FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME (Lc 22,14-20)
L’Eucarestia memoria dell’amore di Dio
che suscita in noi una memoria colma di gratitudine
Facciamo oggetto della presente riflessione il racconto lucano dell’istituzione dell’Eucarestia, che riflette la cosiddetta “tradizione antiochena”, comune anche a Paolo, come appare da 1Cor 11,23-26.
Ecco dunque il testo lucano:
14Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, 15e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, 16perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». 17E, ricevuto un calice, re-se grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, 18perché io vi dico: da questo mo-mento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». 19Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 20E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicen-do: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».
(Lc 22,1-20)
Le circostanze dell’ultima Cena
È importante, per capire gli avvenimenti dell’ultima Cena e i significati da essa veicolati, tenere presente la situazione esistenziale in cui versa Gesù in questo preciso momento.
È il momento in cui gli uomini congiurano e decidono di passare all’azione, per mostrare che Ge-sù è escluso da Dio, separato e lontano da lui, rifiutato da lui come seduttore di Israele e falso profe-ta, che le sue opere non vengono da Dio ma dal suo antagonista nella creazione e nella storia: l’Avversario.
È il momento in cui i suoi nemici decidono di agire per estirpare Gesù dal suo popolo, spezzare i vincoli tra Gesù e la vita di Israele e mostrare che Gesù è estraneo a Israele e al suo destino.
È il momento in cui i capi del popolo giudicano Gesù indegno di continuare a far parte della con-vivenza umana, e espellerlo come un rifiuto inutile e pericoloso.
È il momento in cui si cerca di strappare il vincolo di comunione con i suoi discepoli e simpatiz-zanti.
È il momento in cui gli uomini decidono di togliere a Gesù la sua libertà di azione e imporgli un regime di ineluttabile necessità in cui le sue azioni saranno da loro determinate e interpretate. Ebbe-ne, in questo momento, si manifesta l’esigenza, fondamentale per Gesù («ho tanto desiderato man-giare con voi questa Pasqua» Lc 22,15a) di riassumere la sua esistenza, di confermarne la direzio-ne, di interpretare il suo imminente destino e proiettarlo verso il futuro nella coscienza dei suoi di-scepoli. Per questo, per riaffermare la sua libertà sovrana, Gesù decide e fa preparare una cena an-che nei suoi particolari (vedi Lc 22,7-13).
Appuntiamo allora l’attenzione sulla carica simbolica delle parole e dei gesti di Gesù in questa Cena, che è l’ultima, prima della sua morte. Passeremo perciò in rassegna il senso del pasto voluto da Gesù, i gesti compiuti, le specie del pane e del vino, l’invito a fare in sua memoria.
 
Un pasto in comune e solenne con l’onore reso agli ospiti
È notissimo il simbolismo biblico del banchetto. I momenti più solenni della vita della comunità (alleanze, matrimoni, feste, incoronazione di un nuovo re...) venivano sottolineati da pranzi in co-mune. È impensabile in questa cultura un’alleanza al Sinai con Dio, momento supremo della storia d’Israele, senza un banchetto sacro; infatti il testo di Esodo ci parla della delegazione formata da Mosè, Aronne, Abiu e settanta anziani di Israele, che salgono sul monte per mangiare al cospetto di Dio (Es 24,10-11). I legami tra l’alleanza del Sinai e le parole pronunciate da Gesù sul calice sono evidenti. E anche il luogo dell’ultima Cena (la stanza levata in Gerusalemme - monte di Sion) non può forse essere un richiamo simbolico al Sinai?
Il pasto era poi un pasto tra amici. Solo dove c’è una vera comunione fraterna il mangiare insieme acquista la sua pienezza di senso. Se difetta l’amicizia, anche il miglior cibo diventa insopportabile, mentre, tra amici, anche un semplice pasto diventa una festa.
Così osserva sinteticamente, ma acutamente, il Libro dei Proverbi: «Un piatto di verdura con amore è meglio di un bue grasso con odio» (Pr 15,17).
Ma nell’ultima Cena Gesù non mangiò soltanto un pasto solenne con gli amici. Egli fu realmente l’ospite che invitava alla sua mensa. Mentre altrove Gesù è ospitato, questo, oltre alla moltiplica-zione dei pani, è l’unico caso in cui Gesù si preoccupa di un banchetto in prima persona, nel quale Egli è nelle vesti dell’ospite.
