di Paolo Bustaffa *

Si cammina in punta di piedi o, meglio, in punta di anima,  lungo la strada di Paolo VI e così si avverte che nel ritmo dei passi di quel viandante c’è il ritmo dei passi di Dio.

1° passo    la chiesa

Noi parliamo spesso e giustamente di Chiesa comunione e missione. Facciamo più fatica a dire che Mistero è la Chiesa. Eppure se non partiamo da qui rischiamo di smarrire il senso più profondo e – come si dice oggi generativo - delle altre due parole. Paolo VI  con la Ecclesiam suam  (“discorso della corona”)  illumina la strada che entra nella Chiesa mistero: indica un cammino interiore che porta all’incontro con il Signore presente nella Chiesa in cammino, nella Chiesa in uscita. Una strada dove la fede e l’intelligenza si sostengono nella ricerca di Colui che un giorno incontreranno e vedranno in piena luce. In quel giorno il mistero si svelerà ha ricordato Paolo VI agli studenti incontrati nel 1965 (cfr. 3° passo) . Ed è da questa consapevolezza che Paolo VI trasse le ragioni e la forza per la sua opera di riformatore della Chiesa. 

  1. Sappiamo bene che questo è mistero. È il mistero della Chiesa. Che se noi in tale mistero, con l'aiuto di Dio, fisseremo lo sguardo dell'anima, molti benefici spirituali conseguiremo, quelli appunto di cui noi crediamo abbia ora maggior bisogno la Chiesa (…). È infatti la coscienza del mistero della Chiesa un fatto di fede matura e vissuta. Essa produce nelle anime quel «senso della Chiesa», che pervade il cristiano cresciuto alla scuola della divina parola, alimentato dalla grazia dei sacramenti e dalle ineffabili ispirazioni del Paraclito, allenato alla pratica delle virtù evangeliche, imbevuto dalla cultura e dalla conversazione della comunità ecclesiastica, e profondamente lieto di sentirsi rivestito di quel regale sacerdozio, ch'è proprio del popolo di Dio. (25)
  2. Il mistero della Chiesa non è semplice oggetto di conoscenza teologica, dev'essere un fatto vissuto, in cui ancora prima d'una sua chiara nozione l'anima fedele può avere quasi connaturata esperienza (…) Le immagini non bastano a tradurre in concetti a noi accessibili la realtà e la profondità d'un tale mistero; ma di una specialmente, dopo quella ricordata del Corpo Mistico suggerita dall'apostolo Paolo, dovremo avere memoria, perché suggerita da Cristo stesso, quella dell'edificio di cui egli è l'architetto e il costruttore, fondato, sì, su di un uomo naturalmente fragile, ma da lui trasformato miracolosamente in solida pietra.

Lettera enciclica “Ecclesiam suam” - 6 agosto 1964

2° passo   il pensiero

E’ un tema appassionante quello del pensiero in Paolo VI. Un esercizio intellettuale, un movimento della coscienza che parte da una convinzione profonda: quella che ognuno/a di noi è stato pensato/a da Dio. Tutti - sembra dire papa Montini -  eravamo da sempre e quindi siamo  anche oggi nel pensiero di Dio, il suo pensiero diventa un atto di amore. Il nostro pensare è chiamato a essere  un atto di amore per la Chiesa e per il mondo .  

Ricordate le parole di uno dei vostri grandi amici, sant’Agostino: “Cerchiamo con il desiderio di trovare, e troviamo con il desiderio di cercare ancora”. Felici coloro che, possedendo la verità, la continuano a cercare per rinnovarla, per approfondirla, per donarla agli altri. Felici coloro che, non avendola trovata, camminano verso essa con cuore sincero: che essi cerchino la luce del domani con la luce d’oggi, fino alla pienezza della luce!

 (…). Forse mai, grazie a Dio, è apparsa così bene come oggi la possibilità d’un accordo profondo fra la vera scienza e la vera fede, l’una e l’altra a servizio dell’unica verità. Non impedite questo prezioso incontro! Abbiate fiducia nella fede, questa grande amica dell’intelligenza! Rischiaratevi alla sua luce per afferrare la verità, tutta la verità!

Messaggio agli uomini di pensiero e di scienza 8 dicembre 1965 - Chiusura Concilio

3° passo   i giovani

Tra i mille messaggi di Paolo VI ai giovani ce n’è uno che non è tra quelli più noti ma che lascia intravvedere lo sguardo di un papa educatore. Un papa che esprime la responsabilità e l’intelligenza dell’amore di un padre e di una madre nei confronti dei figli ai quali entrambi – pur con tonalità diverse - indicano la strada della felicità e dicono che una meta grande e bella si raggiunge con la volontà di superare le difficoltà, con la capacità di scegliere la direzione quando si giunge ai bivi della vita, con il desiderio di camminare con altri, a partire da Dio 

Che cosa vi dice il Papa? Vi dice di «tenere gli occhi aperti». E tanti di voi mi potrebbero rispondere: «Ma li abbiamo». E io vi dico che bisogna tenerli aperti in una maniera ancora più intelligente, ancora più esperta, ancora migliore. Ho conosciuto tanti ragazzi, sapete — ma voi siete molto più bravi di quelli che ho conosciuto io —, i quali, si direbbe, vivevano ad occhi chiusi: non si accorgevano di niente di quello che stava dintorno. Non avevano nessuna visione, nessuna idea, sopra il panorama della città, della vita, dei problemi moderni, e così via. Non avevano la capacità di capire le cose.

Tenete gli occhi aperti! Guardate! Che cosa vuol dire intelligente? Intus legere, leggere dentro. Bisogna essere capaci di leggere dentro le cose, non soltanto il loro aspetto esterno, non soltanto la faccia esteriore, ma dentro. E allora sappiate che avete una grande vocazione davanti oh giovani! Quella di rifare... come dire: l’alleanza? L’amicizia? La concordia? L’armonia fra il mondo esteriore della meccanica, dell’industria e il mondo superiore della vita del pensiero, della vita spirituale, e della vita religiosa? Sì. E voi lo potete! Ecco perché vi dico: tenete gli occhi aperti.

