Da Patmos a Salamanca, da Praga a Parigi, Lisbona, Berlino, Londra, Copenhagen e lungo il Cammino di Santiago scorrono le istantanee di eventi lontani e di drammi recenti. E si profila il volto dei testimoni che hanno segnato il secolo scorso: Miguel de Unamuno, Etty Hillesum, Dietrich Bonhoeffer... Europa una mappa interiore (Ave, Roma 2019) di Pietro Pisarra - giornalista e sociologo, vive a Parigi – è un originale viaggio tra storia, letteratura e spiritualità nei luoghi in cui è stata forgiata la nostra memoria collettiva, una mappa interiore alla ricerca di ciò che sta cambiando nel nostro continente e mette in crisi la stessa idea di Europa.

Qui vi proponiamo l’Introduzione.
«Non si viaggia per piacere. Siamo scemi, ma non fino a questo punto», dice un personaggio di Samuel Beckett nel romanzo Mercier e Camier (1970).
Ma allora perché si viaggia? Ognuno di noi potrebbe elencare le proprie ragioni. Tutte più o meno giuste, più o meno nobili. C’è chi viaggia per necessità, per fuggire la guerra o la fame, chi per lavoro, per curiosità o per noia. Perché, prima di essere sapiens, l’uomo è viator, in cammino, sulla strada.
Nella preistoria del mito c’è un viaggio. Un viaggio cosmico. Quello di Gilgameš, di cui si trovano gli echi anche nella Bibbia.
Disperato per la morte dell’amico Enkidu, Gilgameš vaga per la steppa, scala montagne, uccide orsi, iene, leoni, naviga per tutti i mari, attraversa paesi pieni di insidie e, da precursore di Orfeo, si inoltra nel regno dei morti alla ricerca dell’amico «diventato argilla». A che pro? Tremila anni prima della nostra èra, la saga dell’eroe mesopotamico lascia trasparire l’inquietudine esistenziale legata all’avventura del viaggio: «Perché ti sei agitato tanto? Che cosa hai ottenuto? Ti sei indebolito con tutti i tuoi affanni; hai riempito il tuo cuore soltanto di angoscia».
Si agita tanto anche Odisseo, ma lui, l’eroe moderno per eccellenza, una ragione ce l’ha. Il suo viaggio è un ritorno. Costellato di ostacoli, di incantesimi, di trappole. Nel doppio tentativo di tornare nel luogo delle origini e di ritrovare ciò che si è stati. Perché, se è vero quanto afferma il poeta latino Orazio («Caelum, non animum mutant, qui trans mare currunt»), è anche vero che il viaggio non lascia indenni. Se la natura umana non cambia, cambia, eccome, da un cielo all’altro, l’animo dei naviganti.
Dopo vent’anni di peregrinazioni, Odisseo è mutato nell’aspetto, se a riconoscerlo sono soltanto il cane fidato e una vecchia ancella. Ma più numerose dei segni esteriori sono le cicatrici invisibili, il veleno dolce amaro instillato giorno per giorno dalla nostalgia, il dolore del nostos, il ritorno.
Non c’è, però, un solo Odisseo. Nel nostro immaginario ce ne sono almeno due. «C’è un Ulisse centripeto», ricordava Beniamino Placido in un vecchio articolo («La Repubblica», 2 luglio 1992). «Il suo percorso è sì avventuroso, ma non rettilineo, bensì circolare. Non è uno spericolato viaggio verso l’ignoto; è un ritorno». Un nostos, appunto: da Itaca va a Troia, poi, tra mille deviazioni, di nuovo a Itaca. È il primo Ulisse, l’Ulisse di Omero.
Ma c’è anche l’altro, l’Ulisse centrifugo del ventiseiesimo canto dell’Inferno dantesco, l’esploratore insaziabile e irrequieto che si spinge oltre le colonne d’Ercole della conoscenza, sempre alla ricerca del nuovo. È l’Ulisse che incarna lo spirito della modernità occidentale, la razionalità tecnica, l’homo faber che rischia di trasformarsi in apprendista stregone o in dottor Stranamore quando si lascia dominare dalle sue stesse scoperte.
Centripeto o centrifugo, il viaggio implica sempre una trasformazione. E forse anche per questo esso è la prima metafora della vita. Cos’è la nostra esistenza, se non un viaggio, dalla nascita alla morte? Un pellegrinaggio segnato da incidenti, contrattempi, cambi di percorso, ma dall’esito prevedibile. E ineluttabile, come la morte del racconto orientale che aspetta il viaggiatore a Baghdad o a Samarra e a cui ci si illude di sfuggire cambiando direzione.
Anche nella Bibbia è un via vai continuo. Viaggiano i patriarchi d’Israele, viaggiano Giuseppe e i suoi fratelli, viaggia Rut la moabita, viaggia, anzi fugge il profeta Giona, viaggia Tobia, accompagnato dall’arcangelo Raffaele. E quando si tratta di definire la Legge, ecco le immagini della via o della strada. Se Gesù è un rabbi itinerante che di sé stesso dice: «Io sono la Via» (Gv 14,6), «quelli della Via» sarà il primo nome, il più antico, del cristianesimo nascente (At 9,2).
Nella storia della cultura si afferma col tempo anche l’idea del viaggio interiore, alle profondità del cuore e della mente. Viaggio non di rado tortuoso, alle prese con nemici invisibili e con il primo giudice delle nostre azioni, la coscienza.
Con l’avvento della civiltà di massa, da esplorazione, scoperta o esilio il viaggio diventa turismo, svago obbligato. Che sarà troppo facile criticare per la sua superficialità o futilità. «Vale la pena fare il giro del mondo per contare i gatti di Zanzibar?», scrive a metà dell’Ottocento il naturalista americano Charles Pickering.
Si potrebbe obiettare che i gatti di Zanzibar sono un argomento affascinante quanto i cani di Londra e quelli della Pennsylvania: basta saperli guardare. Ma gli strali contro i poveri turisti diventano un genere letterario autonomo, riempiono le gazzette. Uno sport senza conseguenze, a giudicare dal numero dei viaggiatori ai nostri giorni.
«Bisogna partire? Restare?», chiedeva Baudelaire. «Se puoi restare, resta», è l’amara risposta. Perché ovunque si vada è impossibile sfuggire alla nostra immagine: «un’oasi di orrore in un deserto di noia». Eppure lo spleen esistenziale si vince anche così: muovendosi, viaggiando, dialogando con chi coltiva abitudini, tradizioni, aspirazioni diverse dalle nostre. E poi – scrive il poeta turco Nazim Hikmet – c’è sempre un viaggio da fare, il più bello:
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.

