I laici sono chiamati a evangelizzare» in quanto credenti che «vivono nel mondo»: «discepoli-missionari» che «sperimentano e testimoniano la loro fede dentro e attraverso le diverse e concrete dimensioni dell’esistenza umana, nei suoi contorni familiari, sociali, politici, lavorativi, culturali». Parte da questa premessa Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana e membro del Segretariato del Forum internazionale Ac, intervenendo alla tavola rotonda “Come responsabilizzare i fedeli laici nell’evangelizzazione oggi”, nell’ultimo giorno dell’incontro internazionale “Promozione e formazione dei fedeli laici: buone pratiche” (26-28 settembre) promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Tra gli ambiti di testimonianza e impegno dell’Ac il servizio della carità. «In ogni Paese, l’Azione cattolica collabora ordinariamente con la Caritas, a tutti i livelli: promuovendo con essa specifiche iniziative, aderendo a campagne che essa realizza, incoraggiando e formando i propri aderenti a impegnarsi nel volontariato». Quindi la politica con la P maiuscola: l’Ac offre «un contributo significativo alla responsabilizzazione e valorizzazione dei laici» attraverso la cura di percorsi mirati a formare credenti consapevoli delle proprie responsabilità di cittadini, poi attraverso l’accompagnamento di quanti decidono di dedicarsi in maniera diretta all’azione politica, infine attraverso un’azione direttamente politica, «con cui l’associazione, pur restando nei confini di un impegno che non può essere di partito, riesce comunque a incidere sulla realtà». Ulteriore ambito quello dell’impegno educativo e culturale. L’impegno evangelizzatore, chiosa Truffelli, «passa attraverso un’unione profonda tra fede e vita» ma laici capaci di vivere queste corresponsabilità non «spuntano dal nulla»: vanno «formati, fatti crescere e sostenuti». Per questo l’associazione ha scelto la via della formazione permanente che accompagna «ogni stagione della vita».

Di seguito, il testo dell’intervento del Presidente Matteo Truffelli

Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita
Incontro internazionale Promozione e formazione dei fedeli laici: buone pratiche
Roma, 26-28 settembre 2018

Tavola Rotonda
«Come responsabilizzare i fedeli laici nell’evangelizzazione oggi»

1. Una premessa per chi non conosce l’esperienza dell’Azione Cattolica. Si tratta di un’associazione di laici, sorta in Italia 150 anni fa e poi diffusasi in molti altri Paesi, che ha come propria finalità quella di concorrere alla missione evangelizzatrice della Chiesa. Non sotto un solo profilo, ma in ogni suo aspetto e dimensione. Anche per questo risulta difficile raccontare in maniera sintetica le attività dell’associazione – tanto più in un quadro internazionale – perché esse possono essere molte e differenti, variando a seconda del contesto culturale, sociale e, soprattutto, a seconda del cammino di ciascuna Chiesa, dentro il quale e per il quale l’AC vive e svolge le proprie attività. Perché da sempre, ma con il Concilio Vaticano II in maniera ancor più consapevole, l’Azione Cattolica ha fatto la scelta di mettersi a servizio della Chiesa particolare in cui si radica: quella nazionale e, soprattutto, quella diocesana. L’AC assume infatti la diocesanità come propria specifica dimensione (come proprio «carisma», ci ha detto Papa Francesco quando lo abbiamo incontrato in Piazza San Pietro nell’aprile del 2017), e proprio per questo realizza le proprie attività soprattutto in parrocchia, articolazione fondamentale della diocesi. Avere una forte caratterizzazione diocesana le consente di aiutare le parrocchie in cui è presente a camminare con lo stesso passo e nella stessa direzione della diocesi, superando ogni tentazione di autoreferenzialità, e al contempo aiuta la Chiesa diocesana a condividere il respiro, a volte affaticato, delle parrocchie.
In AC sono i laici, e solo i laici, ad essere responsabili di ogni scelta e di ogni decisione. Allo stesso tempo, le diverse AC del mondo sono accompagnate da presbiteri assistenti che non si scelgono da sole, ma sono nominati dall’autorità ecclesiale, ai diversi livelli: parrocchiale, diocesano, nazionale. Anche questo è un modo per coltivare il senso della sinodalità, lo stile di una condivisione responsabile e fraterna tra laici e presbiteri, di una solida fedeltà ai pastori e di una reale partecipazione alle scelte della Chiesa locale.

