* di Valerio Migliorini

“Giugno 2020, in bici con un amico. Lodi, Ossago, Brembio. Si alza il vento, candidi cirri si rincorrono nelle praterie del cielo. Mairago. In pochi muniti nuvole minacciose oscurano l’orizzonte. L’aria odora di temporale. Aumentano le pedalate, il respiro si fa affannoso. Caviaga, ora Lodi è più vicina. Alle porte della città, in un prato lungo la strada e sotto un cielo ormai nero, una cicogna sta ritta sul tronco altissimo e amputato di un albero secco. Guarda lontano. Noi fuggiamo al riparo, lei sta là impavida in vedetta, a guardia del nido vicino, della compagna e dei piccoli.
La cicogna osserva il cielo, annusa l’aria, valuta il pericolo, si prende cura della sua ‘casa’.

E noi uomini? Il lodigiano è una terra generosa, ricca di acqua, di rogge, di prati, di boschi e di colori. Ricca di storia e di storie. Una terra che i monaci hanno bonificato qualche secolo fa e che negli anni del boom economico i nostri politici, amministratori e tutta la nostra gente hanno voluto mantenere a vocazione agricola. Una terra che per secoli ci ha dato lavoro e cibo. La percorro spesso in bicicletta e scopro posti inesplorati di straordinaria bellezza, scorci di fiume, anse e mortizze ancora popolate da gallinelle e anatre selvatiche.

Una terra che, nonostante ciò, ha il triste primato dell’inquinamento e dei tumori. E forse non è un caso che la pandemia da Covid abbia iniziato la sua corsa nel mondo occidentale proprio dai nostri paesi e dalle nostre città in cui negli ultimi decenni il cemento ha iniziato a sostituire prati e boschi.
Nella “Laudato si” Papa Francesco si schiera apertamente per la scelta ecologica e contro il consumismo in tutte le sue forme: “La vocazione di essere custodi del creato è parte essenziale di un’esistenza virtuosa e non costituisce un aspetto secondario dell’esperienza cristiana. Implica gratitudine e il riconoscimento del mondo come dono. Implica l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con tutti gli esseri viventi  una stupenda comunione universale. Una fraternità universale, che include tutto il creato, nella difesa dei deboli e dei poveri, della vita dal suo sorgere al suo tramonto. Un’ecologia integrale fatta di gesti quotidiani nei quali salvaguardare il mondo e spezzare la logica della violenza, dello sfruttamento e dell’egoismo”.

Si impongono, quindi, anche per noi lodigiani, politiche di ecosostenibilità che tengano conto, non dimentichiamocelo, non solo della dimensione ambientale ma anche di quella sociale ed economica. Da questo punto di vista la nostra città e il nostro territorio non hanno brillato negli ultimi anni: scelte ambientali, urbanistiche ed edilizie azzardate, politiche economiche e sociali non sempre rispettose della dignità delle persone. E anche i nuovi progetti urbanistici che stanno venendo avanti sono assai discutibili. Se la terra di Lodi deve essere la ‘casa comune’ che lasciamo ai nostri figli, dobbiamo ripensarla in termini di qualità di vita, spazi di relazione e sostenibilità. Con prudenza, lungimiranza e carità.

Come la cicogna che dall’alto guarda, studia, valuta e si prende cura dei suoi simili.

* di Giorgio Daccò

Anni fa circolava un dato: a Lodi c'erano circa ottocento unità abitative vuote. Un dato, oggi, aumentato. A fronte di una popolazione sostanzialmente stabile, non si è mai smesso di costruire nuovi edifici, con tutti i problemi che ciò comporta.

Ciò avviene in tutti i centri del nostro territorio. Perché si continuano a costruire nuovi edifici se la popolazione non aumenta e se non ce n'è bisogno?

Le motivazioni sono riconducibili ad un'unica logica: si privilegia il profitto e l'arricchimento di pochi privati cittadini, rispetto al bene comune della cittadinanza.

