allora noi cristiani che ci ispiriamo alla Parola di Dio rivelata nella Bibbia, possiamo tranquillamente concludere che se l’uomo è fatto ad immagine di Dio, anche il lavoro dell’uomo è fatto ad immagine del lavoro di Dio. Ne viene che il lavoro dell’uomo nel disegno di Dio è destinato ad essere anch’esso un lavoro libero, spontaneo e creativo, che dà soddisfazione a chi lo fa, un lavoro in cui, chi lo compie, esprime se stesso e trova gioia nell’esprimersi attraverso il suo lavoro.

Questa realtà così bella del lavoro di Dio e del lavoro dell’uomo nel disegno di Dio si trova però a fare i conti con la drammatica realtà del peccato: il lavoro umano viene vissuto nella realtà storica del peccato. È la realtà che tutti conosciamo e che si potrebbe definire con alcune caratteristiche opposte a quelle volute da Dio e che ci sono state ricordate nel libro della Genesi.

Il lavoro spesso non è libero e anche se non è più imposto dalla schiavitù (ma in alcune parti del mondo purtroppo la schiavitù esiste ancora…); il lavoro è sovente imposto dalle circostanze e dalle situazioni che non possiamo ne calcolare ne programmare, quindi il lavoro talora è imposto contro la volontà, contro le attitudini e può diventare causa di disagio e non di gioia.

Il lavoro che abbiamo tra le mani è, sovente, tale che invece di essere creativo, capace di esprimerci, ci obbliga alla monotonia, alla fatica, alla ripetizione. Il disagio della fatica fisica e psicologica che il lavoro produce ci toglie spesso quella soddisfazione che si può e si dovrebbe avere davanti all’opera compiuta, al lavoro finito. Anzi, nella società attuale non di rado non vediamo tra le nostre mani il frutto del nostro lavoro, non lo abbiamo davanti a noi. Non possiamo dire: “Ecco che ho prodotto una cosa buona” perché la cosa prodotta ci sfugge.

In conclusione sembra che il disegno di Dio sul lavoro umano venga smentito dalla realtà: nelle nostre mani il lavoro diventa fatica, sofferenza e peso, Talora ne parliamo come di una “condanna”.

In questa realtà umana segnata dal peccato e che segna anche la realtà del lavoro, per noi cristiani entra prepotentemente in gioco la Redenzione, la salvezza operata da Gesù, il Figlio di Dio, il figlio del carpentiere. Rendere il lavoro umano sempre più vicino al disegno di Dio, sottomesso alla persona umana, che sia espressivo dell’uomo, di cui l’uomo possa godere ed esserne realmente soddisfatto.

Questo che può sembrare un sogno, in realtà è una lunga strada, un lungo cammino, da percorrere. Strada difficile sulla quale alcuni obiettivi sembrano raggiunti (per esempio diminuendo la fatica del lavoro fisico) ma strada sulla quale si cade in tante difficoltà, (per esempio la monotonia, la ripetizione, l’anonimato del lavoro).

Bisogna ripensare il lavoro per lavorare meglio e renderlo espressione della libertà e della dignità dell’uomo e della donna che creano qualche cosa di vero e di buono. Un tratto del cammino è stato sicuramente fatto (non in tutte le parti del mondo…) ma il cammino che resta da fare ci chiede di ripensare il modello di società, il nostro modo di vivere e di voler godere dei beni del mondo e di consumare le cose del mondo. Si tratta di mettere i valori dell’uomo al primo posto prima delle soddisfazioni immediate, del profitto, del consumo per il consumo, prima di tutte quelle cose che sono una minaccia di degrado complessivo della nostra società. I cristiani non possono camminare tristemente come se le cose non dovessero cambiare mai e, d’altro canto, neanche illudersi di raggiungere tali obiettivi per un miracolo che venga da chissà dove.  Ai cristiani con la loro speranza, il loro coraggio, la loro fede, insieme a tutti gli uomini di buona volontà è affidato questo cammino per fare del loro lavoro uno strumento di redenzione per il mondo.    

don Antonello Martinenghi. direttore Ufficio diocesano MIGRANTES

 

di Matteo Truffelli* - È un piacere e una soddisfazione accogliere la pubblicazione di questo libro di Piergiorgio Grassi. Un volume che racconta di una proficua esperienza portata avanti negli anni e al tempo stesso ridice, ancora una volta, l’importanza di continuare a promuovere occasioni di riflessione e discussione capaci di offrire alla cultura del nostro tempo gli strumenti necessari per leggere in profondità la stagione storica dentro cui siamo immersi.