2. Venendo al nostro tema specifico, ossia la promozione e la formazione dei laici nella missione apostolica della Chiesa, credo occorra partire da una riflessione introduttiva: è importate prendere le mosse dalla consapevolezza che i laici sono chiamati a evangelizzare innanzitutto e prioritariamente in quanto credenti che “vivono nel mondo”: «discepoli-missionari» che sperimentano e testimoniano la loro fede dentro e attraverso le diverse e concrete dimensioni dell’esistenza umana, nei suoi contorni familiari, sociali, lavorativi, culturali, ecc. È questa, mi pare, la prospettiva indicata dal Concilio e ribadita con forza anche da Papa Francesco in Evangelii gaudium e, in modo particolarmente puntale, nella Lettera al Cardinale Ouellet.
Da questo primo elemento di riflessione ricaviamo innanzitutto la sottolineatura della necessità che la comunità cristiana tutta sostenga questa responsabilità, per la quale ciascun laico è chiamato a vivere e testimoniare la fede attraverso la propria vita. In questo senso è senza dubbio possibile individuare alcuni ambiti particolarmente significativi e importanti in cui la missione evangelizzatrice dei laici è chiamata a dispiegarsi. Quando papa Francesco ha incontrato l’AC, ad esempio, ne ha indicati quattro: «cari soci di Azione Cattolica», ha detto il Santo Padre quel giorno, «come è accaduto in questi centocinquanta anni, sentite forte dentro di voi la responsabilità di gettare il seme buono del Vangelo nella vita del mondo, attraverso il servizio della carità, l’impegno politico […] attraverso anche la passione educativa e la partecipazione al confronto culturale».

3. Vorrei allora partire proprio da questi ambiti per portare ad esempio alcune esperienza che fanno parte della vita ordinaria di una realtà come l’Azione Cattolica, nelle sue differenti espressioni nazionali.

3.1. Penso ad esempio al primo ambito di testimonianza indicato da papa Francesco, quello del servizio della carità. In ogni Paese, l’Azione Cattolica collabora ordinariamente con la Caritas, a tutti i livelli: nazionale, diocesano, parrocchiale. Promuovendo specifiche iniziative, aderendo a campagne, incoraggiando e formando i propri aderenti a impegnarsi nella Caritas locale e, più in generale, nel volontariato. É così non solo in Italia, ma anche altrove: ad esempio l’AC argentina, quella albanese e quella colombiana promuovono specifiche iniziative in occasione della giornata per i poveri, rispondendo all’appello di Papa Francesco. Oltre che con la Caritas, inoltre, sono molte le occasioni di collaborazione cui l’AC da vita in questo campo. L’attenzione a lavorare insieme con altre realtà costituisce infatti una caratteristica che accomuna le diverse AC del mondo, e non rappresenta solo una scelta di metodo, ma anche di sostanza. Ovunque, infatti, l’AC cerca di lavorare “insieme con”, partecipando a reti di associazioni e istituzioni, creando o favorendo “alleanze” tra più soggetti, nella Chiesa e nella società. Penso ad esempio all’impegno dell’AC del Guatemala dopo l’eruzione del vulcano Fuego, ma anche alla piccola associazione parrocchiale di Lampedusa, i cui aderenti sono impegnati insieme a un forum di associazioni laiche e interconfessionali nell’accoglienza quotidiana dei migranti. E così tantissime altre associazioni dell’Italia meridionale.