***
Il nostro è un viaggio tra storia, letteratura e spiritualità nei luoghi in cui si è forgiata la memoria collettiva, una mappa interiore alla ricerca di ciò che sta cambiando nel vecchio continente e mette in crisi la stessa idea di Europa.
Da Patmos a Salamanca, da Praga a Parigi, Lisbona, Berlino, Londra, Copenhagen lungo il Cammino di Santiago e in altre tappe, scorrono così le istantanee di eventi lontani e di drammi recenti. E si profila il volto dei testimoni che hanno segnato il Novecento, Miguel de Unamuno, Etty Hillesum, Dietrich Bonhoeffer…
È un viaggio tra capitali e luoghi periferici, là dove, come scrive Iosif Brodskij a proposito di Istanbul, la geografia provoca la storia. Dove sono ancora visibili le cicatrici delle tragedie di ieri. E dove, per contrasto e tra mille difficoltà, si concretizza la realistica utopia di un’Europa unita, pacifica, senza le guerre che ne hanno funestato la storia. Non c’è Sarajevo, non c’è Auschwitz, dove l’Europa è sprofondata nella notte più cupa. Ma in filigrana il ricordo di quei drammi percorre tutto il racconto.
Oggi è fin troppo facile attaccare l’Europa. L’Europa dei mille regolamenti, dei burocrati e dei tecnocrati. Dimenticando le opportunità, i progressi, i vantaggi derivati dalla caduta dei muri e delle frontiere. Ne sa qualcosa la generazione Erasmus che dell’Europa ha fatto esperienza concreta. Ne sanno qualcosa quanti viaggiano per lavoro o per svago. E che contribuiscono a disegnare il volto di un’Europa accogliente, ospitale, al di là degli slogan di miopi politicanti, di apprendisti stregoni che agitano, con foga tribunizia, gli spettri del passato, riaccendono il fuoco di un nazionalismo portatore di sciagure e rianimano, con mille artifici retorici, una mitologia di paccottiglia.
Se l’Europa – come mi disse in un’intervista di alcuni anni fa Jean Delumeau – è il cristianesimo più l’illuminismo, l’universalismo cristiano e un’idea di tolleranza, i diritti umani e la razionalità scientifica, Erasmo e Galileo, Bruegel e Leonardo, allora quanti brandiscono il Vangelo e il rosario come armi, quanti invocano a parole le radici cristiane per poi tradirle nei fatti, sono soltanto mediocri propagandisti che si scagliano contro un’immagine caricaturale dell’Europa.
A quella definizione del grande storico francese si può aggiungere che l’Europa è anche l’epica e il mito dei greci, le luci di al-Andalus e dei filosofi arabi, è l’eredità di Gerusalemme, dei suoi profeti e dei suoi sapienti. È il disincanto di Montaigne e il riso di Rabelais, la honra, l’onore per cui combatte don Chisciotte, sia pure contro i mulini a vento, l’utopia di Thomas More, più che mai attuale, al tempo della Brexit. È la pietas di Enea che porta sulle spalle il padre Anchise. Perché l’Europa, terra di migranti, è meticcia e accogliente per definizione.
Questi reportage sono nati da un’idea di Giovanni Ferrò, caporedattore di «Jesus», che li ha ospitati sul suo giornale e che vorrei ringraziare, come ringrazio il direttore Antonio Rizzolo e il condirettore Vincenzo Vitale per averne permesso la nuova pubblicazione.
Qui li ripropongo in una versione rivista e ampliata, come contributo al dibattito che agita la classe politica e che spesso è falsato da fake news e retorica nazionalista.
È una piccola avventura, che comincia da Patmos, l’isola dell’Apocalisse, e si conclude a Gerusalemme, Europa fuori dall’Europa.

