Il presidente nazionale Matteo Truffelli dedica un video messaggio all’Azione Cattolica di tutte le diocesi lombarde, in particolare quelle più colpite dagli effetti del Coronavirus, per portare la vicinanza dell’AC di tutta Italia.

"Tutto ciò che c'è di grigio si colorerà": le equipe ACR delle diocesi lombarde hanno lanciato questa iniziativa per fare ACR a distanza e continuare a portare un messaggio di speranza. L'intero messaggio per i ragazzi, al link e sulla pagina Facebook dell'ACR

 L'ACR nazionale ha aperto un canale telegram per accompagnare ragazzi e famiglie con messaggi e attività per fare ACR in famiglia, come spiegato nel post al link 

Ricordando l’adagio “ognuno parli solo di ciò che vive”, mi trovo in questa meditazione ancora più in difficoltà rispetto alla precedente. Perdonatemi se allora mi limiterò a consegnarvi solo alcuni spunti, che anch’io ricevo da altri, ma che sono più nella “testa” che dentro il cuore.

In “memoria”… Alcuni spunti sull’importanza della “memoria”

La memoria è una delle facoltà a cui facciamo meno caso e a cui diamo meno importanza e invece pare essere un aspetto determinante della nostra vita. Molte delle nostre scelte, emozioni, reazioni dipendono infatti dalla memoria. In essa si sedimentano e si conservano le immagini di ciò che abbiamo visto, le conoscenze che abbiamo acquisito, i ricordi più carichi di affetto, le sensazioni più forti, i ricordi delle persone che più hanno segnato la nostra vita, le parole più forti che ci sono state rivolte, i fatti e gli eventi che hanno costituito la nostra biografia… insomma, la memoria è il luogo della mia identità, è ciò che costituisce il “mio” modo naturale, spontaneo, istintivo di relazionarmi con tutto e con tutti. Se la memoria è così importante, merita allora alcune attenzioni.

Abbi cura della tua memoria, perché “l’uomo è ciò che mangia”

La prima attenzione è l’importanza di aver cura di tutto ciò che entra nella nostra memoria. I Padri del deserto insegnavano ai giovani monaci ad essere buoni portinai del proprio cuore. Evagrio raccomanda, ogni volta che si affaccia un pensiero nel cuore, che prima di aprire la porta, gli si chieda: “Sei dei nostri o no? Da dove vieni? Dove mi vuoi portare?”. Tutti conosciamo la curiosa definizione data da Feuerbach all’uomo: l’uomo è ciò che mangia. C’è un aspetto di verità in questa frase: ciò che entra in noi e si sedimenta nel cuore (la “memoria”) ci costituisce. Stai attento quindi a ciò che fai entrare. “Se mangi cibi avariati, ti verrà il mal di pancia”. Se nutri costantemente la tua memoria di immagini, di parole, di gesti che sanno della vita vecchia, quella che gira attorno all’individuo, che dice sempre “io” e “io, per primo” e “io, tutto” e “io, subito” e “io, da solo”… non stupirti se poi inizierai a vivere una vita avvelenata. Ci siamo nutriti, noi cristiani, per decenni di televisione, internet, mezzi di comunicazione sociale che trasmettono e osannano la vita degli individui… e cosa ne è venuto? Che in Italia facciamo fatica a trovare ancora uomini e donne, laici, preti e vescovi come quelli che segnarono la stagione conciliare. Troviamo invece ben altro: scandali sessuali, economici, abusi di potere, ricerca di audience, bisogno di apparire, invidie e gelosie ecclesiali, carrierismo… Sì, l’uomo è ciò che mangia. Impariamo allora a “mangiare bene”, a scegliere “ciò che mangiamo”, ad “alzarci da tavola” al momento giusto. Cerchiamo nella vita ciò che ha il sapore, il gusto, la bellezza delle cose “autenticamente spirituali”… non “spiritate” o “bigotte”, mi raccomando! Nei primi secoli la chiesa ha costruito splendidi luoghi per la vita e la liturgia dei suoi figli, pieni di immagini che trasmettessero il gusto della vita rinata dal Battesimo: altro che le statue o le immagini bigotte delle nostre Chiese di oggi o il freddo grigiore delle Chiese degli ultimi anni. Cercate le cose autenticamente spirituali, le cose che portano il timbro di quella “vita nuova, risorta, comunionale, feconda” che dà Colui che dice “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” e nutrite di quelle le orecchie, gli occhi, il cuore. Un prete della nostra Diocesi mi disse una volta che in casa non aveva più la televisione. Mi sembrò allora un gesto stravagante e fuori dal tempo. Poi a distanza di anni sono arrivato anch’io alla sua stessa conclusione: beh, vi dico che non solo si vive anche senza, ma si vive meglio. Meno turbati dalle passioni di ogni tipo, meno agitati, meno toccati dalle “mode del momento”. Certo, non basta né è necessario per forza fare questa scelta: la cosa che conta è imparare a discernere. E il discernimento non nasce dai ragionamenti che fa la testa, ma dalle cose che ha gustato il cuore. Gustate cose “buone”… e il resto verrà da sé, ciascuno a modo suo.