Voi conoscete i raggi che entrano e passano attraverso i corpi opachi. La vostra anima intelligente deve essere qualcosa di simile: leggere, attraverso l’opacità delle cose, quello che c’è dentro, quello che c’è sotto; troverete un mondo ancora più meraviglioso di quello che i vostri sensi vi presentano. Il mondo del mistero, il mondo sconfinato della realtà che non possiamo misurare, ma che ci viene incontro e che ci dice una parola che non avremmo mai potuto aspettare: chi è quel Dio che sta dietro questo schermo? Mistero!

Visita alle Scuole cristiane, 3 marzo 1965

4° passo   l’Europa

Paolo VI ha respirato aria d’Europa in famiglia con il fratello Ludovico senatore e rappresentante d’Italia al Parlamento europeo. Ha respirato aria d’Europa con Pio XII (nell’immane tragedia della seconda guerra mondiale) e Giovanni XIII Nunzio apostolico in Bulgaria e in Francia),  con gli intellettuali che incontrava di diversi Paesi e anche con i giovani ai quali indicava nella casa comune europea un luogo di speranza e di fraternità tra i popoli. Ma anche Paolo VI  richiamava all’Europa il compito di non smarrire la sua anima, di non recidere le sue radici cristiane.

Pur riconoscendo che i reciproci vantaggi materiali possono favorire i legami d’ordine spirituale, voi giovani dovete non stancarvi di riaffermare la preminenza dei principii ideali, se volete che la causa della unione europea non si arrenda di fronte agli ostacoli concreti e non subisca le stesse fluttuazioni della congiuntura economica. In altre parole, l’unione in campo economico quale finora si sta perseguendo, costituisce certamente una base insostituibile, non impegna però che una parte degli sforzi che si devono compiere per arrivare ad una unione piena ed operante. 

Questa suppone la diffusione di una atmosfera serena e cordiale nei reciproci rapporti, improntata ad un vivo senso di giustizia, di comprensione, di lealtà, di rispetto e specialmente di amore fraterno. Solo così si darà all’idea dell’Europa unita la sua ricchezza spirituale e la sua forza morale, e si accetteranno consapevolmente tutte le conseguenze pratiche ed onerose che questa unione comporta, superando la tentazione di raccogliere solo i benefici senza addossarsi anche i rischi della solidarietà, di cedere a sentimenti egoistici e di mortificare le peculiarità culturali di ciascun popolo, le quali devono essere invece rispettate ed avvalorate, perché ogni cultura è apportatrice di valori originali, e tutte quindi dovranno arricchire il patrimonio comunque della Europa unita.

Centro Giovane Europa  -  8 settembre 1965

5° passo   la pace

Quando un uomo dal fisico esile e dalla voce pacata alza i toni del suo intervenire significa che la sua anima è attraversata da vibrazioni profonde.  In diverse occasioni Paolo VI  alzò la voce,  quando questo accadde nel 1965 nell’aula della sede Onu ci fu un grande silenzio, la coscienza del mondo  si sentì scossa. Accadde anche a Bogotà nel 1968 quando difese i diritti dei campesinos, a Ginevra quando espresse solidarietà ai lavoratori nella sede dell’Oil (1969). E poi nelle innumerevoli iniziative per la pace in Vietnam, Nigeria, Pakistan Medio Oriente, nei viaggi apostolici in America latina, Africa, India, Medio Oriente,  fino alla istituzione della Giornata Mondiale della pace il 1° gennaio di ogni anno a partire dal 1968 

Vi sarete accorti, Fratelli veneratissimi e Figli carissimi, quanto spesso la Nostra parola ripeta considerazioni ed esortazioni circa il tema della Pace; non lo facciamo per cedere ad una facile abitudine, ovvero per servirCi di argomento di pura attualità;

(…)

- lo facciamo perché negli ultimi anni della storia del nostro secolo è finalmente emerso chiarissimo la pace essere l'unica e vera linea dell'umano progresso (non le tensioni di ambiziosi nazionalismi, non le conquiste violente, non le repressioni apportatrici di falso ordine civile);

- lo facciamo perché la pace è nel genio della religione cristiana, poiché per il cristiano proclamare la Pace è annunciare Gesù Cristo (…).

- lo facciamo infine perché vorremmo che non mai Ci fosse rimproverato da Dio e dalla storia di aver taciuto …

Omelia 1° gennaio 1968 – 1a Giornata mondiale della pace

Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell'intera umanità!     

                                                                                 All’assemblea dell’Onu - 4 0ttobre 1965

6° passo   il dialogo

C’è un insegnamento straordinario di Paolo VI sul dialogo. Ci sono anche una chiarezza e una fermezza che mettono in guardia dal confondere il dialogo con il compromesso o con lo scambio di opinioni salottiere.  Per il Papa il dialogo con il mondo, con la modernità si esprime in tre cerchi concentrici: un’immagine che oggi occorre riprendere per evitare che il dialogo si fermi alla formalità   e si spenga la passione per la verità. Ci sono anche segni da ricordare tra i quali l’abbraccio al patriarca ortodosso Atenagora (1964 – Gerusalemme), il bacio al piede del metropolita ortodosso Melitone (1975) e l’incontro con il primate anglicano (Ramsey (1966). Nonostante i passi in avanti Paolo VI fu sempre cosciente che prima di giungere all’auspicata riconciliazione sul piano dottrinale, dogmatico e teologico restava ancora da compiere un lungo cammino.      

Primo cerchio: tutto ciò che è umano

  1. Vi è un primo, immenso cerchio, di cui non riusciamo a vedere i confini; essi si confondono con l'orizzonte; cioè riguardano l'umanità in quanto tale, il mondo. Noi misuriamo la distanza che da noi lo tiene lontano; ma non lo sentiamo estraneo. Tutto ciò ch'è umano ci riguarda. (…) Dovunque è l'uomo in cerca di comprendere se stesso e il mondo, noi possiamo comunicare con lui; dovunque i consessi dei popoli si riuniscono per stabilire i diritti e i doveri dell'uomo, noi siamo onorati, quando ce lo consentono, di assiderci fra loro. Se esiste nell'uomo un'anima naturalmente cristiana, noi vogliamo onorarla della nostra stima e del nostro colloquio.