Questa dimensione di “ospitalità” conferisce alla Cena un significato particolare, in quanto essa si carica di tutte le implicanze simboliche legate ad essa. La tradizione biblica conferì sempre un’importanza estrema all’ospitalità (si pensi all’episodio di Gen 18 con l’ospitalità di Abramo) e si immaginò Dio come l’Ospite, che invita i popoli e Israele al banchetto escatologico e accoglie il fe-dele perseguitato dalle disavventure della vita nella propria tenda, offrendo una ricca ospitalità (vedi Sal 23: «davanti a me Tu prepari una mensa...»).
Grazie all’ospitalità uno viene strappato alla morte o alla condizione anonima, equivalente alla sorte di straniero.
Se Gesù voleva mostrare ai suoi discepoli come Egli, con la sua morte e resurrezione, li strappava alla morte e dava loro un nome nei cieli (Lc 10,20), il gesto che meglio esprimeva questo era di in-vitarli alla sua mensa e servirli lui stesso.
Anche nel gesto della lavanda dei piedi, Gesù si comporta con gli apostoli come il padrone di ca-sa che rende gli onori dovuti all’ospite, anzi più del dovuto. Lc 22,27 parla di un servizio reso da Gesù nello stesso frangente. Questo servizio reso a tavola dall’ospite rende visibile concretamente il senso della morte di Gesù come offerta amorosa di sé agli uomini, offerta libera e sovrana.
Una cena tra amici come addio prima della morte
Questa dimensione della Cena di Gesù viene messa in particolare risalto in Giovanni e nella tra-dizione testamentaria di Luca, oltre che nelle tracce prescritte anche in Matteo e Marco. Nell’Antico Testamento, come nel Nuovo, diversi personaggi rivolgono ai propri eredi degli addii che sono veri e propri testamenti (si pensi a Giacobbe, Mosè, Giosuè, Samuele, David o all’addio di Paolo ai pre-sbiteri di Efeso in At 20,17-38). Ma l’addio di Gesù è l’unico nel suo genere e geniale nella sua effi-cacia. Egli non si limita a parole, ma lascia come segno del suo testamento la coppa e il pane. Sarà perciò necessario che analizziamo in modo speciale la carica simbolica conferita al pane e al vino.
Una cena durante l’epoca pasquale
Il pasto di Gesù è un pasto giudaico. Questo comporta che esso sia carico di tutta la ritualità giu-daica (benedizione del pasto, abluzioni...) ma il contesto pasquale lacera ulteriormente la cortina di banalità che può avvolgere il pasto quotidiano. La Pasqua ebraica è la memoria della liberazione dall’Egitto e la cena pasquale conservava nella sua struttura la drammaticità dell’evento celebrato.
Se non è possibile decidere se la Cena di Gesù fu pasquale o meno, è però rilevante tener presente il clima festivo in cui si svolse. Secondo la catechesi rabbinica, l’arrivo del messia e la sua manife-stazione ad Israele erano attesi per una notte di Pasqua. Questa dimensione liturgico-festiva è essen-ziale nella Cena di Gesù e si perpetuerà nella convinzione della Chiesa primitiva che l’Eucarestia è la celebrazione pasquale cristiana. La certezza che l’atmosfera liturgica di quei giorni comunicava era che Dio era liberatore e salvatore. Celebrando il pasto in tale circostanza, Gesù affermava così anche la sua intima convinzione che Dio si sarebbe ricordato di lui, come già con Israele, e sarebbe stato il Dio liberatore e salvatore della sua vita dal fallimento e dalla morte.
Un rito festivo con pane e vino
Pane
Abbiamo già detto che, per ogni ebreo, ma lo stesso si potrebbe dire per ogni uomo religioso del Medio-Oriente Antico, il pasto era sacro; ma nel pasto lo erano, in modo particolare, il pane, il vino (e l’olio). Il pane, l’olio e il vino erano gli elementi fondamentali del vitto. L’offerta delle primizie, di cui questi elementi sono parte imprescindibile (Lv 27,30), è il riconoscimento della sovranità di-vina e del diritto divino di proprietà. Questa offerta del pane a Dio (Lv 23,9-14) era l’affermazione rituale della consapevolezza che il cibo con cui l’uomo provvede al proprio sostentamento non è nella pura sfera profana, ma è anzitutto dono di Dio.
Il pane è nella cultura medio-orientale la simbolizzazione stessa della vita dell’uomo come esse-re-di-bisogno (“l’uomo vive di pane”). È, per l’uomo, una sorgente di forza (Sal 104,14ss.) sì che mancare di pane è mancare di tutto (vedi, ad esempio, Am 4,6).