Lascia che il Signore risani la tua memoria

Ma la memoria non solo va nutrita, a volte va anche risanata. Nella nostra memoria si sedimentano paure, ferite, parole sbagliate che ci sono state rivolte e a cui abbiamo purtroppo creduto. Don Fabio Rosini, un prete romano, nelle sue catechesi ai giovani parlava, a questo proposito, di un “grappolo di pensieri neri” che c’è nel cuore di ciascuno di noi, frutto dei fallimenti vissuti, delle difficoltà provate, delle parole cattive ricevute, dei tradimenti e degli abbandoni, delle ferite che i fatti della vita hanno lasciato su di noi. Pensieri neri, tenebrosi che si concatenano l’uno con l’altro e che in verità altro non sono che menzogne su di noi e sugli altri a cui abbiamo dato credito. Che si fa con questa memoria ferita? L’unico che guarisce la memoria è il Signore! Questa è una specialità soltanto sua. Consegnala a Lui, raccontala a Lui, aprila a Lui. Lui la guarisce in un modo tutto suo: non estirpandola (è una parte di te! sarebbe come tirarti via un pezzo di vita…), ma trasfigurandola (ciò che era al servizio del ‘male’, passa ora al servizio del bene tuo e dei fratelli… ciò che puzzava di morte, prende il profumo della vita… ciò che era tenebra, diviene ora avvolto dalla luce). Non è questa la Pasqua? Lazzaro, vieni fuori! Perché avvenga in te questa risurrezione è necessario solo un atto di fiducia: Togliete la pietra dal sepolcro.

Il paradosso della memoria cristiana: un passato che è futuro

La “memoria cristiana” ha un tratto tutto suo, paradossale: è memoria dell’eterno, una “memoria escatologica”. Cosa vuole dire questa parola così strana? Che l’amico di Gesù, quando fa memoria di Lui, non fa memoria di un evento del passato, né di un evento di un futuro sganciato con il presente, ma di un evento eterno, di un evento che, pur avvenuto nel passato, non smette di essere “presente”, orientato al suo compimento definitivo. Per questo la “tradizione” della Chiesa non è mai un insieme di affermazioni, di regole o di pratiche chiuse; una sorta di “scatola nera” con manuali pieni di idee, regole, valori, pratiche che una generazione passa all’altra perché non vadano perdute. No: la tradizione della Chiesa è sempre viva, è sempre giovane, perché la tradizione è il Signore vivo, lo Spirito vivificante, il Padre origine della vita. Non è quindi nemmeno l’estrosità di chi ricerca e insegue ogni novità, per il gusto di fare sempre diverso… La tradizione è un organismo che cresce nel tempo e il cui compimento è già nella Gerusalemme del cielo. La tradizione è un fiume che non ci raggiunge dal passato, da ciò che abbiamo dietro alle spalle, ma ci arriva dal Regno, da ciò che sta davanti a noi. L’origine del fiume è il Padre e l’origine è sempre sovrabbondante, come una sorgente che non smette mai di far sgorgare acqua. Più torniamo all’origine, più facciamo memoria dell’origine, più ci avviciniamo alle Fonti (il cuore del Padre) e più siamo giovani, nuovi, vivi e vivaci. Fare memoria non è allora né la stravaganza di chi non ha radici, né la rigidità del “si è sempre fatto così”. Questa è la “memoria” che avviene anche nell’Eucarestia. Non si tratta di ricordare un evento passato: l’Ultima Cena di Gesù. Ma di entrare nella Gerusalemme del Cielo, di sederci alla tavola del Regno, di sostare in compagnia dei Santi, di udire la voce del Padre, di contemplare l’Agnello immolato e risorto in cui è già ricapitolata tutta la storia, di respirare lo Spirito datore di vita. Siamo “àncorati” non al passato, ma all’eterno.Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; 2pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! (Col 3,1-3)

Ricordati… la memoria degli incontri con Dio

Ultimo pensiero riguardo alla memoria mi viene da una pagina di Vangelo che la Liturgia feriale ci ha consegnato qualche settimana fa’. Siamo nel Vangelo di Marco. Gesù ha appena moltiplicato i pani. Lo ha fatto già due volte. E ora sta attraversando il lago, sulla barca, con i discepoli. E mentre Gesù parla, i discepoli, sulla barca, si distraggono, perché si accorgono di “non aver con loro che un solo pane”. Gesù si accorge della loro agitazione e allora li rimprovera (con una certa bontà, a dire il vero), cercando di risvegliare proprio la loro memoria:«Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? 18Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, 19 quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». 20«E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». 21E disse loro: «Non capite ancora?» (Mc 8,17-21)3Non vi ricordate? Ecco il guaio dei discepoli: hanno la memoria corta, non hanno memoria. Una santa donna una volta mi disse, durante un corso di esercizi, che la memoria è come la custodia degli occhiali: li racchiude e li protegge, per conservarli nel tempo. Le grazie di Dio, gli interventi di Dio nella nostra vita – continuava – richiedono allora di essere anche loro avvolti, custoditi, conservati in quella custodia che è la nostra “memoria”. Non chiede proprio così il Signore al suo popolo che sta per entrare nella Terra Promessa?2Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto... […] 12Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, 13quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, 14il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione servile; 15che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz'acqua; che ha fatto sgorgare per te l'acqua dalla roccia durissima; 16che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire.Spesso nella Scrittura, nei luoghi in cui Dio si manifesta, l’uomo erige una “memoria”, per non dimenticarsi del dono che ha ricevuto, della Parola che gli è stata data, dell’incontro di alleanza che lì è stato siglato… Custodisci allora anche tu la memoria degli incontri che hai avuto con Dio, “erigi le tue memorie”: ti saranno utili, soprattutto quando verrà il momento della prova e si farà sentire il grappolo dei pensieri neri. Il primo incontro tra Giovanni, l’Apostolo, e Gesù fu così custodito dal cuore del discepolo, che a distanza di anni egli ricordava ancora non solo il luogo, ma anche il tempo di quell’evento di grazia: Erano circa le quattro del pomeriggio.

