* di Raffaella Rozzi

Abbiamo vissuto la XVII Assemblea Nazionale in collegamento online con tutti gli 800 delegati delle diocesi italiane: scorrere i volti sullo schermo e riconoscere le persone è stato il primo gesto dei momenti iniziali dei lavori, così davvero abbiamo visto che siamo il popolo numeroso raccontato nello slogan dell’anno assembleare “Ho un popolo numeroso in questa città”. Sono stati diversi i fattori che hanno permesso a ciascun delegato e ai delegati diocesani di respirare il clima assembleare: i legami di belle relazioni innanzitutto tra i delegati diocesani, poi tra i presidenti diocesani lombardi, infine il canale di comunicazione sempre aperto con chi stava vivendo in presenza l’assemblea. Questa è stata un’assemblea giovane per l’AC di Lodi: unica adulta sono stata io, presidente diocesana, poi Benedetta per il settore giovani, Leonardo per l’ACR, Benedetta per il MSAC. Mi sono sentita responsabile di questi giovani che, per la prima volta, hanno partecipato all’evento nazionale; ho fatto in modo di condividere i diversi momenti, pur essendo ciascuno a casa, per decidere di vivere insieme, alla Casa della Gioventù, almeno un pomeriggio. Così sabato 1 maggio ci siamo ritrovati in sala consiglio, con le debite distanze, ciascuno con il proprio computer o tablet, connessi con la sala della Domus Mariae, tanti video, un solo audio. Con la possibilità di scambiarci opinioni, osservazioni, raccontarci un po’, guardare insieme al futuro dell’Azione Cattolica nazionale e diocesana, prendere insieme un caffè con un biscotto: gesti semplici ma essenziali per essere associazione. 

Come delegati, abbiamo costituito dei gruppi di lavoro sulle diverse parti del documento assembleare, per poter rileggere la bozza dal punto di vista delle nostre realtà diocesane, sottolineare alcuni aspetti, riformulare i pensieri, aggiungere precisazioni. Sono stati scritti così i quaranta emendamenti presentati, segno di un’Azione Cattolica che si è ritrovata per ripartire insieme, senza paura, come discepoli missionari. Un aspetto importante di ogni assemblea è la votazione del Consiglio Nazionale, rinnovato per due terzi: ai nuovi consiglieri è affidato il documento con le indicazioni per le scelte del nuovo triennio, caratterizzato anche dall’invito di Papa Francesco a essere “palestra di sinodalità, un’importante risorsa per la Chiesa italiana” perché la sinodalità sia soprattutto “uno stile da incarnare”. 

Raccogliendo gli interventi dei delegati, la relazione del Presidente, il documento assembleare, l’assemblea si è conclusa con il messaggio dell’Ac alla Chiesa e al Paese “Verso il futuro, come fratelli”, proprio per rinnovare l’impegno, la dedizione dell’Azione Cattolica, in ogni via delle città e dei paesi, ad ascoltare la vita delle persone “perché in ogni donna ed ogni uomo è presente l’impronta di un amore infinito del Padre creatore”; a generare processi che abbiano a cuore il Bene di ciascuno e della casa comune che è il creato, “nella logica dell’ecologia integrale”, a “partecipare, da protagonisti, proprio

al cammino sinodale che la Chiesa italiana si avvia a intraprendere, coinvolgendo l’intero Paese”. Come AC diocesana sentiamo nostro questo messaggio, una luce per un futuro che abbia lo stile della sinodalità e della fraternità. 

In questi sette anni Matteo Truffelli ha guidato l’Azione Cattolica prendendosi cura delle relazioni, prestando attenzione ad ogni singola realtà, con la mitezza e la determinazione del profeta: un grazie riconoscente per il tratto di strada percorso insieme!

Facendo eco alle parole con cui Matteo ha concluso il suo mandato di presidente nazionale, voglio sottolineare l’importanza di volere bene a questo tempo, a questa Chiesa, a questo territorio, a queste persone, a chi si affida alla nostra passione educativa, a questa Azione Cattolica, spazio di Speranza. 

Nell'ambito della 58esima giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, l'Azione Cattolica di Lodi organizza una STAFFETTA DI PREGHIERA per Venerdì 23 Aprile dalle ore 15 alle ore 20: non sarà necessario collegarsi ad alcuna piattaforma, basterà la preghiera ad unirci!
Chiediamo semplicemente di scegliere 15 minuti di raccoglimento e preghiera nelle proprie case: è possibile indicare il turno scelto iscrivendosi a questo link
Qui il volantino dell'iniziativa, il sussidio di Preghiera e il Santo Rosario meditato.
 