Pochi palazzinari o proprietari di terreni si arricchiscono, mentre tutti i costi per allestire i servizi per i nuovi quartieri che salgono come funghi sono a carico della collettività.

In tutto ciò hanno una grande responsabilità le amministrazioni. Spesso concedono permessi di costruire perché, con il bilancio in difficoltà, contano sugli oneri di urbanizzazione per poter mantenere i servizi essenziali alla popolazione o, peggio, per poter realizzare quelle opere, spesso inutili, per godere del consenso necessario ad essere rielette.

I risultati sono nefandi e purtroppo duraturi: il consumo di suolo agricolo, che nel Lodigiano sta galoppando, con gli effetti drammatici che si conoscono (soprattutto nell'inquinata pianura Padana); l'impoverimento progressivo delle relazioni sociali.

La costruzione, poi, di nuove strutture commerciali (che nel capoluogo vedranno un incremento notevole se non sarà scongiurato l'arrivo di un megastore in pieno centro) sta aggravando la piaga della chiusura dei piccoli negozi di vicinato, che farà sempre più perdere i contatti umani tra le persone, oltre a desertificare i centri abitati. Per non parlare della mutazione antropologica che vede l'uomo diventare un consumatore. Assistiamo ad un imbruttimento delle nostre città, con il sorgere di palazzine senz'anima, di parallelepipedi obbrobriosi, ed alla distruzione di strutture storiche, come sta avvenendo a Lodi.

Per fermare tutto ciò occorre un cambio di politica, soprattutto a livello locale. Bisogna spezzare la catena che lega la costruzione di nuovi edifici ad introiti (apparenti) per le casse delle municipalità; rendere, poi, conveniente riqualificare gli edifici già esistenti e sempre meno redditizio per i privati la distruzione di nuovo suolo. Privilegiare progetti utili per le comunità, che accrescano la qualità della vita sociale, impedendo invece il sorgere di nuove megastrutture, con continue regalie a pochi soggetti che ne traggono immensi profitti, senza benefici per le comunità.

I cristiani non possono stare a guardare: prendano parte ai movimenti di opinione e di azione concreta di massa. Non si può lasciare libertà alle singole giunte di turno di distruggere le nostre città ed il nostro futuro. 

 