Secondo cerchio: i credenti in Dio

  1. Poi intorno a noi vediamo delinearsi un altro cerchio, immenso anche questo, ma da noi meno lontano: è quello degli uomini innanzi tutto che adorano il Dio unico e sommo, quale anche noi adoriamo; alludiamo ai figli, degni del nostro affettuoso rispetto, del popolo ebraico, fedeli alla religione che noi diciamo dell'Antico Testamento; e poi agli adoratori di Dio secondo la concezione della religione monoteistica, di quella musulmana specialmente, meritevoli di ammirazione per quanto nel loro culto di Dio vi è di vero e di buono; e poi ancora i seguaci delle grandi religioni afroasiatiche. Noi non possiamo evidentemente condividere queste varie espressioni religiose, né possiamo rimanere indifferenti, quasi che tutte, a loro modo, si equivalessero (…) per dovere di lealtà, noi dobbiamo manifestare la nostra persuasione essere unica la vera religione ed essere quella cristiana, e nutrire speranza che tale sia riconosciuta da tutti i cercatori e adoratori di Dio.

Terzo cerchio: i Cristiani Fratelli separati

  1. Ed ecco il cerchio, a Noi più vicino, del mondo che a Cristo s'intitola. In questo campo il dialogo, che ha assunto la qualifica di ecumenico, è già aperto; in alcuni settori è già in fase di iniziale e positivo svolgimento. (…)Ma ora che la Chiesa cattolica ha preso l'iniziativa di ricomporre l'unico ovile di Cristo, essa non cesserà di procedere con ogni pazienza e con ogni riguardo; non cesserà di mostrare come le prerogative, che tengono ancora da lei lontani i Fratelli separati, non sono frutto d'ambizione storica o di fantastica speculazione teologica, ma sono derivate dalla volontà di Cristo, e che esse, comprese nel loro vero significato, sono a beneficio di tutti, per l'unità comune, per la libertà comune, per la pienezza cristiana comune.

Lettera Enciclica “Ecclesiam suam”  6 agosto 1964

7° passo   la gioia

Paolo VI è stato vittima di una comunicazione mediatica che lo ha raccontato come un uomo, triste, solitario, preoccupato, rattristato. Eppure è stato il papa che con la Gaudete in domini ha scritto una delle pagine più ricche sulla gioia cristiana.

Se non cogliamo questa gioia in papa Montini è difficile cogliere il senso profondo della sua vita di uomo tra gli uomini  che si riassume in quelle lacrime di gioia di Blaise Pascal  e di Charles Peguy che egli stesso cita.

 

Ci sarebbe anche bisogno di un paziente sforzo di educazione per imparare o imparare di nuovo a gustare semplicemente le molteplici gioie umane che il Creatore mette già sul nostro cammino: gioia esaltante dell'esistenza e della vita; gioia dell'amore casto e santificato; gioia pacificante della natura e del silenzio; gioia talvolta austera del lavoro accurato; gioia e soddisfazione del dovere compiuto; gioia trasparente della purezza, del servizio, della partecipazione; gioia esigente del sacrificio. Il cristiano potrà purificarle, completarle, sublimarle: non può disdegnarle. La gioia cristiana suppone un uomo capace di gioie naturali. Molto spesso partendo da queste, il Cristo ha annunciato il Regno di Dio.

Ma il tema della presente Esortazione va ancora oltre. Perché il problema ci appare soprattutto di ordine spirituale. È l'uomo, nella sua anima, che si trova sprovvisto nell'assumere le sofferenze e le miserie del nostro tempo. Esse lo opprimono quanto più gli sfugge il senso della vita; non è più sicuro di se stesso, della sua vocazione e del suo destino, che sono trascendenti. 

Gaudete in Domino, 9 maggio 1975

8°passo   il credo 

A conclusione dell’anno della fede (1968) Paolo VI richiama il tema della professione di fede con parole di grande fermezza. Il papa riformatore che vuole una Chiesa in dialogo con la modernità ha le idee molto chiare.Egli sa che “il credo è tutto”, sa che in un tempo di turbamenti “il credo” è un insostituibile punto di riferimento per l’uomo che cerca la verità nel tempo dell’incertezza, del relativismo, della postverità. Il credo non è una formula, un adesivo da applicare alla vita, è cammino personale  e nello stesso tempo comunitario  in risposta al bisogno di luce e di infinito di ogni uomo. E’ è una lampada accesa nelle mani del  mendicante della Verità. 

Noi siamo coscienti dell’inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all’influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere di proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell’adempimento dell’indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire - come purtroppo oggi spesso avviene - un generale turbamento e perplessità in molte anime fedeli.

Noi abbiamo voluto che la Nostra professione di fede fosse sufficientemente completa ed esplicita, per rispondere in misura appropriata al bisogno di luce, sentito da così gran numero di anime fedeli come da tutti coloro che nel mondo, a qualunque famiglia spirituale appartengano, sono in cerca della Verità.

A conclusione dell’Anno della Fede - 30 giugno 1968

9° passo la prova

Le prove della sofferenza nella vita per Paolo VI sono sempre state compagne di strada. L’elenco delle sue “tribolazioni” - per quanto è stato possibile conoscere - è molto lungo. Tra queste anche la sofferenza provocata dalla ferita aperta da Lefevre. Un singolare percorso che aiuta a comprendere la risposta del Papa al dolore è la Via Crucis che egli volle vivere al Colosseo.

Alla fine della sua vita si trovò di fronte alla tragedia di Aldo Moro e degli uomini della scorta. Quelle sue parole sono rimaste scolpite nella mente non solo per l’immenso dolore ma anche per l’immensa fiducia in un Dio che, per molti assente e in silenzio, lui - Pietro - sentiva  presente non come lo sconfitto dalla morte ma come il vincitore della vita.

E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui.

Preghiera per Aldo Moro, 13 maggio 1978

10°   la morte 

Fare della propria morte un dono a qualcuno appare umanamente impossibile, appare una follia. Paolo VI volle che la sua morte fosse un dono alla Chiesa. A questa vetta dell’amore può giungere solo chi ha fatto di un dono ricevuto un dono offerto. La vita è il nome di questo dono che per primo Dio ha fatto - e continua a fare - all’uomo.

Prego pertanto il Signore che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono, d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare. 

Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo mistico di Cristo. Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che l’assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla. Anche perché non la lascio, non esco da lei, ma più e meglio, con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi

L’Osservatore Romano 1979

11° passo i laici

L’esperienza in famiglia, l’amicizia con gli uomini e le donne di pensiero del suo tempo, il respiro del Concilio con gli organismi ecclesiali di partecipazione, meglio di correponsabilità, gli incontri con i giovani, il dialogo  con  uomini e donne impegnati in politica … sono alcuni dei motivi che hanno sostanziato in Paolo VI  una grande fiducia e anche grande attesa nei confronti dei laici.  Da qui la creazione del Pontificio Consiglio dei Laici e la Pontificia Commissione “Iustitia et Pax” poi diventato Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.  Al centro del pensiero di Paolo VI è il laico apostolo, il laico che vive nel tempo con il respiro dell’eterno. Il laico che vive la vocazione politica come forma alta ed esigente di carità.

 

La Chiesa accetta di riconoscere il mondo come tale, libero cioè, autonomo, sovrano, in un certo senso, autosufficiente; non cerca di farne strumento per i suoi fini religiosi e tanto meno per una sua potenza d’ordine temporale; la Chiesa ammette anche per i suoi fedeli del Laicato cattolico, quando agiscono nel terreno della realtà temporale, una certa emancipazione, attribuisce loro una libertà d’azione e una loro propria responsabilità, accorda loro fiducia. Pio XII ha anche parlato d’una «legittima laicità dello Stato» (A.A.S., 1958, p. 220). 

Il Concilio raccomanderà ai Pastori di riconoscere e promuovere «la dignità e la responsabilità dei Laici» (Lumen Gentium, n. 3i’), ma aggiungerà, proprio parlando dei Laici ed ai Laici che «la vocazione cristiana è per natura sua una vocazione all’apostolato» (Apost. actuos., n. 2) e mentre loro concede, anzi raccomanda di agire nel mondo profano con perfetta osservanza dei doveri a quello inerenti, li incarica di portarvi dentro tre cose (parliamo molto empiricamente); e cioè: l’ordine corrispondente ai valori naturali, propri del mondo profano (valori culturali, professionali, tecnici, politici, ecc.), l’onestà e la bravura, potremmo dire, la competenza e la dedizione, l’arte di sviluppare debitamente e realizzare quegli stessi valori. 

Il Laico cattolico dovrebbe essere, anche a questo solo riguardo, un perfetto cittadino del mondo, un elemento positivo e costruttore, un uomo meritevole di stima e di fiducia, una persona amorosa della società e del suo Paese. 

*presidente dell’Ac e della Cdal della diocesi di Como, giornalista

 

I laici sono chiamati a evangelizzare» in quanto credenti che «vivono nel mondo»: «discepoli-missionari» che «sperimentano e testimoniano la loro fede dentro e attraverso le diverse e concrete dimensioni dell’esistenza umana, nei suoi contorni familiari, sociali, politici, lavorativi, culturali». Parte da questa premessa Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana e membro del Segretariato del Forum internazionale Ac, intervenendo alla tavola rotonda “Come responsabilizzare i fedeli laici nell’evangelizzazione oggi”, nell’ultimo giorno dell’incontro internazionale “Promozione e formazione dei fedeli laici: buone pratiche” (26-28 settembre) promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Tra gli ambiti di testimonianza e impegno dell’Ac il servizio della carità. «In ogni Paese, l’Azione cattolica collabora ordinariamente con la Caritas, a tutti i livelli: promuovendo con essa specifiche iniziative, aderendo a campagne che essa realizza, incoraggiando e formando i propri aderenti a impegnarsi nel volontariato». Quindi la politica con la P maiuscola: l’Ac offre «un contributo significativo alla responsabilizzazione e valorizzazione dei laici» attraverso la cura di percorsi mirati a formare credenti consapevoli delle proprie responsabilità di cittadini, poi attraverso l’accompagnamento di quanti decidono di dedicarsi in maniera diretta all’azione politica, infine attraverso un’azione direttamente politica, «con cui l’associazione, pur restando nei confini di un impegno che non può essere di partito, riesce comunque a incidere sulla realtà». Ulteriore ambito quello dell’impegno educativo e culturale. L’impegno evangelizzatore, chiosa Truffelli, «passa attraverso un’unione profonda tra fede e vita» ma laici capaci di vivere queste corresponsabilità non «spuntano dal nulla»: vanno «formati, fatti crescere e sostenuti». Per questo l’associazione ha scelto la via della formazione permanente che accompagna «ogni stagione della vita».

Di seguito, il testo dell’intervento del Presidente Matteo Truffelli

Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita
Incontro internazionale Promozione e formazione dei fedeli laici: buone pratiche
Roma, 26-28 settembre 2018

Tavola Rotonda
«Come responsabilizzare i fedeli laici nell’evangelizzazione oggi»

1. Una premessa per chi non conosce l’esperienza dell’Azione Cattolica. Si tratta di un’associazione di laici, sorta in Italia 150 anni fa e poi diffusasi in molti altri Paesi, che ha come propria finalità quella di concorrere alla missione evangelizzatrice della Chiesa. Non sotto un solo profilo, ma in ogni suo aspetto e dimensione. Anche per questo risulta difficile raccontare in maniera sintetica le attività dell’associazione – tanto più in un quadro internazionale – perché esse possono essere molte e differenti, variando a seconda del contesto culturale, sociale e, soprattutto, a seconda del cammino di ciascuna Chiesa, dentro il quale e per il quale l’AC vive e svolge le proprie attività. Perché da sempre, ma con il Concilio Vaticano II in maniera ancor più consapevole, l’Azione Cattolica ha fatto la scelta di mettersi a servizio della Chiesa particolare in cui si radica: quella nazionale e, soprattutto, quella diocesana. L’AC assume infatti la diocesanità come propria specifica dimensione (come proprio «carisma», ci ha detto Papa Francesco quando lo abbiamo incontrato in Piazza San Pietro nell’aprile del 2017), e proprio per questo realizza le proprie attività soprattutto in parrocchia, articolazione fondamentale della diocesi. Avere una forte caratterizzazione diocesana le consente di aiutare le parrocchie in cui è presente a camminare con lo stesso passo e nella stessa direzione della diocesi, superando ogni tentazione di autoreferenzialità, e al contempo aiuta la Chiesa diocesana a condividere il respiro, a volte affaticato, delle parrocchie.
In AC sono i laici, e solo i laici, ad essere responsabili di ogni scelta e di ogni decisione. Allo stesso tempo, le diverse AC del mondo sono accompagnate da presbiteri assistenti che non si scelgono da sole, ma sono nominati dall’autorità ecclesiale, ai diversi livelli: parrocchiale, diocesano, nazionale. Anche questo è un modo per coltivare il senso della sinodalità, lo stile di una condivisione responsabile e fraterna tra laici e presbiteri, di una solida fedeltà ai pastori e di una reale partecipazione alle scelte della Chiesa locale.

