"Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza"

Papa Francesco, venerdì 27 marzo 2020

* di Francesco Grossi

il nostro vivere la Chiesa è una parte fondamentale dell’essere cristiani eppure, come ogni cosa viva, cambia con il passare delle stagioni di vita e cambia con il mutare della società e del contesto. Ci siamo lasciati interrogare dal Progetto Formativo dell’Ac su cosa significhi vivere la Chiesa nel nostro particolare contesto di famiglia all’epoca del covid, lasciando a ognuno di provare a calare questi spunti nella sua vita e farli risuonare ulteriormente.

Comunione

Da “buoni credenti” spesso ci capita di sentirci come il fariseo, tutti contenti di essere buoni strumenti nelle mani di Dio, a posto con la coscienza o comunque con il controllo della situazione, sempre pronti con un sì alla chiamata per portare testimonianza dove serve. Ci sono momenti della vita, ad esempio quel periodo di qualche anno in cui i bambini piccoli assorbono buona parte delle energie (ma ci sono altre situazioni più complesse ovviamente), in cui si smette di essere quelli giusti e si assomiglia un po’ più a quel pubblicano, vuoi perché si arriva in ritardo a messa o perché si sparisce da tutti gli impegni di volontariato. È proprio in quel momento si può assaporare l’altro lato della comu- nione, quello degli inadempienti che sono comun- que accolti, non per merito ma per amore, la Carità di cui vive la Chiesa.

Partecipazione

Questi mesi di distanziamento sociale ci hanno fatto male per tanti versi, ma sono stati anche occasione per riscoprire cose vecchie, date per scontate e ridar loro un senso profondo. Esser costretti a vivere la Messa da casa ci ha suggerito idee per rendere più sacro quello spazio, dall’ac- cendere un lume durante la Messa in streaming al riconoscere e spiegare meglio i segni presenti sull’altare nel prepararne uno domestico, allo spezzare il pane in famiglia in risonanza con il Vangelo. Appoggiarci all’incredibile ricchezza di segni e gesti che sono della Chiesa, sentendoci parte di un popolo in cammino nella storia.

Corresponsabilità

Tanti passi avanti sono stati fatti negli anni, ma come diceva una barzelletta che girava l’estate scorsa, un salto enorme nella tecnologia del digita- le è stato fatto in tutto il mondo proprio grazie al Covid, non tanto per scelte strategiche. Così anche nella Chiesa, dove è nato tutto un fiorire di iniziative digitali spesso grazie alle competenze dei laici, che si sono trovati promotori e abilitatori per questo cambiamento. Non tutto quello che si è visto in questi mesi merita di restare quando si tornerà alla normalità, ma tante cose sì e soprattutto la modalità di collaborazione vista in queste occasioni.

Eucaristia

Anche questa la davamo per scontata, mantenendo solo un vago ed educato stupore al pensiero dei cristiani che vivo- no lontano dalle Messe prefestive o a tutte le ore, e che magari riescono a parteciparvi solo poche volte all’anno. Ora anche noi abbiamo vissuto l’astinen- za dall’Eucaristia e la possibilità della sola Comunione spirituale, e questo ci ha suscitato nostalgia e desiderio di tornare a poter spezzare il Pane in chiesa, tutti insieme come sempre, e ha dato un grandissimo valore al poter tornare a cele- brare insieme. Preghiamo che questa nostalgia ci rimanga sempre dentro, proteggendoci dall’assue- fazione al distanziamento sociale, che riduce i morti ma rischia di perdere le vite.

* di Severina Tansini

Responsabilità. Parola che “scotta”, impegnativa, perché strettamente correlata alla nostra libertà di scelta. I principali esponenti dell’esistenzialismo, da Kierkegaard a Sartre, passando per Heidegger, ne fanno un simbolo della singolarità e unicità di ogni uomo, segno della consapevolezza che la determinazione dell’esistenza umana dipende dalle modalità con cui si rende ragione a se stesso e agli altri delle scelte fatte e attuate.

Parola che proietta il singolo verso l’altro, l’individuo verso la collettività, il bene personale verso il bene comune, perché essere responsabili implica ne- cessariamente dover fare i conti con l’orizzonte altro da me, quello delle cose, ma soprattutto delle persone che sollecitano, richiamano il mio essere per natura persona in relazione. Vivere la responsabilità nella prospetti- va della fede mi porta a considerarla come sintesi di tre parole: dono, amore e cura.