Allegati


* di Raffaella Rozzi

Questo tempo di Pasqua vuole proprio essere un tempo di speranza certa, perché è tale il Signore risorto, come viene proclamato nella Sequenza pasquale “Cristo, mia speranza, è risorto”: abbiamo bisogno di questa certezza per sostenere la vita quotidiana. Mentre ascoltiamo il sacerdote proclamare il vangelo della seconda domenica di Pasqua, ci immedesimiamo nella scena, ci viene il pensiero, forse anche il desiderio, di essere lì, nel Cenacolo, ad essere incoraggiati a non avere paura, a ricevere il dono dello Spirito, a ripetere le parole che anche Maria Maddalena ha riferito come annuncio “Abbiamo visto il Signore”. Poi arriva Tommaso, che è connotato da tratti che un po’ ci somigliano, va bene fidarci dei fratelli ma vedere di persona, è certamente meglio, questo pensiero non rimane tale nella testa, ma affiora sulle labbra: la fede si fonda sulla passione, non dimentica quel passato concreto della sofferenza anche se non si ferma, vuole andare oltre, sicura che è il crocefisso che è risorto. E’ Gesù che conduce per mano Tommaso a ripartire proprio da ciò che ha vissuto, dalla concretezza di un gesto. Ci sentiamo molto Tommaso, con la nostra fragilità, con tutta la nostra vita portata davanti al Signore, è tutta l’esistenza di Tommaso che dice “Mio Signore, mio Dio”. Ma c’è uno spazio anche per noi, del terzo millennio, noi che siamo indicati dall'evangelista Giovanni, come beati, sì proprio beati, con lo stesso aggettivo del discorso della montagna, noi che non abbiamo visto e abbiamo creduto, due azioni puntuali, espresse da participi aoristi, nel testo greco e come dice l’aoristo, azione che prescinde dalla categoria di tempo e di durata, azioni che attraversano i secoli e diventano anche nostre. Tommaso non è solo, i discepoli sono insieme: è la prima ecclesia che è esempio per noi, la nostra fede è la fede della Chiesa. 

Questo tempo di Pasqua accoglie due momenti associativi importanti: il congresso nazionale del MSAC e l’assemblea nazionale dell’Azione Cattolica. Sono due momenti che vedono protagonisti i delegati i quali porteranno il circolo MSAC e tutta l’AC laudense a scegliere i passi da compiere nel prossimo triennio. Gli studenti hanno inserito nello slogan del congresso il noi con “Scegliamo il noi, studenti per una scuola di tutti”, consapevoli di abitare questo tempo per essere protagonisti di un cambiamento che è possibile se realizzato insieme, un passo dopo l’altro. A partire dalla scuola, per contagiare tutti gli ambiti di vita, il MSAC consegna all’AC intera il suo entusiasmo e la sua vitalità, l’AC si lascia contagiare dalla gioia dei giovani che è la gioia del Vangelo, per discernere, alla luce della Parola, le strade da percorrere, nel mondo con i fratelli e le sorelle che incontriamo ogni giorno. Questi due appuntamenti sono dentro la vicenda pandemica: la riflessione e il ripensamento del futuro sono esito dei mesi di lockdown nel quale ci siamo guardati in volto, abbiamo intrecciato le mani nel servizio, abbiamo detto la nostra opinione davanti all’ingiustizia perpetrata e ci siamo riconosciuti fratelli. Da qui si riparte insieme come comunità, come associazione, come famiglia umana. Proprio perché facciamo l’assemblea nazionale dal tavolo di casa, perché ci guardiamo attraverso uno schermo, perché esprimiamo il voto online, vogliamo essere ancor più associazione generativa di Bene. Buon tempo di Pasqua!

* di don Emanuele Campagnoli

La definizione più bella che ho incontrato del padre spirituale l’ho ascoltata in un’istruzione di padre Spidlik. L’anziano gesuita dice che tre sono i tratti che permettono di identificare in una persona il carisma della paternità spirituale: la teologia, la diakrisis, e la cardiognosi.