Scorrendo le pagine di questo bel libro, infatti, si ritrovano i fili di un percorso intellettuale che, nell’arco di non poco tempo, ha contribuito a disegnare per i lettori di «Dialoghi» una mappa utile a orientarsi in mezzo alle grandi questioni dell’oggi e, probabilmente, del domani. Un esercizio portato avanti attraverso un’attenta lettura degli eventi della contemporaneità, sempre collocati da Grassi nel grembo delle ragioni di fondo che ne decodificano il significato, e un altrettanto importante richiamo alle correnti profonde che solcano il fondale dei nostri giorni, concorrendo in maniera decisiva a tracciarne il profilo. Sempre alla ricerca del bandolo della matassa, ma senza mai la pretesa di chiudere il discorso attorno a esso. Anzi, con la propensione continua ad aprire ulteriori strade di approfondimento, di confronto, di dialogo, sporgendosi verso altre culture, altri modi di pensare l’uomo e la storia.

Proprio questo, del resto, si propone di fare la rivista «Dialoghi», da cui questi testi sono tratti e di cui Grassi è stato per molti anni direttore. Offrire spunti interpretativi e rilanciare il confronto tra differenti punti di vista, competenze, sensibilità. Leggere in profondità il nostro tempo e misurarne il profilo alla luce degli eventi che si succedono. Non per fare accademia attorno a essi, ma per capire insieme come starvi dentro assumendosi la responsabilità di abitarli in maniera significativa. Lasciandosi interrogare dai processi in corso in ogni ambito – politica, religione, etica, cultura... – e da ogni angolo prospettico, con l’attenzione ai tanti fenomeni che concorrono a dare forma ai nostri giorni: immigrazione, lavoro, terrorismo, questione antropologica, dibattito teologico, e molto altro ancora.  

Questo è quello che i lettori troveranno nelle pagine di questo volume. Punti di riferimento utili per traguardare l’orizzonte e muoversi dentro di esso, sulla scorta di una serie di analisi formulate con una scrittura chiara e puntuale, suggestiva e mai banale. Gli editoriali, i saggi, i profili che sono raccolti in questo libro offrono dunque lo spaccato di una riflessione ampia e articolata, che Piergiorgio Grassi ha condotto in questi anni sulle pagine di «Dialoghi» e che tutto il Comitato di direzione della rivista, sotto la sua guida, ha contribuito a stimolare e integrare, attraverso un vero e proprio lavoro di ricerca condivisa. Un lavoro prezioso, che continua.

*Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana

 

«Leggere in profondità il nostro tempo e misurarne il profilo alla luce degli eventi che si succedono. Non per fare accademia attorno a essi, ma per capire insieme come starvi dentro», cosi il Presidente nazionale dell’Azione Cattolica nella prefazione a Fede e laicità nel passaggio d’epoca, edito dall’Ave (Roma 2017), che raccoglie gli scritti di Piergiorgio Grassi per «Dialoghi», il trimestrale culturale dell’Ac da lui diretto per sette anni. Sempre cercando ulteriori strade di approfondimento, confronto, dialogo, sporgendosi verso altre culture, altri modi di pensare l’uomo e la storia. Il volume è arricchito dalla postfazione del sociologo Ilvo Diamanti.

 