* di Raffaella Rozzi

Quando ad inizio anno la commissione documento ha individuato tre stili con cui abitare il mondo, la Chiesa e l’associazione, ci è sembrato scontato attribuire la prossimità al mondo, la sinodalità alla Chiesa e la fraternità all’associazione, declinando ciascuno nella rispettiva peculiarità. Nei gruppi di confronto all’assemblea, sono state condivise queste modalità, ma si è aggiunto poi, nella votazione del documento, proprio nella fraternità un riferimento più ampio, che travalica i confini dell’associazione, del territorio, per andare oltre l’idea di fratello della narrazione biblica, ovvero la citazione del “Documento sulla fratellanza umana”, sottoscritto ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, nel febbraio 2019, un segno profetico per lo scorso 16 febbraio, oggi una realtà nell’enciclica “Fratelli tutti”.
Quell’espressione di San Francesco, che mi ricorda le parole pronunciate davanti al sultano Sultano Malik-al-Kamil in Egitto, trasforma il nostro sguardo sulle persone, a partire dall’episodio del 1219 ad oggi. Personalmente sono legata a questa vicenda della vita di San Francesco, ne parlo in classe, partendo dall’opera di Giotto, nel ciclo di affreschi della Basilica superiore ad Assisi, per rendere consapevoli gli studenti che vivono fedi diverse, degli eventi che, non solo li hanno preceduti, ma di cui sono figli, eredi di tali parole, pronunciate o ascoltate. Parole che non restano idee ma diventano realtà nella quotidianità di una classe.
Mentre leggevo le prime pagine della nuova enciclica, è affiorata l’immagine di Papa Francesco durante la preghiera del 27 marzo in piazza San Pietro: lui solo e noi soli nelle nostre case, davanti allo schermo, tutti sulla stessa barca, l’umanità intera su quella barca nella tempesta: abbiamo compreso che la fraternità è la dimensione costitutiva della vita umana nel momento in cui è mancata. Nei mesi successivi, ce ne siamo dimenticati, anzi i fratelli sono diventati gli altri, da cui stare distanti, non solo fisicamente, piuttosto stare separati, richiudendoci in una vita fatta di egoismi e chiusure, all’insegna dello stare “dentro” piuttosto che dell’uscire, del chiudere porte e finestre della vita e del cuore, piuttosto che aprire ed accogliere. Tale dinamica deve essere superata nella vita perso- nale e in quella comunitaria, a partire da ciò che abbiamo vissuto e che ci ha cambiato. Per riprendere il cammino insieme, è necessario essere radicati nel futuro, abitare quegli spazi lasciati vuoti, essere protagonisti di scelte condivise: proprio per questo, l’AC diocesana ha individuato tre attenzioni quali la vita associativa, l’ecologia integrale, le alleanze ed ha iniziato a tracciare un sentiero, con i primi segnali che indicano la direzione ma i prossimi passi sono affidati alle associazioni territoriali, le quali, ac- compagnate dal centro diocesano, faranno scelte concrete di presenze vicine ai fratelli che incontriamo ogni giorno, spesso senza vederli o sentirli. L’Azione Cattolica è viva qui, nel territorio, in rete, per accogliere bisogni e trasformarli in opportunità, per far incontrare domande e risposte, persone che chiedono e persone che donano.
Realizziamo l’invito di Papa Francesco ad abitare il cambiamento, anzi a farci promotori di quel cambiamento che rende nuove tutte le cose, cambiandole da dentro, tessendo relazioni autenticamente fraterne, a partire da noi stessi, per arrivare alla presidenza diocesana, al consiglio diocesano, alle commissioni, ai consigli vicariati, alle associazioni territoriali, a ciascun aderente. Sia proprio la fraternità lo stile che ci contraddistingue in questo tempo!

* di Gioele Anni

Papa Francesco era stato chiaro, al Convegno di Firenze 2015: «Ricordatevi che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà». In questa prospettiva s’inserisce la decisione dell’Ac di Lodi di costrui- e alleanze per far fronte alle situazio- ni di fragilità che riscontriamo nel no- stro territorio. Fragilità che sono mol- teplici, alcune esasperate dai risvolti dell’attuale crisi sanitaria ed economica. La commissione ha individuato in particolare alcune urgenze di cui occorre prendersi cura con lo stile dell’alleanza, tra cui: la presenza di persone sole, soprattutto tra gli an- ziani; la crescente povertà educativa, aggravata dai mesi di chiusura delle scuole; la fatica delle famiglie, diver- se alle prese anche con difficoltà di sostentamento. Ma cosa significa fa- re alleanza per sostenere le fragilità? Occorre prima di tutto guardare alla realtà con piena libertà per lasciarsi interrogare da essa, in modo da co- gliere le vere esigenze che arrivano dalle nostre comunità. La volontà di rispondere ad alcuni problemi concreti facendo alleanza con altre real- tà, poi, implica alcune scelte di campo. La prima riguarda lo stile, che è quello della relazione fiduciosa: nel- l’impegnarsi in un’alleanza ci si mette in gioco gratuitamente portando le proprie specificità (nel caso dell’Ac, l’identità associativa e il radicamento nella Chiesa e nel territorio diocesa- ni), sapendo che camminare insieme ad altri può richiedere un tempo mag- giore, ma porterà a vivere un percorso più valido perché condiviso. Fondamentale, in tutto il processo, è attuare un buon discernimento, in particolare nei livelli parrocchiali dell’associazio- ne. È infatti lì, nella realtà concreta dei nostri paesi e dei nostri quartieri, che i gruppi di Ac possono individuare le esigenze a cui è prioritario dare risposte, e gli altri soggetti (di ispira- zione cristiana, istituzionali, di pro- mozione sociale o culturale...) con cui fare rete. Il discernimento richiede pazienza e coraggio: lo spazio in cui viverlo è principalmente il Consiglio pastorale parrocchiale, luogo di in- contro e riflessione di tutta la comuni- tà. Fare rete per sostenere le fragilità vuol dire mettere al centro chi vive un momento di difficoltà, e farlo con lo stile sinodale: una dinamica preziosa per essere accanto alle persone e da- re una testimonianza credibile di Vangelo.

