* di don Luca Pomati

La “vita interiore” che un tempo era l’alfabeto della vita spirituale oggi viene guardata con indifferenza, etichettata come antiquata, appaltata ad addetti del mestiere e confinata in luoghi da sempre considerati come lontani dalla vita e fuori dal mondo.

Diverse sono le cause di questa crisi, alcune sono antiche e riguardano la nostra stessa natura. In una sua riflessione Padre Cantalamessa paragona l’uomo ad un piano inclinato ed orientato però verso l’esterno e che produce un movimento di allontanamento simile a quello del Big Bang: “anche noi siamo in fase di espansione e di allontanamento dal centro, siamo perennemente in uscita”.

Altre cause sono strettamente legate al nostro tempo, la frenesia delle relazioni e l’ansia della produttività catturano il cuore e amplificano esponenzialmente, anche attraverso le nuove tecnologie, la forza centrifuga che ci allontana dal raccoglimento.

Ad esse si aggiunge l’emergenza del “sociale” che è certamente un valore positivo dei nostri tempi poiché interpella al servizio, ma che, se non è riequilibrato, può aumentare la disaffezione alla cura della vita interiore.

Nel contesto ecclesiale, l’affermarsi, con il Concilio, dell’idea di una “Chiesa per il mondo”, poi ripresa negli ultimi anni dall’invito ad essere “una Chiesa in uscita” rischia, se non ha le basi solide dell’incontro con Cristo e se non è ben compresa nella carità cristiana, di produrre l’abbandono dell’interiorità e la fuga verso il mondo.

Lo stesso mistero dell’Incarnazione è un uscire da sé, Dio incarnandosi si è svuotato per farsi prossimo a l’uomo e per annullare ogni distanza. Dio prende dimora nella carne e l’uomo accoglie il Verbo che lo genera alla vita divina, l’evangelista Giovanni scrive nel prologo: “a quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13). Dio abita in coloro che lo accolgono.

Il Natale del Signore si rivela non in un singolo, ma in un doppio movimento di un unico gesto: l’interiorità è la dimora che Dio abita e che l’uomo deve coltivare per aprirsi all’incontro con colui che lo vuole rendere figlio nel Figlio. Sant’Agostino scriveva: “Rientra in te stesso. Nell’uomo interiore abita la verità.” Ed ancora: “Rientrate nel vostro cuore! Dove volete andare lontano da voi? Andando lontano vi perderete. Perché vi mettete su strade deserte? Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore. Egli è pronto. Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso, a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo… Rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo, nella tua interiorità tu vieni rinnovato secondo l’immagine di Dio”.

La stessa dinamica muove tutta la storia della salvezza. Il Vangelo di Luca ci racconta di un uomo di nome Zaccheo che voleva conoscere Gesù e, per farlo, decide di uscire di casa, va tra la folla, sale su un albero… Lo cerca fuori. Ma ecco che Gesù passando lo vede e gli dice: “Zaccheo, scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19, 5). Gesù riconduce Zaccheo a casa sua e lì, nel segreto, senza testimoni, avviene il miracolo: egli conosce veramente chi è Gesù e trova la salvezza. Anche noi spesso come Zaccheo cerchiamo Gesù e lo cerchiamo fuori, per le strade, tra la folla. Ed è Gesù stesso che ci invita a rientrare in casa nostra nel nostro stesso cuore, dove lui desidera incontrarsi con noi.

In un tempo di confinamento, distanziamento e isolamento coltivare l’interiorità potrebbe apparire più facile perché senza distrazioni, eppure ci accorgiamo come la durezza della situazione occluda l’apertura alla dimensione spirituale dell’esistenza.

Come fare, concretamente e nella quotidianità, per ritrovare e conservare l’abitudine all’interiorità?

Come rientrare nel “nostro cuore” quando nelle nostre case, dove viviamo insieme ai nostri cari, sembra non ci sia spazio e tempo per nulla e le giornate sembrano scorrere come un nastro in modalità loop, in una ripetizione continua?

Mosè, si legge nel libro dell’Esodo, si era fatto costruire una tenda portatile, ad ogni sosta fissava la tenda fuori dell’accampamento e regolarmente entrava in essa per consultare il Signore. Lì, il Signore parlava con Mosè “faccia a faccia, come un uomo parla con un altro” (Es 33, 11). Occorre che anche noi ci costruiamo una cella interiore per restare nella compagnia del Signore.