2. Venendo al nostro tema specifico, ossia la promozione e la formazione dei laici nella missione apostolica della Chiesa, credo occorra partire da una riflessione introduttiva: è importate prendere le mosse dalla consapevolezza che i laici sono chiamati a evangelizzare innanzitutto e prioritariamente in quanto credenti che “vivono nel mondo”: «discepoli-missionari» che sperimentano e testimoniano la loro fede dentro e attraverso le diverse e concrete dimensioni dell’esistenza umana, nei suoi contorni familiari, sociali, lavorativi, culturali, ecc. È questa, mi pare, la prospettiva indicata dal Concilio e ribadita con forza anche da Papa Francesco in Evangelii gaudium e, in modo particolarmente puntale, nella Lettera al Cardinale Ouellet.
Da questo primo elemento di riflessione ricaviamo innanzitutto la sottolineatura della necessità che la comunità cristiana tutta sostenga questa responsabilità, per la quale ciascun laico è chiamato a vivere e testimoniare la fede attraverso la propria vita. In questo senso è senza dubbio possibile individuare alcuni ambiti particolarmente significativi e importanti in cui la missione evangelizzatrice dei laici è chiamata a dispiegarsi. Quando papa Francesco ha incontrato l’AC, ad esempio, ne ha indicati quattro: «cari soci di Azione Cattolica», ha detto il Santo Padre quel giorno, «come è accaduto in questi centocinquanta anni, sentite forte dentro di voi la responsabilità di gettare il seme buono del Vangelo nella vita del mondo, attraverso il servizio della carità, l’impegno politico […] attraverso anche la passione educativa e la partecipazione al confronto culturale».

3. Vorrei allora partire proprio da questi ambiti per portare ad esempio alcune esperienza che fanno parte della vita ordinaria di una realtà come l’Azione Cattolica, nelle sue differenti espressioni nazionali.

3.1. Penso ad esempio al primo ambito di testimonianza indicato da papa Francesco, quello del servizio della carità. In ogni Paese, l’Azione Cattolica collabora ordinariamente con la Caritas, a tutti i livelli: nazionale, diocesano, parrocchiale. Promuovendo specifiche iniziative, aderendo a campagne, incoraggiando e formando i propri aderenti a impegnarsi nella Caritas locale e, più in generale, nel volontariato. É così non solo in Italia, ma anche altrove: ad esempio l’AC argentina, quella albanese e quella colombiana promuovono specifiche iniziative in occasione della giornata per i poveri, rispondendo all’appello di Papa Francesco. Oltre che con la Caritas, inoltre, sono molte le occasioni di collaborazione cui l’AC da vita in questo campo. L’attenzione a lavorare insieme con altre realtà costituisce infatti una caratteristica che accomuna le diverse AC del mondo, e non rappresenta solo una scelta di metodo, ma anche di sostanza. Ovunque, infatti, l’AC cerca di lavorare “insieme con”, partecipando a reti di associazioni e istituzioni, creando o favorendo “alleanze” tra più soggetti, nella Chiesa e nella società. Penso ad esempio all’impegno dell’AC del Guatemala dopo l’eruzione del vulcano Fuego, ma anche alla piccola associazione parrocchiale di Lampedusa, i cui aderenti sono impegnati insieme a un forum di associazioni laiche e interconfessionali nell’accoglienza quotidiana dei migranti. E così tantissime altre associazioni dell’Italia meridionale.

3.2. Ancora più specifica e peculiare della vita dei credenti laici è la testimonianza al Vangelo che essi sono tenuti a portare attraverso il proprio impegno per quella che Papa Francesco chiama «Politica con la maiuscola».
Una realtà di laici associati come l’Azione Cattolica può offrire da questo punto di vista un contributo significativo alla responsabilizzazione e valorizzazione dei laici. Attraverso la cura di percorsi mirati a formare credenti consapevoli delle proprie responsabilità di cittadini e poi attraverso l’accompagnamento e il sostegno di quanti decidono di dedicarsi in maniera diretta all’azione politica (ma anche a quella economica culturale ecc.), che non devono essere lasciati soli dalla comunità ecclesiale. Vanno invece accompagnati, sostenuti, formati, custoditi dal punto di vista spirituale, per aiutarli a non perdere la misura delle cose e a ricordare sempre le motivazioni originarie del proprio impegno.
C’è poi un altro piano d’azione, più diretto, che può essere fatto proprio da un’associazione come l’AC, per incidere sulla realtà pur restando nei confini di un impegno non di partito. Penso ad esempio al fatto che da alcuni anni il Fiac promuove attraverso tutte le AC del mondo iniziative di sensibilizzazione contro la tratta di persone, sostenendo la giornata dell’8 febbraio, oppure al fatto che molte associazioni, tra cui quella argentina, portano avanti campagne sull’importanza di esercitare il diritto di voto. Ma ho in mente soprattutto le tantissime iniziative che grazie al radicamento parrocchiale e diocesano dell’associazione vengono portate avanti a livello locale per intervenire su specifiche questioni presenti nei diversi territori: questioni di carattere ambientale, sociale, economico, che a livello territoriale è possibile toccare direttamente con mano, conoscere, e perciò anche provare a cambiare. Pensiamo ai tanti temi della Laudato si’, al cambiamento degli stili di vita, alla custodia del creato, all’accoglienza dei migranti, alla promozione di esperienze di dialogo interculturale o interreligioso…
È soprattutto in Africa che l’AC fa della partecipazione alla vita politica un proprio specifico obiettivo. In un Paese tormentato dalla violenza come il Burundi, ad esempio, i Movimenti di Azione Cattolica coinvolgono tutta la popolazione in marce della pace, facendo di esse una prima forma di impegno capace di coinvolgere le persone. In Senegal i giovani stanno vivendo un progetto che vede impegnati più di 200 persone, che alla luce di “Laudato si’” e degli obiettivi per il Millennio hanno realizzato un’inchiesta sulla realtà del degrado ambientale e oggi si spendono per sensibilizzare gli abitanti della periferia di Dakar, per favorire un cambio di mentalità.