“Fate questo”… il “fare” dell’Eucarestia

La “memoria” che oggi ci è chiesto di meditare è la memoria dell’Eucarestia. Una memoria che ha a che fare con qualcosa “da fare”. Cos’è questo “fare” che accende e nutre la nostra memoria nell’Eucarestia?Mi sembra che il “fate questo” qui in gioco, possa essere compreso meglio, quando comprendiamo il cuore di ogni Eucarestia. E il cuore della Messa, a cui tante volte partecipiamo, mi sembra stare in quel momento che chiamiamo “offertorio”. Il cuore di questo momento, a sua volta, non sta certo, come tutti sappiamo, nel cestino che passa per i banchi della chiesa a raccogliere “le offerte”. Se fosse così, saremmo obbligati tutti a metterci dentro qualcosa e a chi non ci mettesse niente, gli sarebbe impedito di continuare la liturgia. Provo a dirlo in altre parole: qual è l’offerta che a quel punto della Messa avviene? E perché è così importante? L’offertorio ci dice una cosa: che il “fate questo” non può avvenire senza che tutti in chiesa in quel momento procediamo all’offerta, facciamo la nostra offerta. “Fate questo” è “fate l’offerta”. Quale offerta? L’offerta rappresentata da quel pane e quel vino, che non a caso, non dovrebbero mai trovarsi sulla mensa dell’altare dal principio della messa, ma dovrebbero essere portati all’altare al modo di un’offerta… e non dovrebbero trovarsi nelle mani del presbitero che presiede l’eucarestia senza che egli li abbia ricevuti da chi ha il compito di offrirli: l’assemblea del popolo di Dio, che esercita qui il suo sacerdozio battesimale. Perché? Perché l’offerta del pane e del vino è l’offerta niente meno che della nostra umanità. Non dell’umanità come concetto astratto, generico… ma della mia, della tua, ossia l’umanità personale di ciascuno di noi. Questa viene portata all’altare, insieme a tutto il creato, nei simboli del pane e del vino e l’unico modo per cui possa essere portata all’altare è che sia offerta, donata liberamente e per amore, da ciascuno di noi. Solo questa offerta rende possibile il proseguio dell’Eucarestia. Quando il presbitero infatti alzerà il pane e il calice del vino, dopo la consacrazione, e dirà in nome di Cristo Questo è il mio corpo e Questo è il mio sangue… è anche di noi, infatti, che si sta parlando. Quel pane e quel vino è anche la nostra umanità, con tutte le sua fragilità. Cristo l’ha presa tra le mani, l’ha unita alla sua divinità, per la forza d’amore dello Spirito Santo, ed ora è “il suo corpo”, il “suo sangue”. E proprio per questa unione con lui, la nostra umanità consegnata nelle sue mani, travalica i cieli, supera la barriera del tempo e della morte, arriva già presso il Padre: Per Cristo, con Cristo, in Cristo, a Te Dio Padre Onnipotente… E che la nostra umanità è già portata nel Regno, lo testimonia quello che segue: ci scambiamo il dono della pace, perché nel Regno siamo già tutti fratelli e sorelle pienamente riconciliati tra di noi, senza che nessuna offesa, rancore, sospetto rovini la nostra fraternità… e ci troviamo al banchetto della tavola del Regno, dove siamo nutriti niente meno che di Dio stesso, comunicando alla sua vita divina, che è vita non di tanti individui isolati, in lotta per la loro sopravvivenza o per stabilire chi vale di più degli altri… ma di persone intessute l’una nell’altra, l’una per l’altra, ad immagine di Colui che è la Comunione. Sant’Agostino insegnava che quando ci avviciniamo all’altare per ricevere l’Eucarestia, il presbitero ci rivolge una frase che dovremmo in realtà intendere come una domanda. “Corpo di Cristo”, non significa tanto “Guarda che questo è il corpo di Cristo e non un pane comune”, ma “Vuoi tu, unendoti al Cristo, diventare parte del suo corpo? Vuoi tu, comunicandoti all’Eucarestia, diventare il corpo di Cristo?”. E ognuno di noi rispondendo “Amen”, è come se dicesse “Sì, lo voglio. Voglio essere un pezzo di questo corpo di Cristo risorto, che è la sua Chiesa”. Per questo la Chiesa antica non conservava l’Eucarestia per l’adorazione, ma per la comunione dei malati e degli assenti. Non è strana questa cosa? Non c’è cosa più preziosa per la Chiesa che l’Eucarestia. Non c’è luogo in cui la presenza del Signore sia più forte che nel pane dell’Eucarestia. Eppure, quel pane, non viene consacrato per essere conservato, esposto, adorato e incensato in una teca dorata da tutti i presenti alla Messa… ma per essere distribuito, mangiato e consumato... finendo così per “sparire dai nostri occhi” (come a Emmaus: sparì dalla loro vista!). Quel pane sparisce, perché il corpo di Cristo siamo ora noi, noi che ci siamo nutriti a lui, che siamo stati uniti a lui. Noi che siamo in lui. Così termina l’Eucarestia: siamo inviati nel mondo, ma non più come eravamo prima di entrare. Siamo ora corpo di Cristo – la sua Chiesa – offerto al Padre, per la vita del mondo, nella grazia dello Spirito Santo.Cos’è allora questo fate presente nel comando di Gesù? Cosa ci chiede di fare, Gesù, in memoria di lui? Ci chiede di offrire a lui la nostra umanità, di acconsentire liberamente e per amore all’unione della mia umanità alla sua divinità. Ci chiede di consegnargli noi stessi, così come siamo, come quel bambino che sul monte offrì a Gesù tutto ciò che aveva – cinque pani e due pesci – o quella donna che nel tesoro del tempio gettò “tutta quanta la sua vita”. Ci chiede di partire da Lui, di fidarci di Lui: è Lui che unisce a sé la nostra umanità e solo così la nostra vita ha accesso al Padre e diventa un’offerta a lui gradita. Non è necessaria, né possibile una seconda offerta dopo la sua: serve solo che ognuno di noi continui ogni giorno ad unirsi a quella offerta che Egli ha fatto una volta per tutte. A noi non è chiesto infatti di vivere come Lui (cosa impossibile), ma di vivere in Lui. E la sorgente di questa vita è proprio la consegna di noi stessi che avviene ogni volta che partecipiamo all’Eucarestia. Ci chiede ancora di lasciar scorrere in noi la sua vita divina. Lui ha unito a sé la nostra umanità. A noi ora è chiesto solamente di “rimanere in Lui”, aperti a lui, come il ramo che, se non si chiude alla linfa che il tronco fa arrivare, farà molto frutto. “Rimanere in Lui” è rimanere in questo nuovo modo di vivere filiale, fraterno, che è la vita del Figlio. In questo nuovo modo di vivere abbandonato, consegnato. In questo nuovo modo di vivere in cui la nostra fecondità non viene più dai risultati che otteniamo (anche religiosi, parrocchiali, ecclesiali…), ma dall’accettare di restare nell’offerta di noi stessi, nel dono di noi stessi, ovunque tale dono ci venga chiesto: in famiglia, con gli amici, sul lavoro, nello studio, in parrocchia… “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane un chicco solo, se invece muore, produce molto frutto”.E il risultato di tale offerta non è di poco conto. Lo dico con una bella frase che ho sentito una volta da un caro amico vescovo: «Quando mi dicono: “perché vai a Messa tutti i giorni, fin da quando sei piccolo?” io non ho altra risposta da dare che questa: “perché non voglio morire”». Il risultato dell’offerta è partecipare alla vita eterna, che non è la vita che verrà dopo questa, ma è la vita quella5che è senza tramonto (già ora, già qui); quella che non tramonta mai perché non è guasta dentro; quella che non finisce mai perché è avvolta dall’amore dello Spirito Santo e porta su di sé il profumo del Figlio e il Padre tutto ciò che è avvolto dall’Amore e che ha in sé il profumo del Figlio, anche se muore, lo risuscita.