San Francesco d’Assisi suggeriva ai suoi frati: “Noi abbiamo un eremitaggio sempre con noi dovunque andiamo e ogni volta che lo vogliamo possiamo rientrare in questo eremo: fratello corpo è l’eremo e l’anima l’eremita che vi abita dentro per pregare Dio e meditare”.

Martedì 26 gennaio, alle ore 21, siamo invitati a partecipare al primo incontro di formazione sul tema "ECOLOGIA INTEGRALE, una rivoluzione possibile", organizzato da Umanità Lodigiana, a cui l'Azione Cattolica aderisce. 

Possiamo approfondire tale esperienza rivedendo il video della Dimora e leggendo il comunicato allegato.

L'incontro verrà trasmesso sul canale youtube dell'Azione Cattolica di Lodi al seguente lin

* di Raffaella Rozzi

L’alba del 2021 è arrivata, carica di speranza, attesa dai più per voltare pagina, per dimenticare, attesa da altri per custodire quei semi che abbiamo messo sotto terra nella certezza che nuova vita sarà generata, senza fretta ma con tutta la tenacia necessaria al seme per germogliare, farsi strada nel buio, rompere la superficie terrosa e fare capolino tra le zolle, intrise di acqua e concime, nutrimento per il tenero germoglio. L’attesa diventa quindi operosa: i giorni e i mesi trascorsi ci affidano una memoria da trasformare in bene per nutrire il futuro. Abbiamo visto tanti gesti di cura compiuti in modo spontaneo da persone che hanno affermato semplicemente di fare il proprio lavoro, il proprio dovere, ma a noi sono apparsi come segni di attenzione verso chi era malato, solo, stanco, sfinito, un’attenzione che si è trasformata nell’accompagnare, farsi compagni di strada, sostenere, sollevare nei momenti difficili. Alcune persone hanno ricevuto un riconoscimento ufficiale del Presidente della Repubblica, come esempio di un Paese ricco di umanità, molti hanno ricevuto un grazie, espresso dallo sguardo, un grazie che ha dilatato il cuore.

E’ necessario rileggere il messaggio che Papa Francesco ha scritto per la 54esima Giornata Mondiale della Pace, poiché la sua forza non si esaurisce in qualche incontro di presentazione o in un articolo, piuttosto pervade la quotidianità con il monito di prenderci cura delle persone, delle cose, del territorio, per indicare tre parole, comprensive di un mondo, che abbiamo imparato a conoscere nel percorso di preparazione al XIV Sinodo diocesano.

Proprio la cura è il tratto distintivo di questo nuovo anno per l’Azione Cattolica, ad ogni livello. Nella ferialità, continua il servizio di prossimità da parte di ogni aderente che attraverso una telefonata, una preghiera insieme, una spesa consegnata, è vicino a chi, più o meno anziano, è costretto alla solitudine. Il Consiglio Diocesano, cuore dell’AC, costituito da aderenti che sono stati democraticamente scelti per rappresentare il noi, che è l’associazione, si prende cura della Chiesa locale con un percorso di ascolto reciproco e di discernimento comunitario, per dare il contributo specifico associativo, nell’itinerario verso il Sinodo. Lunedì sera è stato fatto un primo momento di ascolto, preceduto dal primo passo, fatto dai ragazzi dell’ACR, che ci hanno raccontato, attraverso un video, l’esperienza vissuta a Roma con il Sinodo dei ragazzi, nell’autunno del 2019, per contagiare giovani e adulti con la gioia di camminare insieme, come dice l’etimologia di sinodo, appunto, per essere protagonisti della Chiesa di oggi e di domani.

L’AC ha narrato, durante l’incontro annuale “La Dimora”, le diverse modalità di prendersi cura delle fragilità delle famiglie, anche attraverso l’iniziativa della “spesa sospesa” e della “pizza sospesa”. Inoltre la partecipazione alla rete “Umanità Lodigiana” è per l’AC esprimere la consapevolezza di cura di un territorio e delle persone per abitare il Lodigiano in modo consapevole e insieme.

La cultura della cura porta in sé una preoccupazione speciale per le nuove generazioni, che paiono stare bene in un mondo virtuale, invece urlano al mondo adulto di non togliere loro il futuro: prendersi cura dei ragazzi e dei giovani, che sono il futuro presente dell’umanità, è il cuore della cura. L’AC di Casalpusterlengo ha deciso di colmare la distanza tra studenti e scuola con il progetto “Noi ci siamo”, aprendo i locali dell’oratorio per accogliere quegli studenti che altrimenti non riuscirebbero a seguire la didattica a distanza, rimanendo a casa. Giovani e adulti insieme si prendono cura della cultura! Un’esperienza concreta da condividere per superare le distanze e annullare le differenze.