In un certo senso il pane coincide con l’esistenza e perciò spesso nel linguaggio comune si carat-terizza una situazione dicendo il gusto che essa dà al pane (ad esempio, pane di lacrime in Sal 42,4; 80,6; si dirà che il pane del peccatore è allora un pane di empietà in Pr 4,17 e del pigro che il suo è un pane di ozio in Pr 31,27).
Il pane è anche il segno della condivisione con l’altro, della solidarietà umana (Pr 22,9; Ez 18,7.16; Gb 31,17; Is 58,7; Tb 4,16). Il pane è un cibo oggetto del lavoro dell’uomo: tutti gli sforzi dell’uomo per salire i gradini della civiltà, si condensano nel pane (il pane è “conquistato con il su-dore della fronte”: Gen 3,19).
Paradossalmente, con il consegnare il pane a Dio nel culto, l’uomo esprime la convinzione che la sua esistenza gli è donata e la può accogliere solo in umile fiducia («dacci ogni giorno il nostro pa-ne quotidiano» Lc 11,3); ma dicendo che il pane è frutto del suo lavoro, afferma, altresì, che di que-sta esistenza egli è responsabile nella libertà. Il pane esprime perciò mirabilmente il mistero stesso dell’esistenza dell’uomo: una libertà nella finitudine che accoglie il suo fondamento dalla libertà suprema e generosa di Dio. È evidente che il dono della vita piena del tempo escatologico, di una vita strappata al dolore e alla morte (Is 25,6-9) è rappresentato anche come un dono abbondante di pane (vedi Is 30,23; Ger 31,12...).
Niente più del pane spezzato e mangiato dai commensali può comunicare ai discepoli il senso della vita e della morte di Gesù. Come quel pane, dono di Dio, la sua vita è dono di Dio per gli uo-mini; come quel pane spezzato, destinato ad essere mangiato così, la sua vita è un dono di Dio nel tempo, una vita destinata alla morte; come il pane dà forza all’uomo se è mangiato, così solo dalla comunione con Gesù, morto e risorto, agli uomini si dischiude la vita piena. E infine, come il man-giare il pane in comune è un riconoscimento del legame di umanità che ci unisce anche tra nemici e stranieri, così il mangiare quel pane è il riconoscimento di una nuova unità, che si dischiude ai commensali (essere famiglia di Dio nutrita da lui!).
È superfluo ricordare come le affermazioni che noi abbiamo fatte sul pane sono solo alcune trac-ce di riflessione; non sarà però inutile notare che il simbolismo del pane supera i confini di Israele e si ritrova nella più vasta umanità circostante.
Vino
Il vino è l’altro elemento fondamentale della cena di Gesù prima del suo arresto. Del vino, come del pane, si può dire che costituisce uno dei doni fondamentali di Dio all’uomo (vedi Sal 104,15). Il vino, essendo bevanda inebriante, oltre ai vari simbolismi del cibo ravvisabili nel caso del pane, ri-chiama, in modo particolare, la dimensione della festa. In effetti, all’epoca di Gesù, il vino era be-vuto solo nei pasti festivi. Dal punto di vista profano il vino simboleggia tutto ciò che la vita può avere di piacevole: l’amicizia (Sir 9,10), l’amore umano (Ct 1,4; 4,10) e in generale tutta la gioia che si coglie in terra con tutta la sua ambiguità”. Si capisce allora come molti testi a carattere esca-tologico usino il simbolismo dell’abbondanza di vino come segno della pienezza (vedi Am 9,14; Os 2,24; Gl 4,18). Gesù stesso usò il simbolismo del vino per parlare del Regno di Dio resosi presente con la sua persona (il vino nuovo che fa scoppiare gli otri vecchi in Lc 5,37-39).
Quello che è qui decisivo, oltre al fatto che il vino è dono di Dio e frutto del lavoro dell’uomo, è di significare, attraverso la sua qualità inebriante, la trascendenza della salvezza rispetto alla possi-bilità umana, la sua capacità di velare il fluire del tempo e perciò stesso di alludere al superamento della mortalità. Teoricamente sarebbe pensabile anche un Gesù che benedice un bicchiere di acqua e lo affida ai suoi discepoli come testamento della sua vita; ma l’acqua basta per bere, non per far festa (vedi l’episodio di Cana in Gv 2,1-12). Il simbolo più adeguato che un ebreo poteva trovare per esprimere la sovrabbondanza, la gioia, era quello del calice pieno, conforto della vita e oblio per l’afflitto (Pr 31,6-7). Nell’ultima Cena Gesù, pertanto, al momento della benedizione della coppa, offre quella coppa come certezza della vittoria di Dio sulla morte, come fiduciosa attesa del Regno di Dio anche oltre la sua morte e come promessa del convito eterno.