3.2. Ancora più specifica e peculiare della vita dei credenti laici è la testimonianza al Vangelo che essi sono tenuti a portare attraverso il proprio impegno per quella che Papa Francesco chiama «Politica con la maiuscola».
Una realtà di laici associati come l’Azione Cattolica può offrire da questo punto di vista un contributo significativo alla responsabilizzazione e valorizzazione dei laici. Attraverso la cura di percorsi mirati a formare credenti consapevoli delle proprie responsabilità di cittadini e poi attraverso l’accompagnamento e il sostegno di quanti decidono di dedicarsi in maniera diretta all’azione politica (ma anche a quella economica culturale ecc.), che non devono essere lasciati soli dalla comunità ecclesiale. Vanno invece accompagnati, sostenuti, formati, custoditi dal punto di vista spirituale, per aiutarli a non perdere la misura delle cose e a ricordare sempre le motivazioni originarie del proprio impegno.
C’è poi un altro piano d’azione, più diretto, che può essere fatto proprio da un’associazione come l’AC, per incidere sulla realtà pur restando nei confini di un impegno non di partito. Penso ad esempio al fatto che da alcuni anni il Fiac promuove attraverso tutte le AC del mondo iniziative di sensibilizzazione contro la tratta di persone, sostenendo la giornata dell’8 febbraio, oppure al fatto che molte associazioni, tra cui quella argentina, portano avanti campagne sull’importanza di esercitare il diritto di voto. Ma ho in mente soprattutto le tantissime iniziative che grazie al radicamento parrocchiale e diocesano dell’associazione vengono portate avanti a livello locale per intervenire su specifiche questioni presenti nei diversi territori: questioni di carattere ambientale, sociale, economico, che a livello territoriale è possibile toccare direttamente con mano, conoscere, e perciò anche provare a cambiare. Pensiamo ai tanti temi della Laudato si’, al cambiamento degli stili di vita, alla custodia del creato, all’accoglienza dei migranti, alla promozione di esperienze di dialogo interculturale o interreligioso…
È soprattutto in Africa che l’AC fa della partecipazione alla vita politica un proprio specifico obiettivo. In un Paese tormentato dalla violenza come il Burundi, ad esempio, i Movimenti di Azione Cattolica coinvolgono tutta la popolazione in marce della pace, facendo di esse una prima forma di impegno capace di coinvolgere le persone. In Senegal i giovani stanno vivendo un progetto che vede impegnati più di 200 persone, che alla luce di “Laudato si’” e degli obiettivi per il Millennio hanno realizzato un’inchiesta sulla realtà del degrado ambientale e oggi si spendono per sensibilizzare gli abitanti della periferia di Dakar, per favorire un cambio di mentalità.

3.3. Accanto alla passione per il Bene comune, poi, ci sono la passione educativa e l’attenzione alla dimensione culturale, altri due ambiti di impegno ricordati dal Papa nel discorso citato all’inizio del mio intervento. Si tratta di ambiti di impegno tradizionalmente collocati al cuore del servizio ecclesiale di una realtà come l’Azione Cattolica, le cui attività sono in gran parte indirizzate alla cura educativa dei piccoli, dei giovani e degli adulti attraverso itinerari formativi vissuti nelle parrocchie. Un impegno che però non esaurisce il contributo che una realtà come l’AC può portare in questo campo. Penso ad esempio all’Albania, dove da più di vent’anni l’AC sostiene corsi di aggiornamento per insegnanti delle scuole cattoliche (a cui possono partecipare anche insegnanti della scuola pubblica), e dove ogni estate si recano gruppi parrocchiali e diocesani dell’AC italiana, per momenti di scambio e gemellaggio con la Chiesa albanese. Oppure a Malta, dove i giovani di AC aprono uno “youth cafè” per momenti informali di incontro con giovani dell’isola e per giovani turisti. O ancora all’amicizia con Sarajevo, nata in occasione della terribile guerra nei Balcani, che ancora oggi vede impegnata l’AC in un progetto di sostegno alle locali scuole inter-etniche per la pace.