Tante attività per rendere operosa l’attesa, per esserci noi ad accogliere il primo germoglio, noi insieme che abbiamo perso tempo per l’altro, per ascoltare, pregare, sorridere, servire. Grazie perché insieme si va più lontano!

di Raffaella Rozzi

Oggi, giovedì 17 dicembre, inizia la Novena di Natale, quei nove giorni in cui la liturgia delle ore ci accompagna, giorno dopo giorno, a rileggere la profezia di Isaia unitamente alle lettere paoline: il profeta anticipa la venuta e S.Paolo ci suggerisce la predisposizione di ciascuno ad accogliere Colui che è annunciato. Così prosegue il cammino dell’Avvento, in questa settimana della gioia, tra il già e il non ancora. Questa dinamica coinvolge tutta la vita, anche quando siamo circondati da altre voci, da altre preoccupazioni, da altre mode. Egli è già con noi, ci precede, è Lui che custodisce la vita di ciascuno, nella sua totalità, è già un passo avanti al nostro, ci aspetta, ci mette sulla strada persone, vicende, parole che ci aiutano ad avere una visione nitida, anche di ciò che avviene oltre, ma, la maggior parte delle volte, non vedo al di là del mio naso, dei miei problemi, delle questioni che sembrano fondamentali, del mio mondo il cui centro sono io. Qualcosa non torna, sono immersa come in una nebbia, che rende opalescente ogni cosa, ogni persona, ogni situazione, si perde il senso della profondità, tutto appare appiattito, tutto uguale. Questo non è il tempo che si avvicina all’alba del nuovo giorno, sembra un tempo che non vuole arrivare al nuovo giorno, un tempo che si crogiola nelle solite abitudine dei preparativi di regali inutili, di festeggiamenti apparenti, di auguri rituali. E’ proprio necessario svegliarci dal sonno, scuoterci dal torpore, smettere di essere laudatores temporis acti per voler tornare “come prima”, bisogna decidere, nel cuore e insieme, di essere protagonisti di un tempo nuovo, di un tempo cambiato, di un futuro che stiamo costruendo con ogni giorno presente. Ciascuno, a partire da me stessa, farà il primo passo, e tanti secondi e terzi, in ogni ambito di vita, in famiglia, sul lavoro, nella comunità cristiana, nell’associazione, con gli amici, con i vicini di casa: saranno passi fermi, perché sorretti da Lui, nostra Salvezza, saranno passi incerti, perché la paura frenerà e sarà importante avere una mano da stringere, saranno passi veloci, perché bisogna essere solleciti nell’aiuto, saranno passi lenti, per dare la possibilità a chi ha l’affanno del respiro e del cuore, di raccontarsi, saranno passi di danza per accompagnare il canto degli amici ritrovati, saranno passi leggeri per custodire da lontano le corse dei giovani, saranno passi pesanti per far sentire la propria presenza e lasciare andare, saranno anche passi non fatti perché aspettiamo di essere raggiunti.

Come associazione, facciamo il primo passo nelle nostre comunità, apriamo gli occhi e guardiamo la realtà che ci circonda e interpella la dedizione operosa che è insita nel nome di Azione Cattolica, facciamo passi insieme, certi che insieme si arriva più lontano, si ha uno sguardo sul tutto, che contiene ciascuna parte. Poi fare insieme supera tante differenze perché il Bene comune è di tutti.

Auguro a ciascuno, ad ogni famiglia, a tutte le associazioni e comunità parrocchiali, di lasciar entrare, di accogliere il Verbo, Luce del mondo.

* di Ariela e Marco Pagani

[…] «la nostra società vince quando ogni persona, ogni gruppo sociale, si sente veramente a casa. In una famiglia, i genitori, i nonni, i bambini sono di casa; nessuno è escluso. Se uno ha una difficoltà, anche grave, anche quando “se l’è cercata”, gli altri vengono in suo aiuto, lo sostengono; il suo dolore è di tutti. […] Nelle famiglie, tutti contribuiscono al progetto comune, tutti lavorano per il bene comune, ma senza annullare l’individuo; al contrario, lo sostengono, lo promuovono. Litigano, ma c’è qualcosa che non si smuove: quel legame familiare. I litigi di famiglia dopo sono riconciliazioni. Le gioie e i dolori di ciascuno sono fatti propri da tutti. Questo sì è essere famiglia! […]». (Enciclica Fratelli Tutti n°230).