"Perchè cercate tra i morti colui che è vivo?
Non è qui, è risorto" 

Sabato  30 Marzo 2019 dalle 16:00 a Lodi, presso il Polo Universitario Veterinario si terrà il Consiglio Regionale di Azione Cattolica, dal titolo "Con lo sguardo dei giovani. Riconoscere, interpretare, scegliere" come da programma della locandina.

Il Consiglio è aperto a tutti gli aderenti e responsabili associativi e dal momento che il Consiglio si terrà a Lodi siamo tutti caldamente invitati a partecipare.

di Raffaella Rozzi *

Il percorso di formazione per laici, iniziato mercoledì 6 febbraio, viene da lontano. In seno al comitato presidenti regionale ci siamo interrogati sulle priorità per la nostra Chiesa lombarda e ne è emersa la formazione dei laici, come contenitore di esperienze ed itinerari diversificati ma essenziale per la vita ecclesiale. È iniziata una riflessione fatta di incontri con i vescovi, di riflessione e confronto nei rispettivi Consigli Diocesani di AC.

Per la nostra diocesi, è sorta una richiesta di formazione in occasione del rinnovo dei Consigli Pastorali Parrocchiali. Nel Consiglio Pastorale Diocesano ci siamo confrontati sul tema, come pure nel Consiglio Diocesano di AC.