Per teologia, si intende la vera teologia: non si tratta di sapere tante cose su Dio, di avere idee precise, di essere un esperto biblista o di trascinare con la propria abilità oratoria. Il padre spirituale ha quella teologia che nasce dall’intimità personale con Dio: egli parla di chi conosce in prima persona. Evagrio diceva che chi prega bene, è teologo. Chi sa parlare con Dio, come un figlio con il suo papà, questi è teologo. Tra i preti che mi hanno segnato nell’adolescenza c’è stato un prete dell’Oratorio che aveva un dono unico. Quando nei campi estivi ci radunava in chiesa per la preghiera al mattino o alla sera, si metteva a parlarci di Gesù con parole semplici, eppure in quelle parole traspariva la sua fede viva e l’amicizia semplice ma sincera che lo univa a Gesù, al punto che accendeva in te il desiderio di quella stessa relazione con Dio. Il mio padre spirituale ama ripetere una frase: il prete bravo suscita applausi, ma il prete santo fa discepoli.

Alla sana teologia, si aggiunge poi quella che l’Oriente chiama la diakrisis, ossia il discernimento, l’arte di distinguere le ispirazioni, i pensieri. Da che spirito provengono? Da quello buono o quello cattivo? Chi parla dietro questo pensiero o desiderio? Lo Spirito Santo o il nemico dell’uomo? Il padre spirituale è l’esperto del discernimento. Egli compie quest’opera anzitutto ascoltando. Padre Spidlik insegnava, ad esempio, a parlare pochissimo, persino a non dire niente quando un penitente si avvicinava per la prima volta al proprio confessionale. L’arte di questo ascolto distingue il padre spirituale dal direttore spirituale. Il direttore parte infatti da un ideale di perfezione – la preghiera ideale, la vita cristiana ideale, il sacerdozio ideale, l’uomo ideale, il matrimonio ideale, la famiglia ideale – e cerca di scolpire chi ha davanti a sé a partire dall’ideale che sta nella sua propria testa. Il padre spirituale invece fugge quest’opera come una tremenda tentazione. Egli non modella il proprio figlio a propria immagine, ma si mette in ascolto dello Spirito Santo, il vero Iconografo dei cuori. Parla poco per non soffocare con le proprie (inutili) parole, le Parole che pronuncia lo Spirito Santo o per non rovinare l’opera di Dio, sempre inedita, con i propri schemi, attese, progetti. Egli, con la sua esperienza personale, conosce come lo Spirito parla, quali parole usa, quali sono le sue tipiche ‘andature’ e sa distinguerle dalle parole, dai modi, dalle cadenze sotto cui si nasconde il diavolo.

C’è poi un terzo ed ultimo tratto che contraddistingue il dono della paternità spirituale: la cardiognosi, ossia la conoscenza dei cuori. Il padre spirituale sa vedere ciò che c’è nel cuore di chi gli sta davanti; egli penetra i cuori e non si ferma alla superficie. Non si tratta dello sguardo di furbizia, di chi è abbastanza sgamato, da saper carpire ciò che tieni nel segreto del cuore. Nemmeno dello sguardo analitico di chi ti scompone pezzo per pezzo, con il bisturi tagliente dei suoi giudizi affilati. La cardiognosi è tutt’altro dono. Non è frutto dell’occhio astuto o affilato, ma di un cuore amante. Solo chi ti ama, ti conosce. Ho incontrato il mio padre spirituale per la prima volta tanti anni fa: era stato invitato in Seminario a tenere un ritiro e in quella occasione ero stato a colloquio con lui. Poi passarono tanti anni senza più vederci o sentirci, tanto che io mi ero persino dimenticato di averlo conosciuto. Ed ecco che in un’estate di qualche anno fa, un mio carissimo amico mi invita a un convegno e, nella pausa tra una conferenza e l’altra, mentre mi avvicino al tavolo del caffè, si avvicina un prete che mi sorride contento di rivedermi e mi chiama per nome. Che sorpresa: io l’avevo dimenticato, ma lui non si era dimenticato di me, mi aveva portato nella memoria del suo cuore per tutti quegli anni! Ecco cosa vuol dire che solo chi ama, conosce. Frutto della cardiognosi è il saper dire la parola giusta al momento giusto. Nei primi anni della mia giovinezza capitai una sera, durante una veglia in Duomo, a confessarmi da uno dei nostri preti anziani. Nella confessione, dissi alcune cose che mi facevano soffrire in quel momento di crisi, ma senza andare troppo nello specifico. E lui mi consegnò un esempio che ricordo ancora oggi, tanto fu provvidenziale per il cuore. “Ci sono persone che sono come i chiodi: entrano subito in relazione. Ce ne sono altre che sono come le viti: ci vuole per loro tempo, entrano lentamente, un giro alla volta. Ma una vite, una volta che è entrata nel legno, non esce più”.

