* di Andrea Menin

Chiuso. Aperto. Chiuso. Aperto. Chiuso. Aperto… Le due parole si rincorrono, si inseguono per tutto il testo, pulsano in battere e levare nel cuore di questo scritto di Papa Francesco. Leggendola mi è sembrato che l’enciclica si muovesse, danzando su questo ritmo. Le ho cercate e le ho contate: la prima a comparire è “chiuso”, nel titolo del capitolo primo, ma è “aperto” a prevalere, viene adoperata da Francesco più volte, fino alla fine. Le due parole mi interessano, mi stanno appiccicate da vent’anni, su di loro abbiamo costruito l’esperienza della nostra casa a Borghetto Lodigiano, una casa che vive lasciando aperta, sempre, quella che per abitudine e forse per vocazione dovrebbe essere chiusa: la porta. Francesco punta molto in alto, guarda al mondo intero: io riesco a buttare lo sguardo al massimo fin dove arriva, solo fino al confine della mia casa, a quella porta che ci sforziamo di non chiudere. Abbiamo scoperto che se lasci la porta di casa aperta le persone entrano! In questi anni molti tra “gli esclusi che rimangono ai margini della vita”, come li chiama Francesco, hanno trovato casa nella nostra casa. Sono contento perché pagina dopo pagina Francesco spinge il suo racconto verso un mondo, aperto, a cui vorrei che la mia casa somigliasse. C’è poco di romantico nel testo di Francesco, così come poco romantica è la nostra esperienza: la condivisione e la fraternità tra estranei, senza un legame di sangue e senza una storia comune, è “l’impossibile”. Anche Emmanuel Lévinas – un pensatore che attribuiva un ruolo decisivo all’esperienza dell’alterità – riconosceva che a livello istintivo, degli appetiti naturali che muovono la nostra vita, “l’altro è l’indesiderabile per eccellenza”. L’altro è “altro”, non è fatto per riconoscerti, non è l’incastro perfetto del sistema di ideali, valori, bisogni attorno a cui hai costruito la tua esistenza. Per questo è scomodo, per questo lo lasci fuori. Questa è la fatica che viviamo ogni giorno anche in casa nostra: un rincorrersi continuo di due opposti, da una parte il bisogno istintivo di chiudere la porta, di cedere ad una intimità esclusiva, dall’altra il desiderio irrequieto di aprirsi, di non chiudere a chi entra per recitare la propria parte nella scena della nostra esistenza. Non è il tema della cura a fare problema, non è questa la parte indigesta del discorso di Francesco: è naturale, istintivo, prendersi cura del “tuo” mondo, dei tuoi affetti, di ciò che riconosci e che ti rispecchia, dell’alterità che fa già parte di ciò che è tuo, di ciò che sta già dentro il confine di casa tua. Anche la moglie dell’Orco, nella fiaba di Perrault, si prende cura degnamente di Pollicino e dei suoi fratelli persi nel bosco. Lo fa però per averne un ritorno, perché diventino il cibo per sé e per il marito. L’essere umano è naturalmente capace di cura, le nostre case in questa parte del mondo sono luoghi dove la cura e i confort sono esasperati. Francesco non invita ad “aumentare” la cura, non chiede di spostare un po’ più in là il confine. Francesco chiede di aprire. Francesco chiede di aprire il cuore. Ho usato il possessivo “mia” e la parola “casa” al singolare: grazie a Dio le case con la porta sempre aperta a Borghetto Lodigiano sono molte: “l’io” può diventare “noi”.

* Suore del Carmelo San Giuseppe di Lodi

Impossibile sintetizzare in spazi ristretti le risonanze che “Fratelli tutti” ha suscitato in noi.

Nell’Enciclica si ritrovano mirabilmente evocati tutti i grandi temi del magistero precedente del Santo Padre, in una continuità che si sviluppa via via, ampliando gli orizzonti, chiarendosi e precisandosi, puntando più in alto e più avanti.

Occorrerebbe anche “ruminare” meglio il testo per assimilarlo in maniera più nutriente.

Ma a una prima lettura e cogliendo uno solo fra i tanti spunti che emergono, possiamo dire che la nostra attenzione è subito captata da un’espressione un po’ desueta nei documenti del Magistero: amicizia sociale. Balza subito all’occhio nel sottotitolo dell’Enciclica e viene ripresa qua e là molte volte con un’insistenza che segnala l’importanza attribuitale da Papa Francesco.

“Amicizia” è un termine caro al lessico teresiano, e ci fa subito sentire “a casa” nelle dimore di questo documento pontificio che potrebbe risultare in parte ostico in ambiente monastico.