4. Servizio caritativo e impegno politico, educativo, culturale: tutti questi ambiti ci ridanno il senso di un impegno evangelizzatore che passa attraverso un’unione profonda tra fede e vita, che si traduce in testimonianza personale nella quotidianità e in azione comune attraverso l’associazione. Una responsabilità che spetta a ogni membro del popolo di Dio: l’Azione cattolica è nata 150 anni fa proprio dalla convinzione che questa responsabilità riguardi davvero tutti i membri del Popolo di Dio, non solo alcuni tra essi, i più preparati, i più acculturati, i più formati. Tutti, come ha sottolineato Francesco quando ci ha incontrati ad aprile 2017: «uomini e donne di ogni età e condizione», adulti e giovani, ragazzi e bambini, «indipendentemente dalla posizione sociale, dalla preparazione culturale, dal luogo di provenienza». Ogni credente incarna, là dove vive quotidianamente, la Chiesa.
Non si tratta, perciò, di una responsabilità individuale, che ci riguarda singolarmente, “ciascun per sé”, ma ci coinvolge come comunità, come popolo di Dio che cammina insieme: si tratta di una responsabilità che non può che essere una corresponsabilità, una responsabilità condivisa, portata avanti insieme. Mi pare allora decisivo, discutendo di come formare e valorizzare la responsabilità dei laici nella missione evangelizzatrice della Chiesa, insistere sulla dimensione della corresponsabilità.
Nella Chiesa di oggi questo significa anche, per una realtà come l’Azione Cattolica, formare e accompagnare laici che si sentano chiamati a vivere uno stile autenticamente sinodale, capace di valorizzare le diverse competenze, esperienze, sensibilità. Formare e accompagnare laici che desiderano assumersi la responsabilità di partecipare in maniera fattiva e concreta ai processi di discernimento pastorale: processi a cui i laici possono portare il contributo delle proprie competenze, delle proprie esperienze culturali e professionali. Il respiro della vita familiare e sociale, delle passioni e dei sogni degli uomini di oggi, ma anche quello delle domande che abitano il loro cuore e il cuore di coloro che incontrano e ascoltano quotidianamente.
L’esperienza associativa che si vive in Azione Cattolica rappresenta da questo punto di vista una strada maestra per far sperimentare il significato e anche la bellezza della condivisione della responsabilità. La maturazione di uno stile di corresponsabilità, infatti, passa anche attraverso le forme e le regole che l’essere associazione comporta. Facciamo un esempio concreto: tutte le AC del mondo, a tutti i livelli – parrocchiale, diocesano, nazionale – eleggono democraticamente i propri responsabili, che rimangono in carica solo per alcuni anni, dando vita a un ricambio continuo. E tutte le scelte sono prese attraverso momenti di confronto condotti con regole e in organi creati apposta per questo. Non si tratta solo di un aspetto formale, ma di un concreto esercizio di condivisione della responsabilità. Che genera abitudine al dialogo, al confronto, alla discussione, alla collaborazione. E che aiuta a sapersi parte di una realtà più grande, che supera i confini del proprio gruppo, della parrocchia, della stessa associazione.

5. È però chiaro che laici capaci di vivere questa corresponsabilità ecclesiale non “spuntano dal nulla”. Vanno formati, fatti crescere, sostenuti nel loro cammino di discernimento vocazionale e poi accompagnati nella quotidianità dell’esistenza. Per questo in Azione Cattolica si è fatta la scelta di una formazione permanente, che accompagna ogni stagione della vita in maniera differente, e integrale, che coinvolge ogni dimensione della vita del credente e del suo cammino dentro la Chiesa e nel mondo. Una formazione imperniata su un progetto comune a tutta l’associazione, ma scandita in itinerari declinati per le diverse età e concepiti per potersi integrare nei diversi cammini pastorali delle parrocchiale e soprattutto delle diocesi.
Come dicevo all’inizio, infatti, i laici di AC realizzano il proprio cammino, da associati, dentro quello della diocesi, facendo proprie le scelte e gli indirizzi pastorali del Vescovo. Partecipano alla liturgia domenicale e ai momenti di preghiera comunitaria e alla vita parrocchiale. La parrocchia è il loro “ambiente naturale”, perché rappresenta per essi lo spazio in cui «incontrare tutti, accogliere tutti, ascoltare tutti, abbracciare tutti e camminare insieme con tutti», come ci ha invitato a fare Francesco quando lo abbiamo incontrato in Piazza san Pietro.
«Con tutti e per tutti». Non a caso era questo il titolo dell’ultimo Congresso mondiale del Forum Internazionale di AC. Proporre a un laico di vivere l’esperienza di Azione Cattolica vuol dire allora, in una parola, offrire la possibilità di sperimentare la bellezza di un cammino condiviso, in cui sentirsi parte attiva e responsabile di quel «popolo pellegrino ed evangelizzatore» che è la Chiesa, chiamata ad essere «fermento di Dio in mezzo all’umanità» (EG 111-114).