3.3. Accanto alla passione per il Bene comune, poi, ci sono la passione educativa e l’attenzione alla dimensione culturale, altri due ambiti di impegno ricordati dal Papa nel discorso citato all’inizio del mio intervento. Si tratta di ambiti di impegno tradizionalmente collocati al cuore del servizio ecclesiale di una realtà come l’Azione Cattolica, le cui attività sono in gran parte indirizzate alla cura educativa dei piccoli, dei giovani e degli adulti attraverso itinerari formativi vissuti nelle parrocchie. Un impegno che però non esaurisce il contributo che una realtà come l’AC può portare in questo campo. Penso ad esempio all’Albania, dove da più di vent’anni l’AC sostiene corsi di aggiornamento per insegnanti delle scuole cattoliche (a cui possono partecipare anche insegnanti della scuola pubblica), e dove ogni estate si recano gruppi parrocchiali e diocesani dell’AC italiana, per momenti di scambio e gemellaggio con la Chiesa albanese. Oppure a Malta, dove i giovani di AC aprono uno “youth cafè” per momenti informali di incontro con giovani dell’isola e per giovani turisti. O ancora all’amicizia con Sarajevo, nata in occasione della terribile guerra nei Balcani, che ancora oggi vede impegnata l’AC in un progetto di sostegno alle locali scuole inter-etniche per la pace.

4. Servizio caritativo e impegno politico, educativo, culturale: tutti questi ambiti ci ridanno il senso di un impegno evangelizzatore che passa attraverso un’unione profonda tra fede e vita, che si traduce in testimonianza personale nella quotidianità e in azione comune attraverso l’associazione. Una responsabilità che spetta a ogni membro del popolo di Dio: l’Azione cattolica è nata 150 anni fa proprio dalla convinzione che questa responsabilità riguardi davvero tutti i membri del Popolo di Dio, non solo alcuni tra essi, i più preparati, i più acculturati, i più formati. Tutti, come ha sottolineato Francesco quando ci ha incontrati ad aprile 2017: «uomini e donne di ogni età e condizione», adulti e giovani, ragazzi e bambini, «indipendentemente dalla posizione sociale, dalla preparazione culturale, dal luogo di provenienza». Ogni credente incarna, là dove vive quotidianamente, la Chiesa.
Non si tratta, perciò, di una responsabilità individuale, che ci riguarda singolarmente, “ciascun per sé”, ma ci coinvolge come comunità, come popolo di Dio che cammina insieme: si tratta di una responsabilità che non può che essere una corresponsabilità, una responsabilità condivisa, portata avanti insieme. Mi pare allora decisivo, discutendo di come formare e valorizzare la responsabilità dei laici nella missione evangelizzatrice della Chiesa, insistere sulla dimensione della corresponsabilità.
Nella Chiesa di oggi questo significa anche, per una realtà come l’Azione Cattolica, formare e accompagnare laici che si sentano chiamati a vivere uno stile autenticamente sinodale, capace di valorizzare le diverse competenze, esperienze, sensibilità. Formare e accompagnare laici che desiderano assumersi la responsabilità di partecipare in maniera fattiva e concreta ai processi di discernimento pastorale: processi a cui i laici possono portare il contributo delle proprie competenze, delle proprie esperienze culturali e professionali. Il respiro della vita familiare e sociale, delle passioni e dei sogni degli uomini di oggi, ma anche quello delle domande che abitano il loro cuore e il cuore di coloro che incontrano e ascoltano quotidianamente.
L’esperienza associativa che si vive in Azione Cattolica rappresenta da questo punto di vista una strada maestra per far sperimentare il significato e anche la bellezza della condivisione della responsabilità. La maturazione di uno stile di corresponsabilità, infatti, passa anche attraverso le forme e le regole che l’essere associazione comporta. Facciamo un esempio concreto: tutte le AC del mondo, a tutti i livelli – parrocchiale, diocesano, nazionale – eleggono democraticamente i propri responsabili, che rimangono in carica solo per alcuni anni, dando vita a un ricambio continuo. E tutte le scelte sono prese attraverso momenti di confronto condotti con regole e in organi creati apposta per questo. Non si tratta solo di un aspetto formale, ma di un concreto esercizio di condivisione della responsabilità. Che genera abitudine al dialogo, al confronto, alla discussione, alla collaborazione. E che aiuta a sapersi parte di una realtà più grande, che supera i confini del proprio gruppo, della parrocchia, della stessa associazione.

5. È però chiaro che laici capaci di vivere questa corresponsabilità ecclesiale non “spuntano dal nulla”. Vanno formati, fatti crescere, sostenuti nel loro cammino di discernimento vocazionale e poi accompagnati nella quotidianità dell’esistenza. Per questo in Azione Cattolica si è fatta la scelta di una formazione permanente, che accompagna ogni stagione della vita in maniera differente, e integrale, che coinvolge ogni dimensione della vita del credente e del suo cammino dentro la Chiesa e nel mondo. Una formazione imperniata su un progetto comune a tutta l’associazione, ma scandita in itinerari declinati per le diverse età e concepiti per potersi integrare nei diversi cammini pastorali delle parrocchiale e soprattutto delle diocesi.
Come dicevo all’inizio, infatti, i laici di AC realizzano il proprio cammino, da associati, dentro quello della diocesi, facendo proprie le scelte e gli indirizzi pastorali del Vescovo. Partecipano alla liturgia domenicale e ai momenti di preghiera comunitaria e alla vita parrocchiale. La parrocchia è il loro “ambiente naturale”, perché rappresenta per essi lo spazio in cui «incontrare tutti, accogliere tutti, ascoltare tutti, abbracciare tutti e camminare insieme con tutti», come ci ha invitato a fare Francesco quando lo abbiamo incontrato in Piazza san Pietro.
«Con tutti e per tutti». Non a caso era questo il titolo dell’ultimo Congresso mondiale del Forum Internazionale di AC. Proporre a un laico di vivere l’esperienza di Azione Cattolica vuol dire allora, in una parola, offrire la possibilità di sperimentare la bellezza di un cammino condiviso, in cui sentirsi parte attiva e responsabile di quel «popolo pellegrino ed evangelizzatore» che è la Chiesa, chiamata ad essere «fermento di Dio in mezzo all’umanità» (EG 111-114).