Notiamo con soddisfazione che il tema dell’amicizia, declinato in ambito sociale, non solo non risulta fuori luogo, ma è come il leitmotiv che sostiene l’intero percorso, rispuntando spesso nel testo e plasmando via via la dottrina.

Il Santo Padre avrebbe potuto usare una terminologia più consueta, esprimendo il medesimo concetto con la parola “carità” o “amore”. E lo fa, infatti, con libertà nel corso dell’esposizione, per significare sostanzialmente la medesima realtà. Però introduce anche “amicizia”. E’ dunque evidente che intende sottolineare questa particolare modalità dell’amore. Non a caso addita all’attenzione di tutti aspetti come l’affetto, la tenerezza, la gentilezza, il prendersi cura dell’altro, la vicinanza, il dialogo, la reciprocità …, che sono propri dell’amore di amicizia. Fino ad affermare, con argomentazioni di grande levatura, che sarà l’amicizia sociale a guarire e rigenerare il mondo malato. Sostiene cioè che i valori propri della relazione amicale sono paradigmatici e fondanti per tutte le relazioni che, tra gli uomini, i gruppi, le popolazioni, vogliano essere costruttivi di una cultura nuova, di una vera civiltà dell’amore.

L’amicizia, col suo intrinseco dinamismo, può davvero costruire un mondo nuovo “perché non è un sentimento sterile, bensì il modo migliore di raggiungere strade efficaci di sviluppo per tutti. (n° 183). L’amore è “una forza capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi e per rinnovare profondamente dall’interno strutture, organizzazioni sociali, ordinamenti giuridici” (n° 183).

Nell’Enciclica emerge dunque un pensiero forte, di largo respiro e di alto spessore etico, culturale, sociale, antropologico e politico. E questo pensiero è per tutti, credenti e non credenti: basta che siano cittadini del mondo. A tutti il Papa segnala qual è la via per salvare l’umanità: l’amore di amicizia.

E’ nella struttura dell’io umano la necessità della comunicazione con un tu. “Siamo fatti per l’amore e c’è in ognuno di noi una specie di ‘estasi’: uscire da se stessi per trovare negli altri un accrescimento di essere (n° 88). Si passa dall’io al tu, al noi.

La nostra fede, poi, colma di motivazioni inaudite la prospettiva umana dell’amore. “Se andiamo alla fonte ultima, che è la vita intima di Dio, ci incontriamo con una comunità di Tre Persone, origine e modello perfetto di ogni vita in comune” (n° 86). La struttura relazionale dell’uomo non è che una pallida immagine della Trinità, fonte e paradigma di ogni fraternità umana.

Sin qui il pensiero alto e profondo del Papa. Questo pensiero ha suscitato in noi un’eco particolare, perché di amicizia S. Teresa parlava spesso: amicizia con Dio, amicizia tra le sorelle; legame forte tra le sorelle che ha radice e fondamento nell’unione intima e profonda con Dio Trinità.

Ogni gesto di amicizia è generatore di bene: è amore in atto e anche in potenza, perché è nella sua natura di diffondersi e di crescere. Perciò ogni atto di amicizia ha una ricaduta sul mondo e sulla storia: non vale solo in sé, ma anche per la sua intrinseca misteriosa fecondità, che è una forza in espansione capace di trasformare il mondo.

Un po’ come le giornate di una carmelitana: più saranno segnate da piccoli o grandi atti di amore di amicizia, più il loro profumo si effonderà, senza clausura di spazi e limiti di tempo, nel mistero che Dio solo conosce.

Sta qui il nucleo nascosto della nostra vocazione.

* di Mons. Paolo Braida, Capo Ufficio della Segreteria di Stato Vaticana

Cari amici di “Dialogo”, vi scrivo dall’ufficio in Vaticano, dove mi trovo da 29 anni a lavorare per il Papa, prima San Giovanni Paolo II, poi Benedetto XVI e adesso Francesco. Da quando

ho lasciato Lodi ho sempre ricevuto l’inserto dell’Ac nel “Cittadino”. Grazie! Adesso vi dico qualcosa sull’Enciclica Fratelli tutti. Partiamo dalla fine. Il Papa ha voluto firmar- la sulla tomba di San Francesco, per eviden- ziarne l’ispirazione francescana. In effetti, Fratelli tutti forma un dittico con Laudato si’, datata 24 maggio 2015. Poiché l’Enciclica è il documento più alto del magistero ponti- ficio, possiamo ben dire che – ad oggi – queste due Encicliche sono i due pilastri della “scuola” di Papa Francesco: LS «sulla cura della casa comune», e FT «sulla fraternità e l’amicizia sociale». Così la scelta di chiamarsi Francesco ha trovato espressione coerente anche a questo livello magisteria le.