Alla fine di questa descrizione della paternità spirituale, devo chiedere scusa di una cosa: vi ho portato esempi solo di ‘padri’ e solo di ‘preti’. Perdonatemi, ma questa è stata ed è la mia esperienza della paternità spirituale. Nella Chiesa però lo Spirito soffia sempre come e dove vuole, senza badare al sesso e al ruolo ecclesiale. Ci sono padri spirituali e madri spirituali. Ci sono padri e madri tanto tra i preti, quanto tra i religiosi, gli sposati o i semplici battezzati. A noi sta cercare la loro compagnia. Quando una di esse incrocia il tuo cammino, fa’ come dice la Scrittura: Se vedi una persona saggia, va’ presto da lei; il tuo piede logori i gradini della sua porta (Sir 6,36).

* di Mariarosa Sbarufatti

Nella parte conclusiva di “Patris corde”, Papa Francesco esplicita lo scopo di questa sua lettera apostolica sulla figura di San Giuseppe: “accrescere l’amore verso questo grande santo, per essere spinti a implorare la sua intercessione e per imitare le sue virtù e il suo slancio”. Penso che l’invito a riscoprire la figura dello sposo di Maria e del padre terreno di Gesù sia quanto mai importante e attuale, anche perché mi sembra che non sia sempre adeguatamente valorizzata. Nella lettera apostolica poi il Papa pone l’accento su diversi tratti di San Giuseppe; io mi soffermerò su alcuni che, personalmente, avevo finora poco considerato, forse perché meno evidenti rispetto all’immagine “comune” che abbiamo imparato a conoscere fin da piccoli.

Il primo tratto è quello di una figura “tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi”, di una persona che passa inosservata, che è presente nella famiglia di Nazareth in modo discreto e nascosto, pur essendo un protagonista della storia della salvezza, un padre che può assomigliare a molti di noi nel suo agire quotidiano… allora mi viene spontaneo riaffermare come la santità si gioca non nell’eccezionalità di quello che si fa, ma nell’assumere fino in fondo la vocazione “normale” a cui ciascuno è chiamato.

Il secondo tratto è quello di un “padre nella tenerezza”, intendendo per  tenerezza “la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi” e per accettarlo, nella consapevolezza che le nostre paure e debolezze non devono avere il sopravvento, ma possono essere considerate come un mezzo di cui il Signore si serve per portare avanti la sua opera di salvezza, come è successo a San Giuseppe… allora essere benevoli e non giudicanti nei confronti delle nostre e altrui fragilità ci consente quello sguardo “oltre” sulle cose, che lascia più spazio a Dio e meno alle nostre pretese di avere tutto sotto controllo.

Il terzo tratto è quello “di un uomo rispettoso, delicato” nei confronti di Maria, della sua reputazione e dignità, che “lascia da parte i suoi ragionamenti per far spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie”, non in modo passivo e rassegnato, ma con coraggio e responsabilità e fidandosi di Dio… allora mi viene da pensare quanto deve essere stato rasserenante per Maria potersi fidare, poter contare sull’accoglienza piena della sua condizione da parte di Giuseppe, che in questo modo ha condiviso il suo fiat e si è messo al servizio del mistero dell’incarnazione.

L’ultimo tratto riguarda il rapporto di Giuseppe con Gesù, un rapporto “nell’ombra”, di un padre che “ha saputo amare in maniera straordinariamente libera. Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù”, ha saputo prendersi cura di Gesù sapendo che quel Bambino non era suo… allora la vera paternità, ma anche la vera maternità, è quella che non trattiene, non imprigiona i figli, ma li rende capaci di scelte libere, di camminare con le proprie gambe anche su strade inedite.

In questo anno a lui dedicato, potremo lasciarci interpellare dalla testimonianza di fede di San Giuseppe, connotata, come sottolinea Papa Francesco, da un “eloquente silenzio.”