* di Gianmario Gobbi

Don Nino, perché a nessuno, tra quanti l'hanno minimamente conosciuto in diocesi, è venuto mai di chiamarlo Mons. Bassano Staffieri, l'ho incontrato, per la prima volta, tantissimi anni fa, nel 1962, il mio primo giorno di scuola alle superiori. Con l'organico dei docenti ancora incompleto, furono assegnate a lui le prime due ore di scuola in quella prima. Non fece lezione, ma due ore di chiacchierata per conoscerci, per informarsi da quali parrocchie venivamo, quali le nostre aspettative verso la scuola, verso la vita. La prima impressione di tutti fu: simpatico, sempre sorridente e...magro come un chiodo. Qualche settimana dopo mi fermò in corridoio, durante l'intervallo, per propormi di partecipare agli incontri del Movimento Studenti che si tenevano ogni sabato pomeriggio alla Casa della Gioventù. Non sapevo cosa fosse il Movimento Studenti, non ero mai stato alla Casa della Gioventù, mi bastavano gli impegni in parrocchia e non avevo nessuna voglia di avere occupato il sabato pomeriggio. Anticipò la mia risposta negativa con una proposta che mi spiazzò : “Ho un'idea : pranziamo insieme sabato a mezzogiorno alla mensa della Casa della Gioventù, parliamo un po', poi decidi”. Così mi ritrovai, qualche giorno dopo nel seminterrato della Casa, a un tavolino di formica da un metro per un metro, a pranzo con Don Nino. Per lui l'immancabile pastina e intorno al piatto una mini corona di medicine, pastiglie, gocce e confetti (“Eredità della mensa del seminario!” spiegò sorridendo). Non occorre dire che finii con l'accettare. Un paio di anni dopo, alla fine di un altro pranzo dello stesso tipo, compreso pastina e medicine, mi propose l'impegno nella Giac di cui era Assistente. Fu, accanto a lui, un'esperienza bellissima di cui mantengo un sacco di ricordi. Le riunioni di consiglio fatte di preghiera, riflessione e risate per le bonarie prese in giro tra lui e Don Antonio Acerbi a cui fu sempre molto legato. Spesso andavamo ad incontrare qualche associazione parrocchiale, a volte con la sua Fiat 600 blu, più spesso con una macchina a noleggio con autista. Una sera, una di quelle sere con nebbia terribile come capitava una volta, mentre andavamo a Paullo, in una curva a 90 gradi, andammo “diritto”. Fortuna (o altro?) volle che infilassimo giusto giusto il ponticello che superava il piccolo fossato e ci fermammo nel prato. Dopo un attimo di stupore e un po' di spavento, l'autista disse che qualche santo ci aveva aiutato. Don Nino commentò: “Beh, mica siamo in giro per divertimento, è giusto che anche Lui (indicando in alto con il dito) faccia la sua parte.” Importante per la maturazione della fede, ma anche per le scelte fondamentali della vita, per me come per tanti altri, fu la testimonianza di amore per la Chiesa da lui ricevuta. Lo sforzo di educarci al senso di appartenenza, concreto, a questa grande Famiglia, con tutto ciò che ne deriva: l'entusiasmo, in quegli anni, per l'aria nuova del Concilio, la sofferenza e la tristezza per le contraddizioni e gli errori che ne segnano l'esperienza e di cui anche ognuno di noi è responsabile, ma, soprattutto, la gioia di una vita guidata dal Signore.    

 Nel 1968 lasciò Casa della Gioventù e Giac perché fu nominato rettore del Collegio Vescovile. Io di lì a poco sarei partito per il militare, poi il matrimonio. La frequentazione non fu più così assidua, qualche telefonata, una chiacchierata quando ci si trovava per strada, alcuni momenti di preghiera o di riflessione da lui guidati. Poi una sera mi telefonò a casa dicendo che aveva bisogno di parlare con me e mia moglie Tina. L'invitammo a cena da noi (“Ti ricordi che mangio poco e cose leggere?” “Tranquillo Don Nino!”). Fu una piacevole serata, vivacizzata dai bambini piccoli, perfettamente a loro agio con quel prete che sorrideva sempre. Alla fine ci chiese di collaborare con lui e altri amici al Centro per la Famiglia e di tenere due degli incontri dei “Corsi per i Fidanzati”. Obbiettammo subito che non ci sentivamo all'altezza, che non eravamo in grado, che non avremmo saputo cosa dire. Lui guardò noi, i nostri figli, si guardò intorno e rispose: “Basta che raccontiate quanto siete felici di volervi bene, come è straordinario essere famiglia, quale dono grande sono i figli, come, a volte, può essere anche faticoso amarsi, ma non per questo meno stupendo e l'aiuto che vi da il Signore per portare avanti tutto questo.” Per una decina d'anni collaborammo con lui, con il dott. Bertolotti, con Carlo Dacco', altri due con il “vizio” della passione per la Chiesa e dei quali Don Nino fu amico fraterno, e tanti altri al Centro per la Famiglia, approfondendo la conoscenza e l'amicizia. Ai corsi per i fidanzati, Don Nino presenziava a tutti gli incontri, anche se era relatore in uno solo. Sempre pronto ad accogliere, a mettere a proprio agio, ad ascoltare, a rispondere a tutti. Scoprii presto una sua particolarissima quanto rara qualità, quella di saper guardare “dentro” alle persone. Più di una volta, mentre a piedi lo accompagnavo a casa in vescovado, verso la fine di qualche corso, mi diceva, serio e un po' scuro in volto come raramente gli capitava: “Hai presente quella coppia in fondo, lei con il golfino rosa, lui con il pullover a righe? Secondo me hanno qualche problema, ho il loro numero di telefono, li chiamerò per una chiacchierata”. Arrivava a questo semplicemente osservando qualche loro piccolo segno di disagio, qualche borbottio, qualche domanda posta o osservazione fatta. Quasi sempre ci azzeccava.