L’attuale pandemia (in cui siamo ancora tutti coinvolti) ha messo “sotto pressione” – se così possiamo dire – l’esperienza delle nostre parrocchie. La chiusura forzata, l’impossibilità degli incontri, la modifica del tempi e del modi della liturgia, hanno rappresentato un ulteriore scossone ad una istituzione che già da tempo fatica a sintonizzare il proprio passo con quello dell’uomo di oggi.

La recente Istruzione della Congregazione per il Clero (“La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa”) sottolinea bene la sfida che la parrocchia è chiamata ad affrontare: “La configurazione territoriale della parrocchia, tuttavia, è chiamata oggi a confrontarsi con una caratteristica peculiare del mondo contemporaneo, nel quale l’accresciuta mobilità e la cultura digitale hanno dilatato i confini dell’esistenza. Infatti, da una parte, la vita delle persone si identifica sempre meno con un contesto definito e immutabile, svolgendosi piuttosto in “un villaggio globale e plurale”; dall’altra, la cultura digitale ha modificato in maniera irreversibile la comprensione dello spazio, nonché il linguaggio e i comportamenti delle persone, specialmente quelle delle giovani generazioni.”

Se questo è vero da diversi anni, è altrettanto vero che la pandemia ha enfatizzato ed amplificato questa difficoltà.

Tuttavia, come ci ricorda lo stesso documento citando papa Francesco “La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità.[…] Se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà a essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie””

Abbiamo quindi pensato di organizzare una tavola rotonda virtuale attorno al tema della vita parrocchiale, mettendo a confronto la voce e le opinioni di alcuni amici che alla comunità parrocchiale guardano da punti di vista differenti: Don Luca che è parroco, Bice presidente parrocchiale di AC, Angelo che opera nella Caritas e Federico, giovane amministratore comunale.

Come escono le nostre comunità da questo periodo di lockdown? Quanto questo tempo le ha segnate?

[Bice]: Le nostre comuntità hanno vissuto una dura prova, si sono trovate ad affrontare una situazione inedita, di crisi, da cui non sono ancora completamente uscite, perché purtroppo la pandemia è ancora presente; sicuramente escono dal periodo di lockdown modificate (come dice  il Papa  questa pandemia ci ha cambiato in bene o in male ; sta a noi decidere come!), escono sofferenti perché hanno vissuto l’esperienza del dolore, della morte; molte persone si sono ammalate, tante sono venute a mancare ; la comunità di Sant’Angelo ha perso due sacerdoti  e una religiosa , escono disorientate e impaurite: hanno timore della malattia, della morte, della sofferenza ; hanno perso la certezza di una routine consolidata, forse troppo.

A mio avviso nelle nostre comuntà l’esperienza del covid ha fatto emergere alcune criticità (la frequenza alla S.messa, la consapevolezza nell’avvicinarsi ai sacramenti, la cura dei poveri, solo alcuni esempi…) già presenti  prima, che dovrebbero stimolarci ad una riflessione e ad un confronto costruttivo per cercare strade nuove e trovare la forza per mettere in atto un cambiamento pastorale che guardi all’essenziale.

Sicuramente da parte di tanti, anche aderenti alla nostra associazione, c’è voglia di ricominciare ,di fare, di prendersi cura degli altri.