In un passato molto recente essere adulti significava “mettere la testa a posto”, cioè  dedicarsi ad una professione, formare una famiglia, fare scelte definitive una volta per tutte e mantenerle nel tempo. Oggi non è più così: manca la stabilità nel lavoro, in famiglia e nelle relazioni; viviamo un contesto sociale in continuo cambiamento, una Chiesa che affronta sfide inedite. Ci sentiamo fragili ed incapaci di affrontare da soli tutte queste enormi novità dentro un’esperienza di vita quotidiana sempre più frenetica e povera di relazioni. Dobbiamo maturare e far maturare l’idea che insieme queste sfide si possono affrontare. L’Associazione, l’esperienza del gruppo, del camminare insieme, sono un antidoto potente a queste situazioni. Ed è stata questa, una delle scelte della scorsa assemblea diocesana: «Il presupposto per una Ac “generatrice” e significativa, quindi in grado di esprimere una proposta formativa per coscienze di laici adulti nella fede e responsabili, sono le relazioni solide, profonde, generose, a lungo termine, le occasioni di crescita vicendevole. Essenziale è quindi sostenere una dinamica relazionale che recuperi alcuni elementi fondamentali della proposta associativa. Un primo passo in questa direzione è scegliere di stare di più con le persone, dedicare più tempo agli altri. Un secondo passo è dare il giusto valore alla dimensione del gruppo, per sviluppare l’attitudine ad un confronto costante e profondo, capace di aprire gli orizzonti ed evitare chiusure. Altro elemento è la cura degli itinerari perché abbiano sempre il carattere di esperienze non episodiche che sollecitano le persone e fanno evolvere le relazioni. Ciò può contribuire a definire una formazione che non solo apra, ma sia momento di missionarietà concreta, proponendosi come esperienza di rete, senza paura». La fede non si gioca al di fuori del quotidiano, per cui l’atteggiamento da maturare è quello del “camminare con”, tipico dei discepoli del Signore. La crisi sta nel passaggio, nel vivere cioè il nostro tempo dentro le realtà future, nel far risuonare la Parola dentro la realtà dell’uomo. Per divenire cristiani c’è bisogno di essere accompagnati, perché tali non si nasce ma si diventa, il rischio grande è quello di non riuscire a rendere adulti i cristiani nella fede. Dobbiamo mettere nella bisaccia cose nuove per aiutare le persone a crescere, a formarsi. È perciò necessario un supplemento di riflessione e di “sperimentazione” circa  gli itinerari e  le proposte formative per il mondo adulto. Interessante ci pare la proposta del Centro nazionale dell'Azione Cattolica “Attraverso”. Si tratta di un itinerario che “a misura di adulti” si propone di aiutare a formare laici che sappiano vivere, in modo autentico ed originale, la propria esperienza cristiana nella vita quotidiana, dentro una storia ed un’umanità che coinvolgono. Un percorso che tiene insieme formazione, esperienza di gruppo, ma anche autoformazione in tempi che sono rispettosi della vita di oggi. Il titolo del percorso proposto quest’anno è ATTRAVERSO, perché solo attraverso i luoghi della nostra vita possiamo davvero essere discepoli di Cristo, capaci di «interpretare e scrutare per capire che cosa in essi il Signore dice, che cosa chiede, come provoca la nostra intelligenza e la nostra responsabilità».

In copertina alcune foto scattate in Terra Santa, proprio in quei luoghi che il Signore e i suoi primi discepoli hanno attraversato realmente. Tutte raffigurano delle porte o dei varchi, perché ci invitano a cercare attraverso di essi i nostri luoghi e il senso pieno della nostra esistenza. Per non dimenticare che il Dio incarnato, che ha scelto di condividere la nostra umanità, ci chiede di seguire le sue orme e farci suoi discepoli laddove ci ha pensati: in questo luogo, in questo tempo, in questa storia. La dinamica in cui la proposta si sviluppa è VITA-PAROLA-VITA, perché nell’esperienza laicale è nella vita che si incontra il Signore, ma è solo con la Parola che possiamo leggere la nostra esperienza e cambiarla, o meglio, trasfigurarla. È organizzata in cinque tappe il cui titolo evoca un luogo in cui seguire, incontrare Gesù: Il tempio, la città, la casa, la strada, la tomba vuota.

Il primo passo del percorso di ogni tappa prevede un momento in cui si racconta la vita. Non cerchiamo risposte, ma domande, contraddizioni, lì dove ci sono… È lo stesso esercizio che fanno i due discepoli sulla strada che va da Gerusalemme ad Emmaus. Conversano, discutono di cose accadute, fanno emergere domande, emozioni, cercando il bandolo della matassa. In un certo senso anche i racconti che nascono dal gruppo sono racconti “lungo la via”, non ancora o non sufficientemente illuminati dalla Parola di Dio. Nella seconda parte poi ci si ferma sulla Parola, una Parola che  parla alla nostra vita, della nostra vita e fa sorgere la voglia di prendere parola sulla vita e di rispondere. Così “La vita cambia” e nella terza parte c’è il momento per “custodire” la Parola nel quotidiano e vivere “l’esperienza laicale ordinaria”. Nella famiglia, nel lavoro, negli impegni già presi che chiedono fedeltà, in un tempo in cui l’adulto, che spesso non ha spazio per nuovi impegni, può però sperimentare giorno dopo giorno la verità della Parola in tante piccole e quotidiane scelte. In questi ambiti, da solo o con altri, rischia e prende posizione. Procede per tentativi, si butta, prova. È la lotta quotidiana. Questo è lo spazio per la nostra risposta vocazionale. Per una santità a misura dell’ordinaria umanità.

