* di Laura Bordiga

Un nuovo inizio porta sempre con sé un misto di stati d’animo: l’entusiasmo per ciò che si sta per intraprendere ma anche un po’ di paura perché non sappiamo esattamente cosa ci riserverà. I primi giorni di settembre sono stati un susseguirsi di tutto questo: si parlava di lezioni sincrone, asincrone, miste, insomma non sapevamo bene in che modalità sarebbe ripartita la didattica finché, a pochi giorni dall’inizio delle lezioni, apprendo con gioia che il mio corso di laurea sarebbe ripartito in modalità mista. Dopo 7 lunghi mesi passati davanti al computer, finalmente sono tornata in università, e devo dire che percorrere i cortili del Filarete e rientrare in aula è stato come prendere una boccata d’aria fresca, metaforica perché, diciamocelo, 6/8 ore in classe con la mascherina non permettono chissà quali respiri profondi, ma di certo si può sopportare. I primi giorni sembrava tutto strano perché, sin da quando ho iniziato il mio percorso universitario, sono stata abituata a vedere centinaia di studenti percorrere i corridoi; ora invece il numero è molto limitato poiché la maggioranza dei corsi, soprattutto triennali, è ripartita a distanza, ma pian piano si sta costruendo una nuova routine, fatta di prenotazioni tramite app dei posti in aula e in biblioteca, rilevazione della temperatura e igienizzazione delle mani a ogni ingresso, “soundcheck” per gli studenti che seguono la lezione da casa e l’appello ogni volta che entra un professore (che mi ha riportato, per un attimo, agli anni del liceo). Il fatto che ci siano meno studenti ha avuto come conseguenza un rallentamento dei ritmi e, soprattutto, il silenzio, che poche volte mi era capitato di sentire in questo luogo. Osservando il cortile centrale semideserto, in un pomeriggio ancora estivo, mi sono fermata a riflettere su una cosa che avevo sempre dato per scontato: il dono di aver vissuto appieno questi primi anni di università, fatti di lezioni ed esami, ma anche di incontri e legami, che di sicuro hanno contribuito alla mia crescita personale tanto quanto una nozione spiegata da un docente. E proprio da questa riflessione nasce un desiderio, ma anche un senso di responsabilità per noi che siamo rientrati: quella di rispettare tutte le norme, anche se fastidiose a volte, così che sempre più studenti possano tornare o iniziare a vivere la frenetica ma meravigliosa vita universitaria, non più dietro un computer ma in aula con i propri compagni.

* di Gioele Anni

Televisioni, giornali, siti internet, ovviamente social network: nell’ultimo finesettimana, su tutti i media si parlava di Carlo Acutis. È il primo beato millennial, il ragazzo nato nel 1991 e morto di leucemia fulminante nel 2006. Quindici anni sulla Terra sono bastati a «lasciare un’impronta», come aveva detto Papa Francesco ai giovani radunati a Cracovia per la Giornata Mondiale della Gioventù 2016. Milanese, di buona famiglia, Acutis non ha fatto miracoli in vita. Era un ragazzo normale, tifoso del Milan, suonatore di sassofono, studente di liceo. Due qualità lo rendevano speciale. Il talento per l’informatica, che lo portava a produrre sul suo computer video e collage di fotografie. E una spiritualità forte che guidava la sua vita: pregava, approfondiva i dogmi di fede e poi si dava da fare nella quotidianità, per esempio portando cibo e conforto ai senzatetto del quartiere. Ha saputo unire queste due dimensioni, informatica e spiritualità, nel creare mostre digitali su tematiche religiose: aveva intuito, come ha scritto Papa Francesco parlando di lui nella Christus Vivit, che i nuovi media possono essere utilizzati «per trasmettere il Vangelo, per comunicare valori e bellezza». E proprio sui nuovi media, la sua storia ha trovato spazio in questi giorni. Uscendo dai canali istituzionali, rimbalzando tra chat e bacheche, incuriosendo migliaia di persone – credenti e non credenti – che sono rimaste forse colpite da un’idea di santità ordinaria e accessibile. L’immagine che ha colpito tutti è quella del corpo riesumato nella bara: Carlo è stato sepolto con una felpa sportiva e le scarpe da ginnastica. La fede non chiede di vivere la vita come privazione, piuttosto anzi le dà senso e compimento. A 15 anni, come a qualsiasi età. Questo Carlo Acutis lo aveva capito, e con questo stile ha scelto di vivere. È bello immaginare oggi una Chiesa “con le scarpe da ginnastica”, testimone di una fede mai altezzosa, sempre pronta a servire. Di questa fede fresca e accessibile c’è tanta sete, tra i giovani e non solo.