Io penso che questo sia il tempo della fede, grazie alla quale questa crisi dovrebbe trasformarsi in un’opportunità che ci renda più solidali gli uni verso gli altri e nel riconoscere Dio al centro dell’esistenza come il Dio della vita.

CONSEGNARE

I tempi ed i luoghi della trasmissione della fede rischiano di uscire trasformati da questo tempo di coronavirus. Quali nodi e quali criticità sono emersi?

[Bice] Stiamo vivendo come ha detto Papa Francesco un tempo di scelta, non è semplicemente  un tempo di attesa per ritornare al passato a quello che c’era prima, ma un tempo di discernimento per capire l’essenziale e comprendere a cosa dobbiamo rinunciare per salvaguardare il tutto. Nulla dovrebbe essere come prima neanche le nostre proposte pastorali.

[don Luca]: Viviamo da decenni un processo di scristianizzazione che aveva già spinto gli spiriti più attenti a proporre la necessità di una nuova evangelizzazione. Se da tempo si rilevava il bisogno di qualcosa di nuovo, significa che i metodi e le sicurezze dei tempi precedenti erano in via di superamento o di esaurimento delle proprie potenzialità. Gli eventi degli ultimi sei mesi non hanno fatto altro che scoperchiare una pentola già colma di intricate difficoltà. Tra le più impellenti, pare di poter evidenziare la supposizione che fosse sufficiente proseguire con l'indottrinamento dei piccoli (ancorché mal sopportato da piccoli e grandi) per avere qualche garanzia di trasmissione della fede. Così non è stato. Che sia la comunità cristiana, attraverso apprezzabili incaricati (catechisti e preti), a trasmettere la fede, è nelle cose, ma se i destinatari dell'annuncio non si sentono parte della comunità, si finisce per mettere forzosamente insieme due mondi paralleli.

 

I nostri classici appuntamenti ed incontri sono andati un po’ in crisi a motivo della pandemia. Come faranno le nostre comunità a “reinventarsi” per annunciare il Vangelo anche in questo tempo particolare?

[Bice]: L’emergenza sanitaria ha fatto saltare tutti gli appuntamenti e scadenze pastorali, compresi i Sacramenti; potrebbe essere l’occasione  per un percorso catechistico e pastorale che porti le famiglie e i ragazzi ad un discernimento condiviso per una maggiore consapevolezza al ricevimento dei Sacramenti, alla partecipazione alla Santa messa e ai percorsi formativi proposti.

E’ necessario incontrarsi tra catechisti, organismi pastorali, gruppi pastoralmente attivi  per condividere e riflettere il vissuto di questo tempo dal punto di vista umano e della fede per non lasciar passare inutilmente tale momento di passaggio, ma viverlo come un’ opportunità di cambiamento costruttivo.

[Don Luca]: Come reinventarsi? Seguendo il criterio della fedeltà alla Parola di Dio e alla vita dell'uomo, senza lasciare che sia solo uno slogan... Occorre che la comunità cristiana ritrovi la fedeltà e la centralità della meditazione della Parola, nella Liturgia, nell'ascolto frequente, nella conoscenza viva della Scrittura e della sua continua attualità. Lo abbiamo fatto? Lo stiamo facendo? Anche durante le fasi acute della quarantena, in moltissimi casi si è preferito riproporre l'uso di formule tradizionali, più rassicuranti istintivamente, ma dal punto di vista esistenziale poco adatte a suscitare gli interrogativi più opportuni per ricercare un senso a ciò che stava accadendo, le motivazioni per continuare a credere e a vivere con responsabilità e fraternità. Per essere più fedeli all'uomo di oggi e di sempre, e alle sue questioni più impellenti, si deve cercare una via capace di suscitare le domande significative, formulate in modo non solo primario, urgente, ma più riflessivo. In altre parole, non basta offrire percorsi religiosi "accettabili", consolanti, rassicuranti per chi è già in un cammino di fede, purchessia. Cosa abbiamo fatto per tutti coloro - e sono le fasce più attive e più coinvolte nella vita sociale - che fra i venti e i cinquant'anni vivono, non da oggi, una fase critica della loro esperienza religiosa? Quale fede abbiamo consegnato? Quale annuncio hanno ricevuto? In tal senso, "reinventarsi", come comunità cristiana, comporta la necessità di un'assunzione di responsabilità più ampia, occorre che ogni battezzato almeno un po' consapevole, assuma nella sua pienezza il proprio cammino di fede, che non si esaurisce nella pratica religiosa e nella più o meno convinta attenzione ai poveri. Che ne è della nostra capacità di credenti di individuare e avvicinare le povertà spirituali, esistenziali, di valori? Cosa diciamo a chi vive nell'indifferenza, non si pone domande, si accontenta, si sfoga nell'edonismo? Si tratta di un'impresa impegnativa, forse la vera sfida contemporanea.