“Siamo stati creati da Dio e non possia- mo essere e diventare noi stessi reci- dendo questo legame” (Progetto forma- tivo, pag. 56). La dimensione del dono è un’esperienza concreta e tangibile che sperimentiamo continuamente: la nostra vita, le persone intorno a noi, il Creato, la città, la comunità in cui viviamo ci sono date gratuitamente; possia- mo scegliere come rapportarci ad essi, ma sono lì, come un dato di fatto ine- quivocabile che va oltre noi stessi, a testimonianza di quell’eccedenza che accompagna il nostro stare nel mondo. Quando si riceve un regalo, oltre allo stupore e alla meraviglia che si prova, si fa esperienza di amore. La realtà donata nella quale siamo immersi corrisponde alla grammatica con la quale Dio ci introduce, ci accompagna, ci educa all’amore, sperimentandolo fin nella sua forma più alta, quello della gratuità totale e disinteressata. Impa- riamo ad amare noi stessi, gli altri, la realtà circostante, andando oltre il puro sentimentalismo, perché riconoscere l’amore come radice costitutiva del no- stro essere e di tutto il creato non si esaurisce in un’estatica contemplazio- ne, ma ci mette in movimento, ci solle- cita ad agire, a corrispondere alla chia- mata alla vita posta nelle nostre mani. Amare vuol dire accettare la responsabilità della cura, della custodia dei beni ricevuti, segno tangibile dell’amore che ci ha generati, perché desideriamo che esso diventi sempre più strumento di compimento e realizzazione piena di ogni creatura.

Decisione, discernimento e pazienza sono a mio avviso le caratteristiche che ci sono richieste oggi per un esercizio evangelico della responsabilità.

“Si viene alla vita senza deciderlo, ma non si diventa uomini senza deciderlo. Si continua a decidere, per tutta la vita, perché non si finisce mai di diventare uomini”. Questa affermazione del filosofo Petrosino sottolinea come la realizzazione della nostra umanità sia imprescindibile dalle nostre decisioni, da ciò che vorremo essere.

Dipende allora dalle nostre scelte, coltivare “l’impegno per la costruzione del bene comune e generare relazioni basate sulla fraternità e il rispetto reciproci”, come dice il Progetto formativo facendo appello alla responsabilità dei laici di Ac. Dalla consapevolezza del va- lore dei doni ricevuti, dipende da noi l’impegno quotidiano alla difesa e alla promozione di quei beni per tutti, necessari per la tutela della dignità di ciascuno, a partire, come ci ricorda il Papa nell’ultimo messaggio per la pace, dai poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro “prossimo, vicino o lontano nel tempo e nello spazio”.

Sappiamo però anche che “trovare strade laicali per l’annuncio del Vangelo che passino dentro le vicende e le si- tuazioni di questo tempo... che sappiano andare incontro, dare valore al dialo- go, attraversare la realtà di oggi e i suoi problemi” (Progetto formativo, pag. 49), richiede la fatica del discernimento e il coraggio della pazienza. Le nostre decisioni devono essere temprate dalla capacità dell’ascolto profondo dell’altro, dalla lettura realistica e sapiente del contesto che abitiamo, perché possano rispondere alle domande e alle esigenze dell’oggi. Nello stesso tempo dobbiamo educarci continuamente al senso del limite, sapendo che lo spazio del nostro agire deve necessariamente fare i conti con il rispetto della libertà altrui, con le imperfezioni e le contraddizioni del tempo storico che viviamo, ma anche con la creatività sorprendente dello Spirito che, sempre all’opera, ogni tanto ci chiede di seguirlo su strade inedite.

* di don Luca Pomati

La “vita interiore” che un tempo era l’alfabeto della vita spirituale oggi viene guardata con indifferenza, etichettata come antiquata, appaltata ad addetti del mestiere e confinata in luoghi da sempre considerati come lontani dalla vita e fuori dal mondo.

Diverse sono le cause di questa crisi, alcune sono antiche e riguardano la nostra stessa natura. In una sua riflessione Padre Cantalamessa paragona l’uomo ad un piano inclinato ed orientato però verso l’esterno e che produce un movimento di allontanamento simile a quello del Big Bang: “anche noi siamo in fase di espansione e di allontanamento dal centro, siamo perennemente in uscita”.