* di Gianmario Gobbi

Don Nino, perché a nessuno, tra quanti l'hanno minimamente conosciuto in diocesi, è venuto mai di chiamarlo Mons. Bassano Staffieri, l'ho incontrato, per la prima volta, tantissimi anni fa, nel 1962, il mio primo giorno di scuola alle superiori. Con l'organico dei docenti ancora incompleto, furono assegnate a lui le prime due ore di scuola in quella prima. Non fece lezione, ma due ore di chiacchierata per conoscerci, per informarsi da quali parrocchie venivamo, quali le nostre aspettative verso la scuola, verso la vita. La prima impressione di tutti fu: simpatico, sempre sorridente e...magro come un chiodo. Qualche settimana dopo mi fermò in corridoio, durante l'intervallo, per propormi di partecipare agli incontri del Movimento Studenti che si tenevano ogni sabato pomeriggio alla Casa della Gioventù. Non sapevo cosa fosse il Movimento Studenti, non ero mai stato alla Casa della Gioventù, mi bastavano gli impegni in parrocchia e non avevo nessuna voglia di avere occupato il sabato pomeriggio. Anticipò la mia risposta negativa con una proposta che mi spiazzò : “Ho un'idea : pranziamo insieme sabato a mezzogiorno alla mensa della Casa della Gioventù, parliamo un po', poi decidi”. Così mi ritrovai, qualche giorno dopo nel seminterrato della Casa, a un tavolino di formica da un metro per un metro, a pranzo con Don Nino. Per lui l'immancabile pastina e intorno al piatto una mini corona di medicine, pastiglie, gocce e confetti (“Eredità della mensa del seminario!” spiegò sorridendo). Non occorre dire che finii con l'accettare. Un paio di anni dopo, alla fine di un altro pranzo dello stesso tipo, compreso pastina e medicine, mi propose l'impegno nella Giac di cui era Assistente. Fu, accanto a lui, un'esperienza bellissima di cui mantengo un sacco di ricordi. Le riunioni di consiglio fatte di preghiera, riflessione e risate per le bonarie prese in giro tra lui e Don Antonio Acerbi a cui fu sempre molto legato. Spesso andavamo ad incontrare qualche associazione parrocchiale, a volte con la sua Fiat 600 blu, più spesso con una macchina a noleggio con autista. Una sera, una di quelle sere con nebbia terribile come capitava una volta, mentre andavamo a Paullo, in una curva a 90 gradi, andammo “diritto”. Fortuna (o altro?) volle che infilassimo giusto giusto il ponticello che superava il piccolo fossato e ci fermammo nel prato. Dopo un attimo di stupore e un po' di spavento, l'autista disse che qualche santo ci aveva aiutato. Don Nino commentò: “Beh, mica siamo in giro per divertimento, è giusto che anche Lui (indicando in alto con il dito) faccia la sua parte.” Importante per la maturazione della fede, ma anche per le scelte fondamentali della vita, per me come per tanti altri, fu la testimonianza di amore per la Chiesa da lui ricevuta. Lo sforzo di educarci al senso di appartenenza, concreto, a questa grande Famiglia, con tutto ciò che ne deriva: l'entusiasmo, in quegli anni, per l'aria nuova del Concilio, la sofferenza e la tristezza per le contraddizioni e gli errori che ne segnano l'esperienza e di cui anche ognuno di noi è responsabile, ma, soprattutto, la gioia di una vita guidata dal Signore.    

 Nel 1968 lasciò Casa della Gioventù e Giac perché fu nominato rettore del Collegio Vescovile. Io di lì a poco sarei partito per il militare, poi il matrimonio. La frequentazione non fu più così assidua, qualche telefonata, una chiacchierata quando ci si trovava per strada, alcuni momenti di preghiera o di riflessione da lui guidati. Poi una sera mi telefonò a casa dicendo che aveva bisogno di parlare con me e mia moglie Tina. L'invitammo a cena da noi (“Ti ricordi che mangio poco e cose leggere?” “Tranquillo Don Nino!”). Fu una piacevole serata, vivacizzata dai bambini piccoli, perfettamente a loro agio con quel prete che sorrideva sempre. Alla fine ci chiese di collaborare con lui e altri amici al Centro per la Famiglia e di tenere due degli incontri dei “Corsi per i Fidanzati”. Obbiettammo subito che non ci sentivamo all'altezza, che non eravamo in grado, che non avremmo saputo cosa dire. Lui guardò noi, i nostri figli, si guardò intorno e rispose: “Basta che raccontiate quanto siete felici di volervi bene, come è straordinario essere famiglia, quale dono grande sono i figli, come, a volte, può essere anche faticoso amarsi, ma non per questo meno stupendo e l'aiuto che vi da il Signore per portare avanti tutto questo.” Per una decina d'anni collaborammo con lui, con il dott. Bertolotti, con Carlo Dacco', altri due con il “vizio” della passione per la Chiesa e dei quali Don Nino fu amico fraterno, e tanti altri al Centro per la Famiglia, approfondendo la conoscenza e l'amicizia. Ai corsi per i fidanzati, Don Nino presenziava a tutti gli incontri, anche se era relatore in uno solo. Sempre pronto ad accogliere, a mettere a proprio agio, ad ascoltare, a rispondere a tutti. Scoprii presto una sua particolarissima quanto rara qualità, quella di saper guardare “dentro” alle persone. Più di una volta, mentre a piedi lo accompagnavo a casa in vescovado, verso la fine di qualche corso, mi diceva, serio e un po' scuro in volto come raramente gli capitava: “Hai presente quella coppia in fondo, lei con il golfino rosa, lui con il pullover a righe? Secondo me hanno qualche problema, ho il loro numero di telefono, li chiamerò per una chiacchierata”. Arrivava a questo semplicemente osservando qualche loro piccolo segno di disagio, qualche borbottio, qualche domanda posta o osservazione fatta. Quasi sempre ci azzeccava.