[Federico]: Durante la pandemia le comunità cristiane non hanno potuto più ritrovarsi nella celebrazione della Messa e questo ha turbato la vita di molti fedeli. La Messa scandiva in qualche modo la quotidianità e il suo venir meno ha lasciato una sorta di senso di vuoto. Settimane e mesi senza la liturgia vissuta hanno segnato tutti i cristiani, ma momenti di grande fede e “coinvolgimento spirituale” non sono mancati. Penso a quando Papa Francesco ha pregato, il 27 marzo, in una Piazza San Pietro deserta e bagnata dalla pioggia lasciandoci immagini e sensazioni straordinarie. Chiunque, credente o no, ha potuto percepire la potenza di quel gesto. Forse un modo in cui le comunità cristiane potranno ritrovarsi e riprendersi a seguito di questa pandemia consiste proprio nel riabbracciare le emozioni, le sensazioni e l’importanza dei gesti che connotano il vivere cristiano: il silenzio, la paura, il dolore, la pietà, la speranza.

 

ACCOGLIERE

[don luca]: La provvidenziale insistenza di papa Francesco ad abituare le nostre coscienze a misurarsi con la povertà di molte persone e di molti sistemi di vita sociale ingiusti, viene accolta con qualche crescente fastidio da gruppi di fedeli che pure frequentano le nostre chiese. D'altra parte, l'impeto amorevole e fattivo di molti operatori ha ricevuto un forte incoraggiamento che prima di questo pontificato non mancava (tanto per sorridere, la Caritas non è nata cinque anni fa). Le nostre parrocchie e associazioni si sono distinte nel proseguire durante la quarantena - e ancora oggi - un servizio che c'era già. Sicuramente si è intensificata la necessità e l'urgenza, per le mutate condizioni lavorative di molti cittadini, per le difficoltà di relazioni acuite nelle famiglie già in bilico, per l'emergenza sfratti, il mutato accesso al sistema sanitario per diverse patologie, l'insistenza sfavorevole nei confronti dei migranti... Chi ha voluto accorgersi dell'immane lavoro dei cattolici in favore dei poveri si è accorto di quanto grande sia, spesso nel più evangelico nascondimento. C'è da riflettere, tuttavia, sull'impennata di povertà spirituali e morali, sull'incapacità di molti di approdare a un senso non solo immanente dell'esistenza: che sia questa la vera sfida che ci attende? Nel dialogo con gli uomini e le istituzioni di oggi, offrire la ricchezza di una visione alta e dignitosa dell'esistenza umana che scaturisce dalla coscienza più formata dei credenti in Gesù e nel suo Vangelo. à messo tutto insieme.. capiamo come splittare

Chi sono i poveri o i “nuovi poveri” che bussano alle nostre porte? Come è cambiata, se è cambiata, la loro fisionomia al tempo del covid?