E ora saltiamo all’inizio. Ai primi di luglio scorso, il Papa ci ha dato il testo della nuova Enciclica perché la traducessimo nelle varie lingue. Lo ha dato in spagnolo, anzi, come dice lui, “in spagnolo latinoamericano”. Questo della lingua non è un elemento acci- dentale, un involucro; fa parte del messag- gio: porta con sé la cultura e la civiltà di cui questo Papa – come ogni Papa e ogni auto- re – è figlio e interprete, e che come un grande fiume va ad arricchire l’oceano della Chiesa universale.

Quando ha consegnato il testo, il Papa ha spiegato che in questa Enciclica ha voluto raccogliere e organizzare tanti suoi inter- venti sul tema della fraternità (cfr FT, 5). Ha impostato il lavoro, poi ha chiesto il contributo di alcuni esperti, e infine ha riveduto e completato l’insieme. Lo ha fatto tenendo ben chiaro un criterio fondamentale: la fra- ternità di cui parla l’Enciclica è quella del Vangelo, e come tale non può essere né il vincolo tra i membri di una setta più o meno segreta, né una vaga e generica affinità tra gli esseri umani. È quella che lega tutti i figli e le figlie del Padre celeste, al di là di ogni separazione di nazionalità, cultura, condi- zione sociale e religione. Gesù Cristo l’ha rivelata in pienezza e l’ha redenta sulla Croce. Ma Fratelli tutti non si propone di riassu- mere la dottrina sull’amore fraterno; si sofferma piuttosto sulla sua dimensione universale, sulla sua apertura a tutti (cfr FT, 6). Fratelli tutti è un’Enciclica sociale, viene ad arricchire la dottrina sociale della Chiesa. Propone il perenne messaggio evangelico della fraternità al mondo di oggi, nell’orizzonte del Concilio Vaticano II e del magistero pontificio successivo, senza paura di attraversare terreni insidiosi, come quelli della

politica e dell’economia. Ma perché Papa Francesco ha voluto “correre il rischio” di affrontare questa tematica addirittura con un’Enciclica? Lo ha fatto per lo stesso moti- vo per cui ha scritto la Laudato si’, cioè la consapevolezza che la fraternità, come e insieme all’ecologia integrale, è la sola via che può assicurare all’umanità un futuro di sviluppo e di pace. Una consapevolezza rafforzata dalla riflessione sulla pandemia in corso.

Nel I capitolo il Papa mostra «le ombre di un mondo chiuso»: la cultura dello scarto; una globalizzazione senza solidarietà; il disprezzo della dignità dell’altro diverso o immigrato; una comunicazione ingannevole e aggressiva; la colonizzazione economica e ideologica. Nel III capitolo chiama a «pensare e generare un mondo aperto», basato sul- l’amore che accoglie, include, promuove. In mezzo, nel II capitolo, pone la parabola del buon Samaritano, cioè la scelta responsabi- le e scomoda della fraternità che spinge a farsi prossimo al fratello bisognoso, superando l’estraneità e il pregiudizio. I cinque capitoli successivi mostrano come la frater- nità può orientare l’impegno in alcuni grandi ambiti: le migrazioni e la globalizzazione (IV); la politica (V); il dialogo sociale e la cultura (VI); la pace e il superamento dei conflitti (VII); le religioni (VIII). Al termine, due pre- ghiere: una per tutti i credenti, l’altra per i cristiani, a sigillare la tenace volontà di dialogo e il radicamento in Gesù Cristo, presente «in ogni essere umano», «crocifisso nelle angosce degli abbandonati» e «risorto in ogni fratello che si rialza in piedi».

* di Maria Teresa Malvicini

Il tempo complesso che stiamo vivendo non accenna a diminuire la sua carica di “sfida”, di “domanda”, di fatica e di sacrificio. Qualche mese fa, alla ripresa di molte attività consuete, sembrava di poter quanto meno gestire la situazione difficile dovuta a una pandemia che non ha mai veramente abbandonato la sua morsa… Tra alti e bassi invece, tra regole e tentativi, tra norme e disposizioni ci troviamo a fare di nuovo i conti con il virus invisibile, eppure così pervasivo, che condiziona in modo prepotente la vita di tutti noi.

Si avverte nell’aria un miscuglio di sentimenti e di emozioni, che vanno dall’incertezza, alla paura, all’indignazione, per poi volgersi, come è giusto e umano che sia, alla speranza che tutto passi in fretta e che torni la libertà di un certo movimento, di uno spazio di azione per le nostre vite così condizionate dal pericolo del contagio.