Questo itinerario è offerto sia a chi da anni con dedizione e passione si è reso disponibile al servizio, sia a chi sta iniziando a muovere i primi passi: per tutti loro desideriamo che possano essere cristiani in cammino, oranti ascoltatori della Parola, cercatori profetici del Regno di Dio, responsabili protagonisti della missione della Chiesa nel mondo. Abbiamo pensato che il valore aggiunto di un tale percorso debba essere in primis uno spazio e un tempo in cui fermarsi e lasciarsi raggiungere dalla realtà, per ascoltare e lasciarsi interrogare, per riconoscere e interpretare, per avviare scelte pastorali di un futuro presente. In particolare, avremo la possibilità di iniziare un cammino di formazione e confronto sul ruolo dei laici nella Chiesa del Terzo Millennio, con uno stile sinodale, laici e pastori insieme, come popolo di Dio. Vogliamo camminare insieme nella Chiesa universale, diocesana, parrocchiale, come laici corresponsabili, a cui sta a cuore essere compagni di strada nella via della santità del quotidiano. Ci accompagnano alcuni amici dell'Azione Cattolica lombarda, che condividono l'itinerario ecclesiale e associativo. Il tema generale è la responsabilità vissuta come corresponsabilità tra laici e pastori, declinato in tre attenzioni, personale, comunitaria ed ecclesiale, che corrispondono ai tre incontri.

Il primo incontro, mercoledì sera, ha avuto come tema “Quale laico negli organismi di partecipazione, tra consigliere e operatore”; Valentina Soncini, delegata regionale lombarda di AC, ha coinvolto i presenti in prima persona, proponendo di rispondere ad un questionario, in formato digitale, in cui, scegliendo, per ciascuna domanda, tra quattro opzioni, esprimere il proprio vissuto fatto di convinzioni ed esperienze come laici. Non vi era la risposta giusta poiché ciascuna affermazione o parola esprime un aspetto della laicità, molto dipende dal peso che gli viene attribuito.

Si può rilevare che il 54% dei presenti ha definito la sinodalità come lo stile ecclesiale; mentre per il 74% l’aspetto consultivo del consiglio pastorale è un’esigente pratica di comunione e di ascolto. Abbiamo iniziato ad individuare alcuni modi problematici di intendere l’impegno pastorale: funzionale ovvero ho un ruolo quindi esisto; individualistico cioè intendo la Chiesa a modo mio, adattandola a me o al mio gruppo, rendendo nostra una cosa di tutti; clericale ovvero occupare il posto più alto, per essere qualcuno.

Papa Francesco, in Evangelii Gaudium, dal n. 77 al 101, ha delineato alcune tentazioni degli operatori pastorali, da intendersi sia a livello personale che come comunità: individualismo, divisioni, mondanità spirituale, pessimismo, accidia paralizzante, psicologia della tomba, desertificazione spirituale. Un’interessante fotografia di atteggiamenti che talvolta vediamo in noi stessi e nella persone intorno a noi, certamente non adatti al discepolomissionario (EG 119) che vorremmo essere nella Chiesa e nel mondo. Discepoli missionari sono laici maturi che non si lasciano rubare l’entusiasmo missionario, la gioia dell’evangelizzazione, la speranza, la comunità.  Laici che curano una sana interiorità, fatta di maturità di fede personale, e una sana ecclesialità che è una visione sinodale e conciliare della Chiesa, popolo di Dio. Ci è chiesto di assumere l’oggi, laici e preti insieme, sostenuti dall’unico sensus fidei, dono fondamentale per concorrere a far accadere percorsi realmente sinodali.

MESSAGGIO PER LA QUARESIMA 2019

 

Cari fratelli e sorelle,

ogni anno, mediante la Madre Chiesa, Dio «dona ai suoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua, perché […] attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo» (Prefazio di Quaresima 1). In questo modo possiamo camminare, di Pasqua in Pasqua, verso il compimento di quella salvezza che già abbiamo ricevuto grazie al mistero pasquale di Cristo: «nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24). Questo mistero di salvezza, già operante in noi durante la vita terrena, è un processo dinamico che include anche la storia e tutto il creato. San Paolo arriva a dire: «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). In tale prospettiva vorrei offrire qualche spunto di riflessione, che accompagni il nostro cammino di conversione nella prossima Quaresima.