Qualche coppia, dopo queste chiacchierate, non si è sposata. “Meglio così” commentava con un po' di tristezza, ma anche con sollievo Don Nino.

La nomina a sotto segretario della Cei, nel 1987, con il conseguente spostamento a Roma, ovviamente volle dire incontrarci raramente, ma quando tornava a Lodi telefonava sempre e, compatibilmente con i suoi impegni, veniva volentieri a pranzo o a cena. Alla fine della serata, congedandosi, immancabilmente ci invitava ad andarlo a trovare a Roma, ci avrebbe fatto visitare anche quella  parte di Giardini del Vaticano preclusi al pubblico. Muoversi con quattro bambini era un po' complicato. Non ci siamo mai riusciti.

Nel 1989 fu nominato vescovo a Carpi, nel 1999 a La Spezia. Le occasioni di incontro si diradarono ulteriormente. Di tanto in tanto una visita, con Tina o con qualche amico, per una bella chiacchierata. Ci raccontava qualche aneddoto della sue esperienza episcopale, chiedeva notizie dei tanti amici di Lodi. Sempre un suo biglietto non di formali e frettolosi auguri, ma più articolato, a Pasqua e Natale, qualche telefonata, preziosissima quella qualche giorno dopo la morte di Tina.  Andava bene così. A una certa età non si hanno più tante parole da  dire, solo l'essenziale, come il  rinnovare la promessa reciproca di un ricordo nella preghiera.

Ero in montagna quando una telefonata mi ha avvisato della sua morte. Tenevo per mano mia nipote di cinque anni, alla fine di una passeggiata. Rimasi in silenzio per un po'. “Nonno perché sei triste?” “Perché ho saputo che è morto un mio amico” “Allora è in cielo, magari incontra la nonna Tina. E' in un posto bello!” Mi è passata per la mente l'immagine del Banchetto Nuziale con gli angeli che servono cibi succulenti e Tina che richiama l'attenzione di uno di essi: “Per Don Nino, una pastina, per favore. Mezza porzione” e lui che le sorride grato. “Si Susanna, certamente avrà incontrato anche la nonna Tina, in un posto bellissimo!”

E mi è un poco passato il magone che mi era venuto.

di Gioele Anni* 

«La parola chiave nel titolo del libro è il verbo “fare”. Oggi l’Azione Cattolica è chiamata a “fare” politica. Con modalità nuove rispetto al passato, ma fedele alle intuizioni sviluppate nella sua lunga storia e in particolare alla scelta religiosa». Matteo Truffelli conclude con un rilancio l’incontro di Milano: martedì 25 settembre nell’Auditorium San Carlo, due passi da Piazza Duomo, relatori e partecipanti si sono confrontati per oltre due ore a partire dall’ultimo libro del presidente nazionale: “La P maiuscola – Fare politica sotto le parti”. Un momento di studio organizzato dall’Azione Cattolica di Milano e della Lombardia insieme a Città dell’Uomo, l’associazione fondata da Giuseppe Lazzati.

A introdurre i lavori il Presidente di Città dell’Uomo, Luciano Caimi: «Il libro offre un ritratto maturo dell’Azione Cattolica dopo la scelta religiosa, e affronta il tema ineludibile del rapporto tra Ac e politica con chiarezza e coraggio». La parola passa poi ai relatori, l’ex presidente della provincia di Bologna Beatrice Draghetti e lo storico Guido Formigoni. Il contributo dell’Ac alla vita sociale del Paese è fondamentale per Draghetti, soprattutto in un momento di dialettica politica dominato dalla velocità della comunicazione. Contro questa fretta, sostiene Draghetti, l’Ac deve far valere i «tempi lunghi» del proprio processo formativo. E non aver paura di mettere in gioco le proprie qualità: «una spiritualità robusta, la capacità di informarsi e analizzare criticamente, l’orientamento di ciascuno a una vita responsabile».