Ancora oggi - nonostante secoli che ripetiamo la preghiera del Padre Nostro più o meno consapevolmente - dobbiamo comprendere e gustare la grande rivoluzione di Gesù Cristo che è venuto a rivelarci non solo che Dio è mio Padre (e non Essere Superiore da temere), ma anche è Padre di ciascun uomo che, conseguentemente, è anche mio fratello.

L’enciclica “Fratelli Tutti” non dedica particolare attenzione alla “famiglia in senso stretto”, ma richiama continuamente il concetto di “famiglia umana” come espressione massima della fratellanza che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali.

Con gli “occhiali della famiglia” dobbiamo, quindi, guardare e vivere le nostre comunità intese come insieme di persone che vivono lo stesso territorio oppure condividono gli stessi ambiti di vita in un concetto di comunità più fluida e dinamica. Questo momento assai particolare, nel quale l’inter-dipendenza globale manifestata dalla pandemia si confronta con #iorestoacasa, è da rendere propizio affinchè la Chiesa sappia ripensare e superare alcune rigidità per valorizzare la bellezza del proprio annuncio in un contesto universale e dinamico.

La vera rivoluzione del Vangelo consiste nella tensione continua di ciascuno di noi di sentirsi e far sentire a casa chi è interconnesso con noi.

La famiglia favorisce la simbiosi intergenerazionale (bambini, ragazzi, giovani, adulti, nonni) trovando per ognuno il miglior posto possibile per essere e sentirsi vivi in modo dinamico ed in continua evoluzione.

Ogni componente della famiglia, con i propri talenti e secondo le stagioni della vita, contribuisce dinamicamente e responsabilmente al bene comune. Questo progetto comune non annulla la bellezza e la diversità di ogni individuo, ma al contrario la promuove e la valorizza.

In famiglia ci si scontra, ma il legame forte che ci unisce consente di vivere intensamente la bellezza del perdono inteso non come “passiamo oltre all’errore che hai fatto”, ma come “amore profondo verso l’altro che supera il male subito” (chi più di una mamma o un papà può comprendere questo aspetto!)

In altre parole, in famiglia le gioie e i dolori di ciascuno sono vissuti intensamente insieme e non lasciano indifferenti!

Se sostituissimo la parola “famiglia” con “comunità” nelle precedenti affermazioni avremmo il manifesto di una bellissima realtà in cui sarebbe bello vivere in tutte le stagioni della nostra vita.

Maggiormente allarghiamo i confini di questa “comunità” (quartiere, parrocchia, città, regione, stato, umanità) e più facilmente potremmo cogliere la gioia piena che deriva dal sentirsi universalmente “tutti fratelli”. Questa continua tensione, tra il nostro io-particolare e la forte interconnessione con l’umanità intera che il nostro tempo ci fa gustare, è un modo per percepire la dimensione straordinaria di un Padre che sa amare in modo specifico l’umanità intera composta da tanti fratelli.

L’impegno delle nostre comunità deve, quindi, essere quello di consentire a tutti di poter assaporare sin da piccoli “l’alfabeto della famiglia” (intergenerazionalità, bene comune, perdono, con-divisione delle gioie e dei dolori) e di utilizzare gli “occhiali della famiglia” per guardare continuamente i nostri fratelli in modo amorevole.

Pensiamo a nostri “social” luoghi di sfogo riempiti da commenti pieni di rabbia, rancore, cattiveria grazie anche al fatto che questi strumenti non comportano un confronto diretto e più di tanto argomentato. In famiglia questo non è possibile! Avremmo mai il coraggio di esprimere lo stesso concetto e nello stesso modo se la persona a cui è indirizzato fosse in casa nostra? Come sarebbero utili gli occhiali della famiglia!

La famiglia diventa l’embrione di una umanità migliore e, pertanto, deve essere custodita ed accudita soprattutto nei suoi componenti più fragile ed indifesi (posizione nella quale tutti nella vita ci troviamo più volte!) che devono essere protetti ed aiutati a volare con le proprie ali. La famiglia ha bisogno di una cura continua che necessita di tempo, educazione, regole, pazienza, equilibrio, dono di sé e … che scaturisce in una forza generatrice che probabilmente è il termometro dello stato di salute della nostra famiglia.