1. La redenzione del creato

La celebrazione del Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, culmine dell’anno liturgico, ci chiama ogni volta a vivere un itinerario di preparazione, consapevoli che il nostro diventare conformi a Cristo (cfr Rm 8,29) è un dono inestimabile della misericordia di Dio.

Se l’uomo vive da figlio di Dio, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo (cfr Rm 8,14) e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione. Per questo il creato – dice san Paolo – ha come un desiderio intensissimo che si manifestino i figli di Dio, che cioè quanti godono della grazia del mistero pasquale di Gesù ne vivano pienamente i frutti, destinati a raggiungere la loro compiuta maturazione nella redenzione dello stesso corpo umano. Quando la carità di Cristo trasfigura la vita dei santi – spirito, anima e corpo –, questi danno lode a Dio e, con la preghiera, la contemplazione, l’arte coinvolgono in questo anche le creature, come dimostra mirabilmente il “Cantico di frate sole” di San Francesco d’Assisi (cfr Enc. Laudato si’, 87). Ma in questo mondo l’armonia generata dalla redenzione è ancora e sempre minacciata dalla forza negativa del peccato e della morte.

2. La forza distruttiva del peccato

Infatti, quando non viviamo da figli di Dio, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature – ma anche verso noi stessi – ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento. L’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare, seguendo quei desideri incontrollati che nel libro della Sapienza vengono attribuiti agli empi, ovvero a coloro che non hanno Dio come punto di riferimento delle loro azioni, né una speranza per il futuro (cfr 2,1-11). Se non siamo protesi continuamente verso la Pasqua, verso l’orizzonte della Risurrezione, è chiaro che la logica del tutto e subito, dell’avere sempre di piùfinisce per imporsi.

La causa di ogni male, lo sappiamo, è il peccato, che fin dal suo apparire in mezzo agli uomini ha interrotto la comunione con Dio, con gli altri e con il creato, al quale siamo legati anzitutto attraverso il nostro corpo. Rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere, così che il giardino si è trasformato in un deserto (cfr Gen 3,17-18). Si tratta di quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri.

Quando viene abbandonata la legge di Dio, la legge dell’amore, finisce per affermarsi la legge del più forte sul più debole. Il peccato che abita nel cuore dell’uomo (cfr Mc 7,20-23) – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato.

3. La forza risanatrice del pentimento e del perdono

Per questo, il creato ha la necessità impellente che si rivelino i figli di Dio, coloro che sono diventati “nuova creazione”: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Infatti, con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”: aprirsi ai cieli nuovi e alla terra nuova (cfr Ap 21,1). E il cammino verso la Pasqua ci chiama proprio a restaurare il nostro volto e il nostro cuore di cristiani, tramite il pentimento, la conversione e il perdono, per poter vivere tutta la ricchezza della grazia del mistero pasquale.

Questa “impazienza”, questa attesa del creato troverà compimento quando si manifesteranno i figli di Dio, cioè quando i cristiani e tutti gli uomini entreranno decisamente in questo “travaglio” che è la conversione. Tutta la creazione è chiamata, insieme a noi, a uscire «dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). La Quaresima è segno sacramentale di questa conversione. Essa chiama i cristiani a incarnare più intensamente e concretamente il mistero pasquale nella loro vita personale, familiare e sociale, in particolare attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina.

Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore. Pregare per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia. Fare elemosinaper uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene. E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità.

Cari fratelli e sorelle, la “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini (cfr Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare la speranza di Cristo anche alla creazione, che «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Non lasciamo trascorrere invano questo tempo favorevole! Chiediamo a Dio di aiutarci a mettere in atto un cammino di vera conversione. Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù; facciamoci prossimi dei fratelli e delle sorelle in difficoltà, condividendo con loro i nostri beni spirituali e materiali. Così, accogliendo nel concreto della nostra vita la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, attireremo anche sul creato la sua forza trasformatrice.

Dal Vaticano, 4 ottobre 2018, 
Festa di San Francesco d’Assisi