Qualche coppia, dopo queste chiacchierate, non si è sposata. “Meglio così” commentava con un po' di tristezza, ma anche con sollievo Don Nino.

La nomina a sotto segretario della Cei, nel 1987, con il conseguente spostamento a Roma, ovviamente volle dire incontrarci raramente, ma quando tornava a Lodi telefonava sempre e, compatibilmente con i suoi impegni, veniva volentieri a pranzo o a cena. Alla fine della serata, congedandosi, immancabilmente ci invitava ad andarlo a trovare a Roma, ci avrebbe fatto visitare anche quella  parte di Giardini del Vaticano preclusi al pubblico. Muoversi con quattro bambini era un po' complicato. Non ci siamo mai riusciti.

Nel 1989 fu nominato vescovo a Carpi, nel 1999 a La Spezia. Le occasioni di incontro si diradarono ulteriormente. Di tanto in tanto una visita, con Tina o con qualche amico, per una bella chiacchierata. Ci raccontava qualche aneddoto della sue esperienza episcopale, chiedeva notizie dei tanti amici di Lodi. Sempre un suo biglietto non di formali e frettolosi auguri, ma più articolato, a Pasqua e Natale, qualche telefonata, preziosissima quella qualche giorno dopo la morte di Tina.  Andava bene così. A una certa età non si hanno più tante parole da  dire, solo l'essenziale, come il  rinnovare la promessa reciproca di un ricordo nella preghiera.

Ero in montagna quando una telefonata mi ha avvisato della sua morte. Tenevo per mano mia nipote di cinque anni, alla fine di una passeggiata. Rimasi in silenzio per un po'. “Nonno perché sei triste?” “Perché ho saputo che è morto un mio amico” “Allora è in cielo, magari incontra la nonna Tina. E' in un posto bello!” Mi è passata per la mente l'immagine del Banchetto Nuziale con gli angeli che servono cibi succulenti e Tina che richiama l'attenzione di uno di essi: “Per Don Nino, una pastina, per favore. Mezza porzione” e lui che le sorride grato. “Si Susanna, certamente avrà incontrato anche la nonna Tina, in un posto bellissimo!”

E mi è un poco passato il magone che mi era venuto.

di Gioele Anni* 

«La parola chiave nel titolo del libro è il verbo “fare”. Oggi l’Azione Cattolica è chiamata a “fare” politica. Con modalità nuove rispetto al passato, ma fedele alle intuizioni sviluppate nella sua lunga storia e in particolare alla scelta religiosa». Matteo Truffelli conclude con un rilancio l’incontro di Milano: martedì 25 settembre nell’Auditorium San Carlo, due passi da Piazza Duomo, relatori e partecipanti si sono confrontati per oltre due ore a partire dall’ultimo libro del presidente nazionale: “La P maiuscola – Fare politica sotto le parti”. Un momento di studio organizzato dall’Azione Cattolica di Milano e della Lombardia insieme a Città dell’Uomo, l’associazione fondata da Giuseppe Lazzati.

A introdurre i lavori il Presidente di Città dell’Uomo, Luciano Caimi: «Il libro offre un ritratto maturo dell’Azione Cattolica dopo la scelta religiosa, e affronta il tema ineludibile del rapporto tra Ac e politica con chiarezza e coraggio». La parola passa poi ai relatori, l’ex presidente della provincia di Bologna Beatrice Draghetti e lo storico Guido Formigoni. Il contributo dell’Ac alla vita sociale del Paese è fondamentale per Draghetti, soprattutto in un momento di dialettica politica dominato dalla velocità della comunicazione. Contro questa fretta, sostiene Draghetti, l’Ac deve far valere i «tempi lunghi» del proprio processo formativo. E non aver paura di mettere in gioco le proprie qualità: «una spiritualità robusta, la capacità di informarsi e analizzare criticamente, l’orientamento di ciascuno a una vita responsabile».

La riflessione di Formigoni coglie lo sguardo di grande fiducia espresso da Truffelli: l’Ac continua a credere nella «capacità degli uomini di dialogare e comprendere la realtà», per questo alle prese di posizione muscolari preferisce favorire il discernimento. Un’urgenza, secondo Formigoni, è quella di contribuire a rilegittimare la politica, in un momento in cui la politica stessa viene percepita come irrilevante. C’è bisogno allora di costruire nuove reti, ma anche di suscitare esperienze di «imprenditorialità politica» che possano essere significative. In una platea numerosa e con bella presenza di giovani parte il dibattito: si va dal ruolo formativo e pre-politico dell’Ac, anche grazie a esperienze d’impegno specifico come quella del Movimento Studenti, agli spunti di riflessione sull’attualità politica, fino al tema sempre vivo dell’organizzazione dei cattolici in un soggetto politico.

Il Presidente Truffelli raccoglie gli spunti e apre nuove prospettive: «Andiamo oltre la logica dell’“occupare spazi” del far sentire la nostra voce solo per dire che ci siamo. Piuttosto “avviamo processi”, a partire da tre azioni possibili: costruiamo alleanze, non solo tra cattolici ma con tutti gli interlocutori disponibili a un dialogo serio; siamo presenti nei territori, dove la capillarità dell’associazione ci aiuta con mano a toccare problemi e desideri delle persone; e facciamo proposte buone, intorno alle quali aggregare consenso». Secondo Truffelli «il libro non indica strategie politiche» e non offre ricette: «per formare cittadini consapevoli occorre invitarli a pensare, e non dire loro cosa devono pensare». Infine la chiosa: «Non lasciamoci confinare, come cattolici, in una sorta di recinto».

Per riascoltare gli interventi:

https://lombardia.azionecattolica.it/appuntamento/politica-sotto-le-parti/

 

Per leggere la recensione al libro di Gianfranco Bosoni, pubblicata su Dialogo di settembre:

https://editriceave.it/sites/default/files/recensioni/Dialogo_201809_PMaiuscola.pdf