Ricordiamo poi che Gesù, contrariamente all’uso del tempo, fa passare una coppa unica tra i commensali: vuole significare che solo in quella sua morte (significata nel vino, rosso come il san-gue versato) sarà possibile all’uomo accedere alla salvezza simboleggiata nel convito finale.
Pane e vino sono simboli universali non nel senso che questi elementi siano di ogni cultura uma-na (dal punto di vista storico sono elementi tipici della dieta mediterranea), ma perché il significato che essi veicolano è analogicamente riscontrabile nelle altre culture.
Un banchetto non cruento
L’ultima Cena è paradossalmente un banchetto ‘vegetariano’. O meglio il tema della carne non ha alcun posto in essa (e questo sarebbe tanto più significativo se la cena di Gesù fosse pasquale, dove l’agnello è l’elemento essenziale del rito); propriamente, non è importante se effettivamente Gesù abbia mangiato o no della carne, ma piuttosto notare come i gesti e le parole di Gesù riguardino e-sclusivamente due cibi di origine vegetalecome il pane e il vino. Anche questo ha una sua rilevanza.
L’ultima Cena è prolettica, ossia Gesù anticipa per gli apostoli il senso del suo imminente desti-no, ma anche il convito escatologico, il convito della riconciliazione dell’uomo con Dio, con gli al-tri uomini e con il mondo. In questo senso essa appare in forte relazione con uno dei sacrifici presenti nell’Antico Testamento: quello dell’offerta vegetale, o minḥāh, che nel Levitico viene addirit-tura definita come offerta “santissima” (Lv 2,3.10).
Tale mondo riconciliato esclude la violenza e il regime alimentare carnivoro, segno e causa di vi-olenza, manifestazione di un mondo lacerato e sotto il segno della perdizione. Vino e pane indicano invece la nuova situazione apportata dall’intervento salvatore di Dio proprio in quella morte violen-ta di Gesù (pane spezzato; sangue versato come il vino della pigiatura), raffigurazione di un mondo di pace e senza conflitti, di pienezza e concordia: «La vacca e l’orsa pascoleranno insieme; il leone si ciberà di paglia come il bue…» (Is 11,7ss).
Significato di gesti e parole nell’ultima Cena
Gesù non si limita a interpretare la sua morte imminente, ma vuole anche comunicare ai suoi di-scepoli la certezza che anche il rapporto tra lui e i suoi, che sta per dissolversi sotto l’incalzare ine-luttabile degli eventi, sarà ristabilito da Dio stesso. Egli afferma che, al di là della morte, della inter-ruzione di questa immediata comunione di mensa, dello scandalo da essa prodotto e della conse-guente dispersione, Dio si ricorderà di lui e ristabilirà per sempre questa comunione nel banchetto escatologico. Questo è espresso nelle parole testamentarie: «Prendetelo e distribuitelo fra di voi, poiché vi dico da questo momento non berrò più del frutto della vite finché non venga il regno di Dio; Io non berrò più il frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nel Regno di Dio».
Attraverso una serie di azioni strappate all’evidenza quotidiana, interpretate da sue parole, Gesù compie un gesto profetico nella linea delle cosiddette azioni profetiche dei profeti anticotestamenta-ri. Attraverso questa azione profetica Gesù compie una lettura della sua situazione vitale; questa let-tura viene comunicata ai suoi discepoli perché, in quel momento, essi possano veramente essere sua comunità e partecipare del suo destino e della sua speranza. È la produzione di un senso non pura-mente individuale, ma orientativo di una intera comunità. Il senso che emerge dalla lettura della sua situazione è prodotto nei gesti e parole della Cena: la morte di Gesù non è una maledizione di Dio, fallimento del Regno di Dio, ma l’avvenimento gradito a Dio, l’avvenimento che apre alla realizza-zione definitiva del Regno: «finché non sia venuto il regno di Dio».
La morte di Gesù non è essere estirpato dal suo popolo, dalla sua vita, ma è il momento della massima integrazione della più profonda assunzione del destino del suo popolo, il compimento del battesimo ricevuto da Giovanni, il momento della realizzazione dell’attesa del suo popolo («sangue dell’alleanza»). La morte di Gesù non è essere strappato e estirpato dalla convivenza umana, ma il momento-mezzo della più completa comunione con l’umanità, dedizione totale ad essa. Morto "per i molti" come il servo di Yhwh di Is 53. La morte di Gesù non è rottura violenta e permanente di una intimità di vita-azione-parola con i suoi discepoli, ma il mezzo per portare a termine una vita di dedizione completa per loro: il vino e il pane sono sempre offerti ai suoi...