Con la pubblicazione di questi due testi vogliamo concludere il percorso annuale di Parola ai Giovani, che quest’anno ha affrontato la vita di due personaggi forti della Bibbia: Elia e Pietro. É proprio il pescatore della Galilea il protagonista dei brani proposti da don Guglielmo Cazzulani: come inquadrare Pietro nell’ottica della sequela di Cristo? Come interpretare i suoi tradimenti e le sue mancanze? 
Nel primo brano, una lettera del cardinal Martini a un “educatore fallito”, viene ricordato l’ultimo episodio narrato dal Vangelo di Giovanni (21, 15-19). Dopo una ripetuta richiesta di Gesù a Pietro su una conferma chiara e inequivocabile di amore totale e incondizionato, al terzo tentativo il Maestro utilizza un verbo dalla sfumatura diversa (il greco philéo,  invece che agapào), quasi a voler Lui stesso adattarsi alle modeste possibilità di Pietro. E nonostante questo lo invita a seguirlo, nonostante l’animo debole e pieno di ripensamenti Gesù gli affida la guida della Chiesa. Il gesto di Gesù è da intendere come un avvicinarsi alla nostra misera condizione di peccatori, e come il grande segno che la speranza di salvezza è possibile per tutti.
Il secondo brano affronta senza mezzi termini la condizione “normale” di Pietro: un pescatore, goffo ma coraggioso, traditore ma sempre pronto a tendere la mano. Una condizione di continua alternanza tra il dubbio e una fede forte, ma che alla fine ha portato al martirio, ad una morte in croce addirittura a testa in giù. Forse è per questa sconvolgente umanità che Gesù ha scelto proprio Pietro a guida della chiesa: perché i suoi errori sono i nostri, i suoi dubbi sono i nostri, la sua capacità di riconoscere il Signore e seguirlo è anche, speriamo, la nostra.