La riflessione di Formigoni coglie lo sguardo di grande fiducia espresso da Truffelli: l’Ac continua a credere nella «capacità degli uomini di dialogare e comprendere la realtà», per questo alle prese di posizione muscolari preferisce favorire il discernimento. Un’urgenza, secondo Formigoni, è quella di contribuire a rilegittimare la politica, in un momento in cui la politica stessa viene percepita come irrilevante. C’è bisogno allora di costruire nuove reti, ma anche di suscitare esperienze di «imprenditorialità politica» che possano essere significative. In una platea numerosa e con bella presenza di giovani parte il dibattito: si va dal ruolo formativo e pre-politico dell’Ac, anche grazie a esperienze d’impegno specifico come quella del Movimento Studenti, agli spunti di riflessione sull’attualità politica, fino al tema sempre vivo dell’organizzazione dei cattolici in un soggetto politico.

Il Presidente Truffelli raccoglie gli spunti e apre nuove prospettive: «Andiamo oltre la logica dell’“occupare spazi” del far sentire la nostra voce solo per dire che ci siamo. Piuttosto “avviamo processi”, a partire da tre azioni possibili: costruiamo alleanze, non solo tra cattolici ma con tutti gli interlocutori disponibili a un dialogo serio; siamo presenti nei territori, dove la capillarità dell’associazione ci aiuta con mano a toccare problemi e desideri delle persone; e facciamo proposte buone, intorno alle quali aggregare consenso». Secondo Truffelli «il libro non indica strategie politiche» e non offre ricette: «per formare cittadini consapevoli occorre invitarli a pensare, e non dire loro cosa devono pensare». Infine la chiosa: «Non lasciamoci confinare, come cattolici, in una sorta di recinto».

Per riascoltare gli interventi:

https://lombardia.azionecattolica.it/appuntamento/politica-sotto-le-parti/

 

Per leggere la recensione al libro di Gianfranco Bosoni, pubblicata su Dialogo di settembre:

https://editriceave.it/sites/default/files/recensioni/Dialogo_201809_PMaiuscola.pdf

Venerdì 14 settembre, alle ore 21, nella Cattedrale di Lodi, si terrà l’apertura dell’Anno Pastorale, presieduta dal Vescovo Maurizio. L’incontro è l’occasione per tutti i catechisti e gli operatori pastorali di ricevere il mandato per il loro servizio, per gli amici del vicariato di Lodi Vecchio anche per ritirare i decreti conclusivi della visita pastorale.

martedì 18 settembre, alle ore 21, a Lodi, presso la Casa della Gioventù. Gli animatori dei gruppi adulti, i presidenti parrocchiali, i responsabili associativi, i sacerdoti sono invitati a partecipare alla presentazione della proposta di cammini formativi per gli adulti in dialogo con Marco Zanoncelli autore del libro "La vita a colori". Punti cardine della proposta: incidere realmente sulle vite delle persone ed intensificare  il lavoro di rete.

* sabato 22 settembre, alle ore 18, si festeggia con l’ACR: appuntamento alla Casa della Gioventù, ore 18, per rivivere insieme la gioia delle esperienze condivise durante l’estate e ricaricarsi prima di iniziare il nuovo anno associativo alla grande! All’incontro sono invitati tutti i ragazzi con le loro famiglie, in particolare quelli che hanno partecipato ai campi estivi.

* durante l’Icona biblica di giovedì 27 settembre saremo accolti nella casa di Betania e ci faremo guidare dalle figure di Marta e Maria nella preghiera e nella meditazione. Ritrovo al Carmelo di Lodi, alle ore 21, dove ascolteremo la riflessione di Stefania Rotondi e Simone Bosetti, responsabili del settore giovani dell'AC ambrosiana.

* venerdì 28 settembre, alle ore 19, il Vescovo Maurizio incontra i giovani della diocesi in particolare i partecipanti al pellegrinaggio diocesano di quest’estate e ai 19enni che hanno fatto la professione di fede durante la veglia della Giornata Mondiale della Gioventù 2018.