 Insieme come Presidenti dell’Azione Cattolica Italiana delle dieci diocesi di Lombardia desideriamo offrire un contributo di riflessione, di solidarietà, di vicinanza a tutti coloro che in questo tempo vivono in Lombardia. Una terra che evoca ricchezza, benessere, tecnologiaavanzata, ma che da qualche settimana è alla ribalta delle cronache per il COVID-19, gli isolamenti, i positivi, i malati e purtroppo i deceduti. E’ di domenica la notizia di un isolamento“regionale”: entrare e uscire dalla Lombardia può accadere ma solo per serissimi motivi. Un isolamento che ci viene chiesto per provare a spezzare il contagio. Un isolamento che si traduce in mancanza di scuola, mancanza di luoghi di socializzazione, mancanza dicelebrazioni e di comunità. Un isolamento che già dopo un giorno è stato esteso a livello nazionale e che potrà conoscere ancora altre misure.

Scopriamo nei divieti di essere profondamente interconnessi, il virus si è propagato per moltissimi legami anche non voluti che ci uniscono: mezzi pubblici, classi, squadre, equipe dilavoro, il condividere al bar il gioco delle carte…

I tanti NO che i decreti ci impongono sottendono il SI’ AL BENE comune, addirittura alla SALUTE COMUNE come valore da custodire anche con sacrificio. Tutti possiamo concorrere con comportamenti responsabili non facendo, non uscendo. Mentre la più parte si deve astenere dal fare, una piccola ma importantissima minoranza è impegnata ad agire in modo frenetico per curare, soccorrere, studiare soluzioni.

Non vanifichiamo il loro sacrificio con le nostre irreversibili abitudini.

Da fedeli laici accogliamo l’invito dei nostri vescovi a vivere questa Quaresima di digiuno e di non partecipazione riscoprendo il valore della comunione spirituale, della preghiera di intercessione, della solidarietà. Siamo chiamati a vivere la nostra fede quotidiana dando un valore speciale alla comunione: la preghiera delle lodi e dei vespri ci pone in comunione contutta la Chiesa che prega e intercede, la lettura personale della Parola ci unisce a vicenda.Cerchiamo la voce autorevole dei nostri vescovi in Internet e nei mezzi di comunicazionesociale: questo è di sprone per noi e ci permette di condividere una parola di speranza con chipuò averne bisogno. Impariamo nella prova vie di coltivazione della vita spirituale in giornatemolto secolarizzate, potremo farne tesoro anche in tempo di pace.

Accettiamo con responsabilità di convertirci a stili di vita diversi per il bene di tutti. Accettiamo con responsabilità di convertirci a stili di vita diversi per il bene di tutti. Quanto non abbiamo ancora accettato di fare nei riguardi del modo di consumare e modificare l’ambiente ora ci si impone dal lato dell’emergenza virale.Dobbiamo dire NO a comportamenti errati perché la solidarietà possa trovare vie per diventare un SI: questo deve avvenire in ciascuno e in tutti, perché si possa “uscire insieme “da questo male, via di una rinnovata azione politica per l’emergenza e per il tempo successivo.

In questa sospensione dal fare, dal partecipare, dall’agire immediato possiamo scoprire altre vie di intervento più sottili, più spirituali, non meno reali, non meno solidali.