* di Domenico Cascone 

Il Magistero di Papa Francesco ha sempre ritenuto quello dei giovani un mondo fortemente bisognoso di attenzioni. Nel 2018 il Sinodo dedicato a “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” ha tracciato la strada per una sostanziale riforma di alcune questioni relative al mondo di chi ha tra i 18 e i 30 anni. Come è cambiata nel tempo la vita di queste persone? Come si è evoluto il rapporto giovani/Chiesa nel corso degli ultimi tempi? Quali i bisogni da soddisfare, le attenzioni da avere? Il Documento Finale del Sinodo, e successivamente l’Esortazione Apostolica Christus vivit, hanno cercato di rispondere a queste domande, tentando nello stesso tempo di offrire spunti e strumenti per affrontare un cammino nuovo e antico allo stesso tempo. Anche noi come membri del Consiglio diocesano di Ac vogliamo partecipare a questo dibattito, mettendo sul piatto le nostre esperienze per pensare un modo nuovo di parlare ai giovani e alle loro esigenze. La necessità di un cambio di passo nell’impostazione della pastorale giovanile è in questo tempo un’urgenza sociale: l’impostazione “classica” dell’accompagnamento delle vite dei giovani non può essere lo stesso usato fino ad ora. C’è la necessità di lasciare spazio a loro che sono i veri protagonisti di questo percorso, lasciandoli ”liberi di trovare strade sempre nuove con creatività e audacia” (Christus vivit, n. 203). Una prospettiva quindi più flessibile, slegata dalla programmazione statica del mondo degli adulti, troppo cadenzata e qualche volta poco adatta a contenere l’esuberanza di un giovane. Ecco quindi che assume sempre più importanza il privilegiare le esperienze piuttosto che gli incontri, il fare piuttosto che il parlare. Non si tratta però di escludere gli adulti da questo processo: chi ha già vissuto l’esperienza feconda dell’incontro con il Risorto può e deve accompagnare gradualmente i ragazzi verso una consapevolezza di una comunione ecclesiale sempre più matura. Papa Francesco indica due grandi linee d’azione per il rinnovamento della pastorale giovanile: la ricerca e la crescita. Ricerca di nuovi stimoli, di nuovi linguaggi, di nuovi temi, di nuovi strumenti per arrivare al cuore di giovani attualmente “fuori” dal contesto ecclesiale (nel senso di Chiesa come comunità); crescita non solo come formazione spirituale (e quindi incontri, approfondimenti, studio) ma soprattutto come vita comunitaria e servizio. Una politica dei “piccoli passi” quindi: non pretendere una piena adesione fin dal primo giorno, ma piuttosto una visione gratuita e graduale, calibrata secondo le esigenze di chi è accolto. È opportuno quindi pensare a dei percorsi che siano popolari, alla portata di tutti, non elitari: popolo inteso non come struttura politico-sociale o ecclesiastica ma come “l’insieme di persone che non camminano come individui ma come il tessuto di una comunità di tutti e per tutti, che non può permettere che i più poveri e i più deboli rimangano indietro.” (Ivi, n. 231). Il cammino è lungo e impegnativo, ma è una sfida che la Chiesa deve affrontare, senza paura e con la speranza nel cuore. I giovani sono una risorsa fondamentale, da loro nasceranno le comunità di domani: che questo tempo di riflessione ci aiuti a costruire radici solide e profonde, per una Chiesa vicina ai bisogni di tutti.

Gli esercizi spirituali sono ormai un appuntamento atteso da tanti giovani della nostra Diocesi, anche quest’anno non vogliamo perdere questa bella occasione per fermarci, metterci in disparte con il Signore e restare con lui per ascoltare la sua parola. A causa della situazione sanitaria non è stato possibile un corso residenziale nella casa di spiritualità Villa Immacolata a Castelveccana, tuttavia crediamo si possa fare una bella esperienza nelle nostre case e sotto la guida dello Spirito santo che sa entrare anche dove la paura e le porte chiuse possono essere d’ostacolo all’incontro con Dio.

La tecnologia ci viene in soccorso e grazie all’aiuto di don Luca Ciotti, prima Assistente diocesano dei giovani dell’Arcidiocesi di Milano ed ora parroco di Castelveccana e Porto Valtravaglia, sul lago Maggiore, abbiamo preparato un itinerario con 4 video e una traccia scritta affinché ciascuno, nella propria a casa e nel segreto del suo cuore possa intraprendere un itinerario spirituale online. Saremo accompagnati a meditare la Chiesa delle origini nel libro degli Atti degli apostoli.

In diocesi siamo nella fase preparatoria del Sinodo, le nostre comunità insieme ai loro pastori hanno cominciato a riflettere sullo stile e sulla forma sinodale della Chiesa in questo nostro contesto sociale e culturale tanto complesso quanto ricco di potenzialità. L’ascolto e la preghiera dei testi degli Atti degli apostoli, quando la Chiesa cominciò a muovere i primi passi, ci potrà di certo aiutare a scoprire la strada per metterci insieme sulla via.

Da oggi, le prime coordinate che don Luca ci offre nella sua introduzione per iniziare i nostri esercizi spirituali.

Le meditazioni saranno disponibili da Giovedì 16 aprile sulla pagina Facebook dell’Azione Cattolica Giovani, su Instagram Settoregiovani.aclodi e sul canale Youtube dell’UPG.

Ecco le prime coordinate che don Luca ci offre nella sua introduzione per iniziare i nostri esercizi spirituali.