[Angelo]: L’impatto economico più acuto l’hanno subito le fasce di popolazione più fragili. Disoccupati che hanno dovuto accantonare la benché minima speranza di trovare un lavoro. Potete immaginare la frustrazione di quelle persone che, con fatica, avevano trovato un posto, che significava speranza concreta di migliorare la propria condizione socio-economica, che invece non avevano neanche potuto iniziare perché proprio in quei giorni è scoppiata l’epidemia.  O lavoratori a chiamata, che non potendo uscire dai confini stabiliti dalle ordinanze pubbliche, non potevano generare alcun reddito. O colf, badanti, addetti alle pulizie, persone in precedenza abituate ad arrangiarsi con lavoretti precari, talvolta in nero, che improvvisamente non potevano più recarsi sul posto di lavoro, perché fuori dalla zona rossa, o per le chiusure forzate  o perché le famiglie presso cui prestavano servizio non potevano farli entrare nelle loro case. Ma anche chi aveva un contratto regolare ha sofferto. In molti casi la cassa integrazione è stata erogata con grave ritardo. Ad alcuni più fortunati, era stata anticipata dal datore di lavoro, ma comunque era un introito ridotto e, quando lo stipendio è già misero, una riduzione del 30% per uno o più mesi è un problema. Insomma l’epidemia ha messo a nudo tutte quelle fragilità con cui molte persone, in condizioni normali, avevano imparato a convivere, spingendole a cercare aiuto.

[Bice]: I poveri sono sempre stati presenti e continuano ad esserlo. Questo contesto ha fatto emergere  nuove indigenze e realtà di solitudine:  bambini e ragazzi chiusi in casa, lontani dalle amicizie e dalla scuola, adulti colpiti da povertà materiali, dalla perdita del lavoro,  persone lontane dai propri cari con ripercussioni  relazionali e psicologiche.

Come insegna il Vangelo per il cristiano è fondamentale aprire le porte del cuore e non lasciare solo chi è nel bisogno.

Le comunità cristiane sono state in prima linea nell’affrontare questa emergenza: questo servizio ha cambiato la percezione che le comunità hanno della propria presenza nel territorio?

[Angelo]: Accanto ai volontari, molte persone hanno voluto manifestare concretamente la loro solidarietà.  Oltre alle forme tradizionali di aiuto, come le offerte per i poveri, davvero generose, e le raccolte di alimenti, in quel triste periodo in cui il dolore era reso più acuto dalla solitudine e dalla mancanza di un abbraccio, si sono moltiplicate le iniziative di vicinanza alle persone, specie a quelle più sole e provate. Se una cosa abbiamo imparato dall’esperienza vissuta è che non bisogna farsi trovare impreparati dalle emergenze. Non sono i servizi ben strutturati che di per sé danno risposte adeguate alle difficoltà del momento, ma quando tali servizi sono l’espressione di una sensibilità comune cresciuta negli anni, di attenzione ai poveri e alle persone fragili, allora sono davvero utili a catalizzare e dar voce alla solidarietà di tanti che desiderano sentirsi parte di una comunità che sceglie di stare vicino alle persone, pur nel rispetto delle rigide norme sul distanziamento sociale.  L’Emporio della solidarietà, iniziative come Famiglie in Rete, la disponibilità al colloquio di volontari del Centro di Ascolto, assieme al supporto offerto dal Fondo di Solidarietà della Diocesi, hanno consentito risposte rapide ed efficaci a numerose famiglie in grave difficoltà economica

 Come la collaborazione con le istituzioni civili ha inciso sul modo in cui la società guarda alle nostre parrocchie?

 [Angelo]: I volontari delle Caritas locali hanno reso visibile il volto fraterno delle nostre parrocchie, nel momento in cui era necessario spezzare il pane con molti bisognosi. Comunità parrocchiali che hanno assunto l’aspetto di ospedali da campo, secondo la felice espressione di Papa Francesco, per stare in mezzo alla gente anche in momenti davvero difficili. I rapporti con le Assistenti Sociali e con la Protezione Civile si sono rafforzati ed è cresciuta la fiducia e la stima reciproca. Detto questo c’è chi continua a pensare le comunità cristiane come salvagenti pronti all’uso. Sta a noi trasformare l’occasione del servizio in capacità di costruire una rete di rapporti con le persone che fanno crescere in umanità le comunità in cui viviamo