  • Ci impegniamo a tenere alta la preghiera nel quotidiano a livello personale e nelle nostre case intercedendo per tutti, perché ci sia presto un ritorno alla salute, perché medici e infermieri riescano a reggere questa crisi, perché chi ha responsabilità politiche provveda con il necessario, perché chi ha più risorse le renda disponibili a chi si sta drammaticamente impoverendo.
  • Una particolare attenzione desideriamo esprimere per i sacerdoti delle nostre parrocchie, per i nostri vescovi: celebrano da soli, non possono incontrare la comunità, anche loro si ammalano. Anche nei loro confronti esprimiamo una vicinanza affettuosa, grata. Desideriamo far loro sapere che il loro celebrare ci fa bene, ci consola, ci incoraggia. Ci siamo: lontani e invisibili ma non assenti.
  • Sensibilizzati alla rilevanza del NOI collettivo non vogliamo neppure che sia un NOI tutto lombardo o italiano: è un NOI globale come lo è l’epidemia, ormai una pandemia. Questo NOI non è fatto solo di COVID- 19. Questo male rischia di oscurare i mali di altri, la necessaria solidarietà verso altre sofferenze: quelle del popolo siriano, quelle dei popoli del Corno d’Africa alle prese con le cavallette, quella dei profughi di tante guerre, quelle dei poveri di sempre….  Agire per il bene di tutti non conosce egoismi: il bene vero è sempre riflessivo. Facciamo il bene e questo ci fa bene. Vivere un’appartenenza sostanziale alla grande famiglia umana, in spirito di fratellanza è la via che fa bene alla vita di ciascuno, non è retorica religiosa.
  • Se avvertiamo la rilevanza reale delle relazioni lunghe che ci legano alla famiglia umana, in questo tempo avvertiamo anche la possibilità di riscoprire i rapporti brevi, familiari, condominiali, da vivere con rinnovata attenzione. L’anziano solo vicino di casa, genitori indifficoltà a curare i figli a casa da scuola accanto a persone in pensione che possono dare una mano, persone in isolamento a cui non far mancare la spesa fuori porta, l’apprendimento peer to peer nella didattica on line dove il ragazzo insegna all’adulto programmi innovativi perché l’adulto gli insegni una disciplina…

Come Associazioni e singoli di Azione Cattolica ci siamo, condividiamo, mettiamo adisposizione i nostri siti, i nostri canali, i nostri legami per comunicare, per coltivare relazioni, per inventarci nuovi stili di vita più fraterni e più solidali con tutte le persone, nella quotidianitàe con tutta la nostra Chiesa.

Ci sentiamo uniti a tutti con una particolare comunione tra le Chiese di lombardia grazie anchealle parole che il metropolita Arc. Mario Delpini e i vescovi di tutte le Diocesi ci stannoindirizzando con video, lettere, sms… Insieme possiamo attraversare questo tempo.

I Presidenti delle Associazioni delle Diocesi lombarde

Paola Massi - Bergamo

Giuliana Sberna - Brescia

Paolo Bustaffa - Como

Antonio Crotti - Crema

Silvia Corbari - Cremona

Raffaella Rozzi - Lodi

Robertino Mantovani - Mantova

Silvia Landra - Milano

Carla Conti - Pavia

Paolo Volpato - Vigevano

Valentina Soncini - delegata della Regione Lombardia con la delegazione regionale

Milano, 10 marzo 2020

FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME (Lc 22,14-20)
L’Eucarestia memoria dell’amore di Dio
che suscita in noi una memoria colma di gratitudine
Facciamo oggetto della presente riflessione il racconto lucano dell’istituzione dell’Eucarestia, che riflette la cosiddetta “tradizione antiochena”, comune anche a Paolo, come appare da 1Cor 11,23-26.
Ecco dunque il testo lucano:
14Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, 15e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, 16perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». 17E, ricevuto un calice, re-se grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, 18perché io vi dico: da questo mo-mento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». 19Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 20E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicen-do: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».
(Lc 22,1-20)
Le circostanze dell’ultima Cena
È importante, per capire gli avvenimenti dell’ultima Cena e i significati da essa veicolati, tenere presente la situazione esistenziale in cui versa Gesù in questo preciso momento.
È il momento in cui gli uomini congiurano e decidono di passare all’azione, per mostrare che Ge-sù è escluso da Dio, separato e lontano da lui, rifiutato da lui come seduttore di Israele e falso profe-ta, che le sue opere non vengono da Dio ma dal suo antagonista nella creazione e nella storia: l’Avversario.
È il momento in cui i suoi nemici decidono di agire per estirpare Gesù dal suo popolo, spezzare i vincoli tra Gesù e la vita di Israele e mostrare che Gesù è estraneo a Israele e al suo destino.
È il momento in cui i capi del popolo giudicano Gesù indegno di continuare a far parte della con-vivenza umana, e espellerlo come un rifiuto inutile e pericoloso.
È il momento in cui si cerca di strappare il vincolo di comunione con i suoi discepoli e simpatiz-zanti.
È il momento in cui gli uomini decidono di togliere a Gesù la sua libertà di azione e imporgli un regime di ineluttabile necessità in cui le sue azioni saranno da loro determinate e interpretate. Ebbe-ne, in questo momento, si manifesta l’esigenza, fondamentale per Gesù («ho tanto desiderato man-giare con voi questa Pasqua» Lc 22,15a) di riassumere la sua esistenza, di confermarne la direzio-ne, di interpretare il suo imminente destino e proiettarlo verso il futuro nella coscienza dei suoi di-scepoli. Per questo, per riaffermare la sua libertà sovrana, Gesù decide e fa preparare una cena an-che nei suoi particolari (vedi Lc 22,7-13).
Appuntiamo allora l’attenzione sulla carica simbolica delle parole e dei gesti di Gesù in questa Cena, che è l’ultima, prima della sua morte. Passeremo perciò in rassegna il senso del pasto voluto da Gesù, i gesti compiuti, le specie del pane e del vino, l’invito a fare in sua memoria.
 