In sua memoria
Una questione si pone per le parole sulla “memoria”. L'ordine di ripetizione («fate questo in me-moria di me») è assente nella tradizione gerosolimitana e appare in Luca solo dopo le parole sul pa-ne, mentre nella lettera di Paolo ai Corinzi è presente anche per la coppa. Che il questo, oggetto di reiterazione da parte dei discepoli che intendono fare memoria, sia il gesto di Gesù sul pane (e sulla coppa) appare evidente nell'esegesi del testo. Gesù prescriverebbe esplicitamente di ripetere il rito eucaristico; più problematico è invece provare che il comando derivi storicamente da Gesù. Il genere letterario usato da Paolo in 1Cor 11,24.25 non vuole certamente fare un resoconto biografico, ma proclamare un’azione fondatrice di una prassi liturgica; lo stesso si può dire per Lc 22,19. Il coman-do sul fare in sua memoria ci pone in direzione di un’indicazione catechetica, sul modello di vari testi anticotestamentari, come quello che riguarda il racconto di fondazione della Pasqua israelita (Es 12,14: «questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di ge-nerazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne»).
La Chiesa, celebrando l’Eucarestia, non mette in atto qualcosa di sua iniziativa, ma in definitiva obbedisce alle direttive di Gesù. Anche se le parole sulla memoria non sono di Gesù, esse riflettono ugualmente, anzi a maggior ragione, la consapevolezza della Chiesa di essere normata da Gesù Cri-sto. Questa obbedienza non è, in ultima analisi, diversa dall’obbedienza della fede che riconosce in Gesù, secondo la carne della stirpe di Davide, il Figlio di Dio costituito in potenza dalla resurrezio-ne dai morti (Rm 1,2-5). Non è l’ebraicità di Gesù che ci salva, ma nondimeno Dio si è reso presen-te a noi nella particolarità e singolarità umana di Gesù.
Per questo la Chiesa conserva sempre il riferimento all’ultima Cena e a determinati gesti storici di Gesù. Ogni celebrazione eucaristica conserva, in ultima istanza, un elemento di irriducibile partico-larità che è legato all’essenza stessa della fede cristiana. La Chiesa delle origini interpreta già il suo ritrovarsi per la Cena del Signore, anche alla luce della cena pasquale giudaica, ma la sua liturgia impregnata fortemente da elementi giudaici (si pensi ai capitoli 9 e 10 della Didaché) non è una nuova versione della pasqua ebraica ma un’altra cosa, la celebrazione della nuova Pasqua.
E d’altra parte, perché non si pensi che obbedire al comando di Gesù di fare in sua memoria si ri-duca ad un’imitazione rituale dei suoi gesti e delle sue parole, il vangelo di Giovanni colloca nel contesto dell’ultima Cena la narrazione della lavanda dei piedi. Fare in sua memoria è allora prendere da lui l’esempio e fare della propria esistenza una vita al servizio.
Per la preghiera personale
Contemplo Gesù: egli si trova di fronte al rifiuto, ai tentativi degli uomini di mandare a monte la sua missione, di dichiararlo un illuso, sconfessato da Dio. Egli non fa inutili lamenti sulla sua situazione, ma continua a riaffermare la sua comunione con il Padre e la sua obbedienza piena. Se i nemici lo vogliono radiare dal suo popolo, egli compie il gesto supremo di istituire il sacramento della comunione perfetta e permanente con loro.
Grazie, Signore Gesù, per il sacramento dell’amore!
Guardo me stesso nel personaggio di uno dei discepoli. Ringrazio il Signore perché mi invita alla sua mensa, a condividere i sentimenti del suo cuore, il suo desiderio di farmi par-tecipe della sua Pasqua.
Chiedo al Padre: fammi vivere sempre intensamente il sacramento dell’Eucaristia. Mettimi in comunione con il corpo e il sangue del tuo Figlio: donami anche i suoi sentimenti, la sua disponibilità, il desiderio di essere in comunione con ogni uomo, di non tradire nessuno e di amare al di là del tradimento.
Preghiera finale

Il tuo unico Figlio, o Padre, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed e-terno sacrificio; dona a noi di nutrirci sempre con fede e devozione al banchetto dell’amore. Per lo stesso Cristo, nostro Signore. Amen.