L’itinerario si completa poi con le proposte di autoformazione di “Goccia” e con un percorso di riflessione/esperienza sulla spiritualità laicale (in collaborazione con l’Ufficio Famiglia) che ci guida a sperimentare una vita spirituale “concreta e spendibile” a misura degli adulti del nostro tempo che vivono il matrimonio, la famiglia, il lavoro e la cultura… ma anche l’apertura agli “altri” nell’esperienza della ricerca di nuovi stili di vita, di aiuto concreto a nuove povertà.

Speriamo così di accogliere la richiesta di Papa Francesco alla Federazione internazionale di Azione cattolica (Fiac): «Ciò implica ripensare i vostri piani di formazione, le vostre forme di apostolato e persino la vostra stessa preghiera affinché siano essenzialmente, e non occasionalmente, missionarie...».

Reginella Guccione

 

 

È con immensa gioia che tutta l’Azione Cattolica accoglie la nomina di don Fabrizio De Toni, sacerdote del clero della diocesi di Concordia-Pordenone, ad Assistente centrale del Settore Adulti di Azione Cattolica. Siamo grati al Signore per questo grande dono e al Consiglio episcopale permanente della Cei per aver individuato con cura e attenzione paterna il nostro nuovo assistente. La nostra riconoscenza a chi con generosità e passione l’ha preceduto nell’incarico, don Emilio Centomo. Nel corso della stessa sessione di lavori, il Consiglio episcopale permanente ha nominato don Marco Ghiazza, sacerdote del clero della diocesi di Torino e attuale Assistente centrale dell’Azione Cattolica dei Ragazzi (Acr), ad Assistente nazionale della Gioventù Operaia Cristiana (Gioc). A don Fabrizio e a don Marco gli auguri più cari e la preghiera della Presidenza nazionale Ac e di tutta l’Associazione, nella speranza che queste loro nuove responsabilità siano piene di luce e feconde di doni dello Spirito, ricche della grazia del Signore. Consapevoli del prezioso compito che gli Assistenti svolgono in ordine alla formazione di coscienze di laici coerenti, forti, capaci di vita cristiana autentica.

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Il saluto di don Fabrizio De Toni all'Associazione