Un pasto in comune e solenne con l’onore reso agli ospiti
È notissimo il simbolismo biblico del banchetto. I momenti più solenni della vita della comunità (alleanze, matrimoni, feste, incoronazione di un nuovo re...) venivano sottolineati da pranzi in co-mune. È impensabile in questa cultura un’alleanza al Sinai con Dio, momento supremo della storia d’Israele, senza un banchetto sacro; infatti il testo di Esodo ci parla della delegazione formata da Mosè, Aronne, Abiu e settanta anziani di Israele, che salgono sul monte per mangiare al cospetto di Dio (Es 24,10-11). I legami tra l’alleanza del Sinai e le parole pronunciate da Gesù sul calice sono evidenti. E anche il luogo dell’ultima Cena (la stanza levata in Gerusalemme - monte di Sion) non può forse essere un richiamo simbolico al Sinai?
Il pasto era poi un pasto tra amici. Solo dove c’è una vera comunione fraterna il mangiare insieme acquista la sua pienezza di senso. Se difetta l’amicizia, anche il miglior cibo diventa insopportabile, mentre, tra amici, anche un semplice pasto diventa una festa.
Così osserva sinteticamente, ma acutamente, il Libro dei Proverbi: «Un piatto di verdura con amore è meglio di un bue grasso con odio» (Pr 15,17).
Ma nell’ultima Cena Gesù non mangiò soltanto un pasto solenne con gli amici. Egli fu realmente l’ospite che invitava alla sua mensa. Mentre altrove Gesù è ospitato, questo, oltre alla moltiplica-zione dei pani, è l’unico caso in cui Gesù si preoccupa di un banchetto in prima persona, nel quale Egli è nelle vesti dell’ospite.
Questa dimensione di “ospitalità” conferisce alla Cena un significato particolare, in quanto essa si carica di tutte le implicanze simboliche legate ad essa. La tradizione biblica conferì sempre un’importanza estrema all’ospitalità (si pensi all’episodio di Gen 18 con l’ospitalità di Abramo) e si immaginò Dio come l’Ospite, che invita i popoli e Israele al banchetto escatologico e accoglie il fe-dele perseguitato dalle disavventure della vita nella propria tenda, offrendo una ricca ospitalità (vedi Sal 23: «davanti a me Tu prepari una mensa...»).
Grazie all’ospitalità uno viene strappato alla morte o alla condizione anonima, equivalente alla sorte di straniero.
Se Gesù voleva mostrare ai suoi discepoli come Egli, con la sua morte e resurrezione, li strappava alla morte e dava loro un nome nei cieli (Lc 10,20), il gesto che meglio esprimeva questo era di in-vitarli alla sua mensa e servirli lui stesso.
Anche nel gesto della lavanda dei piedi, Gesù si comporta con gli apostoli come il padrone di ca-sa che rende gli onori dovuti all’ospite, anzi più del dovuto. Lc 22,27 parla di un servizio reso da Gesù nello stesso frangente. Questo servizio reso a tavola dall’ospite rende visibile concretamente il senso della morte di Gesù come offerta amorosa di sé agli uomini, offerta libera e sovrana.
Una cena tra amici come addio prima della morte
Questa dimensione della Cena di Gesù viene messa in particolare risalto in Giovanni e nella tra-dizione testamentaria di Luca, oltre che nelle tracce prescritte anche in Matteo e Marco. Nell’Antico Testamento, come nel Nuovo, diversi personaggi rivolgono ai propri eredi degli addii che sono veri e propri testamenti (si pensi a Giacobbe, Mosè, Giosuè, Samuele, David o all’addio di Paolo ai pre-sbiteri di Efeso in At 20,17-38). Ma l’addio di Gesù è l’unico nel suo genere e geniale nella sua effi-cacia. Egli non si limita a parole, ma lascia come segno del suo testamento la coppa e il pane. Sarà perciò necessario che analizziamo in modo speciale la carica simbolica conferita al pane e al vino.
Una cena durante l’epoca pasquale
Il pasto di Gesù è un pasto giudaico. Questo comporta che esso sia carico di tutta la ritualità giu-daica (benedizione del pasto, abluzioni...) ma il contesto pasquale lacera ulteriormente la cortina di banalità che può avvolgere il pasto quotidiano. La Pasqua ebraica è la memoria della liberazione dall’Egitto e la cena pasquale conservava nella sua struttura la drammaticità dell’evento celebrato.
Se non è possibile decidere se la Cena di Gesù fu pasquale o meno, è però rilevante tener presente il clima festivo in cui si svolse. Secondo la catechesi rabbinica, l’arrivo del messia e la sua manife-stazione ad Israele erano attesi per una notte di Pasqua. Questa dimensione liturgico-festiva è essen-ziale nella Cena di Gesù e si perpetuerà nella convinzione della Chiesa primitiva che l’Eucarestia è la celebrazione pasquale cristiana. La certezza che l’atmosfera liturgica di quei giorni comunicava era che Dio era liberatore e salvatore. Celebrando il pasto in tale circostanza, Gesù affermava così anche la sua intima convinzione che Dio si sarebbe ricordato di lui, come già con Israele, e sarebbe stato il Dio liberatore e salvatore della sua vita dal fallimento e dalla morte.
Un rito festivo con pane e vino
Pane
Abbiamo già detto che, per ogni ebreo, ma lo stesso si potrebbe dire per ogni uomo religioso del Medio-Oriente Antico, il pasto era sacro; ma nel pasto lo erano, in modo particolare, il pane, il vino (e l’olio). Il pane, l’olio e il vino erano gli elementi fondamentali del vitto. L’offerta delle primizie, di cui questi elementi sono parte imprescindibile (Lv 27,30), è il riconoscimento della sovranità di-vina e del diritto divino di proprietà. Questa offerta del pane a Dio (Lv 23,9-14) era l’affermazione rituale della consapevolezza che il cibo con cui l’uomo provvede al proprio sostentamento non è nella pura sfera profana, ma è anzitutto dono di Dio.