Stiamo vivendo un tempo sospeso eppure reale, forse perché ancora mancano i contorni finiti di un quadro che si sta ancora disegnando e di cui non riusciamo a vedere l’immagine completa. Ho l’impressione che questo possa, anzi debba, essere vissuto come un tempo da capire, comprendere nel profondo, indagare con senso di discernimento, abitare nella sua complessità. Non ci sono molte alternative mi pare; ci siamo dentro e occorre attraversarlo attingendo alle nostre migliori risorse. Potremmo imparare qualcosa di vero su noi stessi, sugli altri, sulla vita; sul senso che le diamo e sulle cose a cui diamo veramente importanza.

Scostando l’idea di poter vincere questa partita in solitaria, proviamo ad attrezzarci con qualche disposizione d’animo che  possa ispirare e alimentare il nostro modo di essere, di pensare e di agire.

In un messaggio dei Vescovi lombardi ai fedeli delle diocesi di Lombardia, dello scorso mese di Settembre, vengono indicate alcune dimensioni che potrebbero aiutarci a vivere questo tempo con uno sguardo vigile e profetico.

La preghiera, il pensiero, la speranza, il prendersi cura... sono vere e proprie “scintille” da accendere come fari per trasformare un tempo difficile in un tempo di grazia.

Dobbiamo ancora imparare a pregare, ricordano i Vescovi lombardi. Forse l’invito è quello di imparare a pregare in un modo diverso, meno esteriore e più interiore, meno formale e più essenziale. Dobbiamo alimentare il centro da cui scaturisce quel dialogo spirituale che si fa condivisione, prossimità, testimonianza. Dobbiamo ritrovare nella Domenica e nella partecipazione all’Eucarestia il fulcro della nostra fede e, nel contempo, imparare modi e luoghi nuovi dove pregare insieme, personalmente o in famiglia.

Dobbiamo imparare a pensare, continua il messaggio. Significa farci custodi e portatori di un pensiero sapiente, che va oltre la semplice informazione. Un pensiero che si nutre della riflessione critica, del dialogo competente, del patrimonio culturale di cui siamo eredi, dell’ascolto docile e meditativo della Parola.  Siamo alla ricerca non solo di fatti e di notizie, ma di significati e di senso.

Dobbiamo imparare a sperare, ancora ci invitano i Vescovi lombardi. Dobbiamo imparare a rendere ragione della speranza cristiana che è in noi. Soprattutto adesso che viviamo a stretto contatto con la malattia, la fatica, la morte, realtà con cui fatichiamo a riconciliarci. La precarietà del tempo e della vita è una condizione che difficilmente accettiamo; eppure la speranza cristiana non si limita all’aspettativa di tempi migliori, ma si fonda sulla promessa della salvezza che si compie nella comunione eterna e felice con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Abbiamo scelto di abitare questo tempo, fedeli a Dio e all'uomo, determinati a tessere reti di fraternità, custodi gli uni degli altri e, insieme, custodi del mondo che ci è stato affidato. La proposta associativa di questo inizio di triennio ha una veste nuova: innanzitutto raccoglie alcuni passi di discernimento compiuti dai gruppi del Consiglio Diocesano che hanno lavorato durante l'estate, offre i percorsi formativi dei settori e gli appuntamenti di spiritualità, tutto proposto sia in singole schede, scaricabili e stampabili, sia in un ebook sfogliabile on line, con i link ai diversi materiali.
Abbiamo scelto di cambiare forma alla traccia perché possa diventare uno strumento aperto, in continuo divenire, adatto alle diverse realtà associative, con i linguaggi contemporanei, in dialogo con il mondo e la Chiesa in cui viviamo.
Chiediamo a ciascuna associazione territoriale di avviare un percorso di discernimento comunitario così da scegliere insieme per il bene della comunità e del territorio che abita.
Camminiamo nella Chiesa Laudense verso il XIV Sinodo diocesano: come ciascuna associazione territoriale così la presidenza e il Consiglio diocesano sono chiamati a partecipare attivamente alla lettura sapienziale dei tre ambiti “territorio, persone, cose”, illuminati dalla Parola, partendo dalla vita vissuta, negli scorsi mesi e nel tempo presente.
Insieme, come sentinelle del mattino, cerchiamo di cogliere quei segnali, quelle richieste, quei silenzi che ci chiedono di uscire, sospinti dal soffio dello Spirito, a vele spiegate, con coraggio e fiducia, pronti a servire e dare la vita.

La presidenza diocesana

 

Percorso spirituale

Percorsi per abitare il Mondo, la Chiesa e l'Associazione:

vita associativa con i giovani protagonisti

alleanze per sostenere le fragilità  

Ecologia integrale

Percorsi formativi diocesi: Adulti - Giovani - ACR

Comunicazione

Adesione