[Federico]: Le istituzioni locali, civili e religiose, nel periodo più buio si sono dimostrate un baluardo a difesa dei più fragili. La malattia e la perdita del lavoro hanno modificato la fisionomia dei “poveri” e hanno fatto sentire più marcata la loro presenza. La crisi è stata affrontata anche mediante una proficua collaborazione tra istituzioni civili e religiose che, mettendo a disposizione risorse, mezzi e personale, hanno dato sollievo a tante persone e tamponato numerose situazioni di fragilità. In quei giorni è affiorata la fittissima rete del volontariato che in modo del tutto altruista si è messa a completa disposizione della comunità e, quindi, del prossimo.

CELEBRARE

 [Don Luca]: L'irruzione del digitale potrebbe farci adagiare sulla mentalità del mondo, già molto condivisa soprattutto nei gruppi più tecnologici della popolazione, che sono anche i più giovani. Adagiarci sull'idea che basta un clic per essere in contatto col mondo. Ma è un contatto parziale, insufficiente, addirittura fasullo, che giunge a provocare disturbi e patologie individuali e sociali. Può bastare per ottenere informazioni, beni, servizi. Ma alla radice dei rapporti umani e alla radice di un cammino di fede c'è la necessità di una "conoscenza" che comprende il necessario coinvolgimento personale, in tutti i suoi aspetti. La liturgia è azione, non spettacolo, è partecipazione attiva, non visione e ascolto passivi. Su questo punto, il rigurgito del ritualismo porta con sé gravi responsabilità, con la tendenza a spettacolarizzare il culto: a beneficio di chi e di cosa? Il servizio svolto dai media è stato apprezzabile, ma dobbiamo uscire dalla fase della supplenza per tornare a celebrare nella verità. E la verità va ricercata sia nell'offerta che nella domanda, per così dire. La comunità dev'essere più accogliente a partire da come celebra: non è forse vero che spesso le nostre chiese e sacrestie sono ricettacolo di gruppetti chiusi e di atteggiamenti possessivi? Il bisogno di spiritualità va compreso bene, va guidato, va coinvolto in esperienze comunitarie  e non solo di gruppi, va strappato all'appagamento individuale per confluire nel coinvolgimento personale, può crescere dalle "sensazioni" all'esperienza della sequela di Cristo, nella comunità cristiana. à messo tutto insieme.. capiamo come splittare

Le nostre celebrazioni hanno assistito all’irruzione del digitale ed, in qualche misura, all’impoverimento del contatto diretto corpo a corpo: che cosa tenere e che cosa lasciare?

[Federico]: La pandemia ha portato anche una vera e propria “rivoluzione digitale”. Ogni ambito della vita quotidiana ha dovuto essere reinventato perché potesse essere svolto “da remoto”: si pensi alla scuola, al lavoro, alla spesa al supermercato, alle uscite “virtuali” con gli amici… Le grandi possibilità del digitale potrebbero dare una nuova connotazione anche all’operato della Chiesa senza però snaturarne la missione prescindendo dalla relazione e dal contatto con il prossimo.

[Bice]: Le nostre comunità hanno moltiplicato con inventiva e coraggio le occasioni di celebrazioni virtuali; sicuramente  però “guardare” la messa non è celebrarla; a mio avviso le celebrazioni e gli incontri  a distanza andrebbero mantenuti in occasioni di emergenza, ma bisogna cercare di privilegiare la S.Messa e gli incontri in presenza.

Bisognerebbe puntare sulla responsabilità del popolo di Dio, accompagnarlo ad accogliere, meditare e celebrare la Parola di Dio, è necessario che venga messa a frutto la dimensione sacerdotale propria di ogni battezzato.

Questo tempo di pandemia ha visto un nuovo “bisogno” di spiritualità: come le comunità cristiane possono accompagnare ed educare questo desiderio?