Il pane è nella cultura medio-orientale la simbolizzazione stessa della vita dell’uomo come esse-re-di-bisogno (“l’uomo vive di pane”). È, per l’uomo, una sorgente di forza (Sal 104,14ss.) sì che mancare di pane è mancare di tutto (vedi, ad esempio, Am 4,6).
In un certo senso il pane coincide con l’esistenza e perciò spesso nel linguaggio comune si carat-terizza una situazione dicendo il gusto che essa dà al pane (ad esempio, pane di lacrime in Sal 42,4; 80,6; si dirà che il pane del peccatore è allora un pane di empietà in Pr 4,17 e del pigro che il suo è un pane di ozio in Pr 31,27).
Il pane è anche il segno della condivisione con l’altro, della solidarietà umana (Pr 22,9; Ez 18,7.16; Gb 31,17; Is 58,7; Tb 4,16). Il pane è un cibo oggetto del lavoro dell’uomo: tutti gli sforzi dell’uomo per salire i gradini della civiltà, si condensano nel pane (il pane è “conquistato con il su-dore della fronte”: Gen 3,19).
Paradossalmente, con il consegnare il pane a Dio nel culto, l’uomo esprime la convinzione che la sua esistenza gli è donata e la può accogliere solo in umile fiducia («dacci ogni giorno il nostro pa-ne quotidiano» Lc 11,3); ma dicendo che il pane è frutto del suo lavoro, afferma, altresì, che di que-sta esistenza egli è responsabile nella libertà. Il pane esprime perciò mirabilmente il mistero stesso dell’esistenza dell’uomo: una libertà nella finitudine che accoglie il suo fondamento dalla libertà suprema e generosa di Dio. È evidente che il dono della vita piena del tempo escatologico, di una vita strappata al dolore e alla morte (Is 25,6-9) è rappresentato anche come un dono abbondante di pane (vedi Is 30,23; Ger 31,12...).
Niente più del pane spezzato e mangiato dai commensali può comunicare ai discepoli il senso della vita e della morte di Gesù. Come quel pane, dono di Dio, la sua vita è dono di Dio per gli uo-mini; come quel pane spezzato, destinato ad essere mangiato così, la sua vita è un dono di Dio nel tempo, una vita destinata alla morte; come il pane dà forza all’uomo se è mangiato, così solo dalla comunione con Gesù, morto e risorto, agli uomini si dischiude la vita piena. E infine, come il man-giare il pane in comune è un riconoscimento del legame di umanità che ci unisce anche tra nemici e stranieri, così il mangiare quel pane è il riconoscimento di una nuova unità, che si dischiude ai commensali (essere famiglia di Dio nutrita da lui!).
È superfluo ricordare come le affermazioni che noi abbiamo fatte sul pane sono solo alcune trac-ce di riflessione; non sarà però inutile notare che il simbolismo del pane supera i confini di Israele e si ritrova nella più vasta umanità circostante.
Vino
Il vino è l’altro elemento fondamentale della cena di Gesù prima del suo arresto. Del vino, come del pane, si può dire che costituisce uno dei doni fondamentali di Dio all’uomo (vedi Sal 104,15). Il vino, essendo bevanda inebriante, oltre ai vari simbolismi del cibo ravvisabili nel caso del pane, ri-chiama, in modo particolare, la dimensione della festa. In effetti, all’epoca di Gesù, il vino era be-vuto solo nei pasti festivi. Dal punto di vista profano il vino simboleggia tutto ciò che la vita può avere di piacevole: l’amicizia (Sir 9,10), l’amore umano (Ct 1,4; 4,10) e in generale tutta la gioia che si coglie in terra con tutta la sua ambiguità”. Si capisce allora come molti testi a carattere esca-tologico usino il simbolismo dell’abbondanza di vino come segno della pienezza (vedi Am 9,14; Os 2,24; Gl 4,18). Gesù stesso usò il simbolismo del vino per parlare del Regno di Dio resosi presente con la sua persona (il vino nuovo che fa scoppiare gli otri vecchi in Lc 5,37-39).
Quello che è qui decisivo, oltre al fatto che il vino è dono di Dio e frutto del lavoro dell’uomo, è di significare, attraverso la sua qualità inebriante, la trascendenza della salvezza rispetto alla possi-bilità umana, la sua capacità di velare il fluire del tempo e perciò stesso di alludere al superamento della mortalità. Teoricamente sarebbe pensabile anche un Gesù che benedice un bicchiere di acqua e lo affida ai suoi discepoli come testamento della sua vita; ma l’acqua basta per bere, non per far festa (vedi l’episodio di Cana in Gv 2,1-12). Il simbolo più adeguato che un ebreo poteva trovare per esprimere la sovrabbondanza, la gioia, era quello del calice pieno, conforto della vita e oblio per l’afflitto (Pr 31,6-7). Nell’ultima Cena Gesù, pertanto, al momento della benedizione della coppa, offre quella coppa come certezza della vittoria di Dio sulla morte, come fiduciosa attesa del Regno di Dio anche oltre la sua morte e come promessa del convito eterno.
Ricordiamo poi che Gesù, contrariamente all’uso del tempo, fa passare una coppa unica tra i commensali: vuole significare che solo in quella sua morte (significata nel vino, rosso come il san-gue versato) sarà possibile all’uomo accedere alla salvezza simboleggiata nel convito finale.
Pane e vino sono simboli universali non nel senso che questi elementi siano di ogni cultura uma-na (dal punto di vista storico sono elementi tipici della dieta mediterranea), ma perché il significato che essi veicolano è analogicamente riscontrabile nelle altre culture.
Un banchetto non cruento