Altre cause sono strettamente legate al nostro tempo, la frenesia delle relazioni e l’ansia della produttività catturano il cuore e amplificano esponenzialmente, anche attraverso le nuove tecnologie, la forza centrifuga che ci allontana dal raccoglimento.

Ad esse si aggiunge l’emergenza del “sociale” che è certamente un valore positivo dei nostri tempi poiché interpella al servizio, ma che, se non è riequilibrato, può aumentare la disaffezione alla cura della vita interiore.

Nel contesto ecclesiale, l’affermarsi, con il Concilio, dell’idea di una “Chiesa per il mondo”, poi ripresa negli ultimi anni dall’invito ad essere “una Chiesa in uscita” rischia, se non ha le basi solide dell’incontro con Cristo e se non è ben compresa nella carità cristiana, di produrre l’abbandono dell’interiorità e la fuga verso il mondo.

Lo stesso mistero dell’Incarnazione è un uscire da sé, Dio incarnandosi si è svuotato per farsi prossimo a l’uomo e per annullare ogni distanza. Dio prende dimora nella carne e l’uomo accoglie il Verbo che lo genera alla vita divina, l’evangelista Giovanni scrive nel prologo: “a quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13). Dio abita in coloro che lo accolgono.

Il Natale del Signore si rivela non in un singolo, ma in un doppio movimento di un unico gesto: l’interiorità è la dimora che Dio abita e che l’uomo deve coltivare per aprirsi all’incontro con colui che lo vuole rendere figlio nel Figlio. Sant’Agostino scriveva: “Rientra in te stesso. Nell’uomo interiore abita la verità.” Ed ancora: “Rientrate nel vostro cuore! Dove volete andare lontano da voi? Andando lontano vi perderete. Perché vi mettete su strade deserte? Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore. Egli è pronto. Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso, a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo… Rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo, nella tua interiorità tu vieni rinnovato secondo l’immagine di Dio”.

La stessa dinamica muove tutta la storia della salvezza. Il Vangelo di Luca ci racconta di un uomo di nome Zaccheo che voleva conoscere Gesù e, per farlo, decide di uscire di casa, va tra la folla, sale su un albero… Lo cerca fuori. Ma ecco che Gesù passando lo vede e gli dice: “Zaccheo, scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19, 5). Gesù riconduce Zaccheo a casa sua e lì, nel segreto, senza testimoni, avviene il miracolo: egli conosce veramente chi è Gesù e trova la salvezza. Anche noi spesso come Zaccheo cerchiamo Gesù e lo cerchiamo fuori, per le strade, tra la folla. Ed è Gesù stesso che ci invita a rientrare in casa nostra nel nostro stesso cuore, dove lui desidera incontrarsi con noi.

In un tempo di confinamento, distanziamento e isolamento coltivare l’interiorità potrebbe apparire più facile perché senza distrazioni, eppure ci accorgiamo come la durezza della situazione occluda l’apertura alla dimensione spirituale dell’esistenza.

Come fare, concretamente e nella quotidianità, per ritrovare e conservare l’abitudine all’interiorità?

Come rientrare nel “nostro cuore” quando nelle nostre case, dove viviamo insieme ai nostri cari, sembra non ci sia spazio e tempo per nulla e le giornate sembrano scorrere come un nastro in modalità loop, in una ripetizione continua?

Mosè, si legge nel libro dell’Esodo, si era fatto costruire una tenda portatile, ad ogni sosta fissava la tenda fuori dell’accampamento e regolarmente entrava in essa per consultare il Signore. Lì, il Signore parlava con Mosè “faccia a faccia, come un uomo parla con un altro” (Es 33, 11). Occorre che anche noi ci costruiamo una cella interiore per restare nella compagnia del Signore.

San Francesco d’Assisi suggeriva ai suoi frati: “Noi abbiamo un eremitaggio sempre con noi dovunque andiamo e ogni volta che lo vogliamo possiamo rientrare in questo eremo: fratello corpo è l’eremo e l’anima l’eremita che vi abita dentro per pregare Dio e meditare”.

Martedì 26 gennaio, alle ore 21, siamo invitati a partecipare al primo incontro di formazione sul tema "ECOLOGIA INTEGRALE, una rivoluzione possibile", organizzato da Umanità Lodigiana, a cui l'Azione Cattolica aderisce. 

Possiamo approfondire tale esperienza rivedendo il video della Dimora e leggendo il comunicato allegato.

L'incontro verrà trasmesso sul canale youtube dell'Azione Cattolica di Lodi al seguente lin