Passaggio inatteso e disorientante la chiamata ad entrare in forze presso il Centro nazionale come Assistente degli adulti di Ac. Appena concluso il mio mandato quinquennale come Vicario episcopale per la pastorale nella diocesi di Concordia-Pordenone ero proiettato per almeno altri tre anni come “regista” della Visita Pastorale da pochissimo avviata. Inoltre in diocesi ci stiamo accingendo a por mano ad una energica riorganizzazione dei servizi di curia.
La proposta arrivava energica e suscitava alcune perplessità: uscita di scena dal campo di gioco diocesano in un frangente delicato, congedo da due comunità parrocchiali con le quali si è condiviso un cammino intenso ma nel contempo troppo breve, famiglia con due genitori piuttosto acciaccati che vivono con a carico mio fratello disabile. Il discernimento non si è protratto per molto per arrivare al “sì”.
L’elemento che ha fornito la spinta ultima? Nessuna avance o messa in atto di ammiccamenti per arrivare al Centro nazionale. Era chiara per me che la domanda arrivava dalla Chiesa e dallo Spirito. Perché dire di no a qualcosa che Dio gradisce? E quindi, consapevole di tutta la mia povertà scendo dal Nord… sereno. Prendendo a prestito il linguaggio di Paolo di Tarso, arrischio di “vantarmi” di due dati oggettivi.
Per buona parte debbo la maturazione e la sagomatura del mio profilo vocazionale proprio all’Azione Cattolica, per la quale ho lavorato in questi ultimi anni come Assistente diocesano. Infatti, ho armeggiato come educatore Acr e più tardi Acg. Quindi un certo gusto per la formazione e per una azione pastorale includente i laici mi viene di lì. L’altro elemento di cui vado fiero è una “spina” che mi è stata conficcata nella carne all’età di trent’anni. Sono caduto in uno stato depressivo drammatico. Una debacle trasformatasi successivamente in storia di salvezza. Sono come rinato vocazionalmente: «Quando sono debole è allora che sono forte (2Cor 12,10)»! È il Magnificat che mi sgorga spontaneo dal cuore e non lo posso tacere. Ho appreso che l’arte formativa di Dio è “altra” rispetto ai nostri schemi rigidi e codificati. Lui ama e chi-ama sempre, in modo permanente, forma e plasma i sui figli in ogni frammento della vita, prove incluse. Lungi dall’avvilirmi o dallo spaventarmi è una verità che mi entusiasma, e mi attira esattamente là dove gli aspetti formativi vengono messi all’ordine del giorno.
Conoscendomi, lo dico in modo umoristico, penso che dovrò intercedere ogni mattina la grazia di non dimenticarmi che in AC non sarò il parroco ma l’assistente. La squadra con la quale collaborerò, e che ho già iniziato ad apprezzare, saprà certamente tenere a bada certe smanie adolescenziali. Desidero effettuare un ingresso e una permanenza accentuando l’atteggiamento dell’ascolto: di una memoria e un patrimonio straordinario, di ben 150 anni; di una famiglia piuttosto ricca nei suoi differenti livelli e articolazioni; di una prospettiva missionaria che non si accontenta di conservare le sue economie interne.
Avendo presente l’intervento provocatore e profetico di Papa Francesco al Fiac, il 27 aprile di quest’anno, e l’appassionata relazione del Presidente Matteo Trufelli all’ultima Assemblea nazionale, mi piace l’immagine casalinga della “gamba del tavolo”. Tra Preghiera, Formazione, Sacrificio, Apostolato la zampa prioritaria nella Chiesa sognata in Evangelii gaudium è quella dell’Apostolato, ovvero della Chiesa in uscita.
In uno scenario di identità deboli e aggressive è necessario vigilare sulla tentazione di arroccarsi nella cittadella dei convinti o nel lasciarsi andare allo scoramento. Più che a contarci nei numeri, a badare alle proprie economie di sussistenza o ad occupare spazi di visibilità, siamo sollecitati ad essere Chiesa e Associazione “inquieta”, libera di uscire dalla ripetitività e scontatezza, pronta ad incontrare, ad immergersi tra la gente per narrare la bellezza del Vangelo, impegnata ad educare alla corresponsabilità ecclesiale e sociale, in continuo discernimento coraggioso ed evangelico di ciò che è buono, vero, giusto, bello.
Per concludere, avverto che l’avventura associativa che s’avvia è come una sorta di “secondo annuncio” per me. Sento di essere nuovamente evangelizzato. Mi vengono riproposte le ragioni fondanti del credere per dare a mia volta ragione della fede che mi abita. Insomma, una immersione a tempo pieno nell’Ac, per la quale domando la vostra preghiera perché sia “battesimo” vero e fecondo.

don Fabrizio,
28 settembre 2017

 

In questo momento di avvicendamento, siamo invitati ad accompagnare i nostri assistenti diocesani con la preghiera e la partecipazione ai momenti di saluto e accoglienza.

Sabato 23 settembre, alle 18.30 presso la Casa della Gioventù, con la Celebrazione Eucaristica vogliamo ringraziare il Signore per il ministero di don Vincenzo quale assistente dell'AC diocesana di Lodi. Sarà l'occasione per salutare don Vincenzo e per accogliere don Luca. Al termine della Santa Messa ci sarà un momento conviviale.
Le Associazioni Territoriali che intendono partecipare al momento di saluto di sabato 23, sono invitate a segnalarlo alla Presidenza Diocesana.
Sabato 30 settembre, accompagniamo don Vincenzo all'inizio del ministero di parroco della comunità di S.Maria Ausiliatrice in Lodi: la Santa Messa con il rito di immissione sarà alle 20.45.
 
L'invito è esteso a ciascun aderente ed assistente di ogni associazione.