L’ultima Cena è paradossalmente un banchetto ‘vegetariano’. O meglio il tema della carne non ha alcun posto in essa (e questo sarebbe tanto più significativo se la cena di Gesù fosse pasquale, dove l’agnello è l’elemento essenziale del rito); propriamente, non è importante se effettivamente Gesù abbia mangiato o no della carne, ma piuttosto notare come i gesti e le parole di Gesù riguardino e-sclusivamente due cibi di origine vegetalecome il pane e il vino. Anche questo ha una sua rilevanza.
L’ultima Cena è prolettica, ossia Gesù anticipa per gli apostoli il senso del suo imminente desti-no, ma anche il convito escatologico, il convito della riconciliazione dell’uomo con Dio, con gli al-tri uomini e con il mondo. In questo senso essa appare in forte relazione con uno dei sacrifici presenti nell’Antico Testamento: quello dell’offerta vegetale, o minḥāh, che nel Levitico viene addirit-tura definita come offerta “santissima” (Lv 2,3.10).
Tale mondo riconciliato esclude la violenza e il regime alimentare carnivoro, segno e causa di vi-olenza, manifestazione di un mondo lacerato e sotto il segno della perdizione. Vino e pane indicano invece la nuova situazione apportata dall’intervento salvatore di Dio proprio in quella morte violen-ta di Gesù (pane spezzato; sangue versato come il vino della pigiatura), raffigurazione di un mondo di pace e senza conflitti, di pienezza e concordia: «La vacca e l’orsa pascoleranno insieme; il leone si ciberà di paglia come il bue…» (Is 11,7ss).
Significato di gesti e parole nell’ultima Cena
Gesù non si limita a interpretare la sua morte imminente, ma vuole anche comunicare ai suoi di-scepoli la certezza che anche il rapporto tra lui e i suoi, che sta per dissolversi sotto l’incalzare ine-luttabile degli eventi, sarà ristabilito da Dio stesso. Egli afferma che, al di là della morte, della inter-ruzione di questa immediata comunione di mensa, dello scandalo da essa prodotto e della conse-guente dispersione, Dio si ricorderà di lui e ristabilirà per sempre questa comunione nel banchetto escatologico. Questo è espresso nelle parole testamentarie: «Prendetelo e distribuitelo fra di voi, poiché vi dico da questo momento non berrò più del frutto della vite finché non venga il regno di Dio; Io non berrò più il frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nel Regno di Dio».
Attraverso una serie di azioni strappate all’evidenza quotidiana, interpretate da sue parole, Gesù compie un gesto profetico nella linea delle cosiddette azioni profetiche dei profeti anticotestamenta-ri. Attraverso questa azione profetica Gesù compie una lettura della sua situazione vitale; questa let-tura viene comunicata ai suoi discepoli perché, in quel momento, essi possano veramente essere sua comunità e partecipare del suo destino e della sua speranza. È la produzione di un senso non pura-mente individuale, ma orientativo di una intera comunità. Il senso che emerge dalla lettura della sua situazione è prodotto nei gesti e parole della Cena: la morte di Gesù non è una maledizione di Dio, fallimento del Regno di Dio, ma l’avvenimento gradito a Dio, l’avvenimento che apre alla realizza-zione definitiva del Regno: «finché non sia venuto il regno di Dio».
La morte di Gesù non è essere estirpato dal suo popolo, dalla sua vita, ma è il momento della massima integrazione della più profonda assunzione del destino del suo popolo, il compimento del battesimo ricevuto da Giovanni, il momento della realizzazione dell’attesa del suo popolo («sangue dell’alleanza»). La morte di Gesù non è essere strappato e estirpato dalla convivenza umana, ma il momento-mezzo della più completa comunione con l’umanità, dedizione totale ad essa. Morto "per i molti" come il servo di Yhwh di Is 53. La morte di Gesù non è rottura violenta e permanente di una intimità di vita-azione-parola con i suoi discepoli, ma il mezzo per portare a termine una vita di dedizione completa per loro: il vino e il pane sono sempre offerti ai suoi...
In sua memoria
Una questione si pone per le parole sulla “memoria”. L'ordine di ripetizione («fate questo in me-moria di me») è assente nella tradizione gerosolimitana e appare in Luca solo dopo le parole sul pa-ne, mentre nella lettera di Paolo ai Corinzi è presente anche per la coppa. Che il questo, oggetto di reiterazione da parte dei discepoli che intendono fare memoria, sia il gesto di Gesù sul pane (e sulla coppa) appare evidente nell'esegesi del testo. Gesù prescriverebbe esplicitamente di ripetere il rito eucaristico; più problematico è invece provare che il comando derivi storicamente da Gesù. Il genere letterario usato da Paolo in 1Cor 11,24.25 non vuole certamente fare un resoconto biografico, ma proclamare un’azione fondatrice di una prassi liturgica; lo stesso si può dire per Lc 22,19. Il coman-do sul fare in sua memoria ci pone in direzione di un’indicazione catechetica, sul modello di vari testi anticotestamentari, come quello che riguarda il racconto di fondazione della Pasqua israelita (Es 12,14: «questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di ge-nerazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne»).
La Chiesa, celebrando l’Eucarestia, non mette in atto qualcosa di sua iniziativa, ma in definitiva obbedisce alle direttive di Gesù. Anche se le parole sulla memoria non sono di Gesù, esse riflettono ugualmente, anzi a maggior ragione, la consapevolezza della Chiesa di essere normata da Gesù Cri-sto. Questa obbedienza non è, in ultima analisi, diversa dall’obbedienza della fede che riconosce in Gesù, secondo la carne della stirpe di Davide, il Figlio di Dio costituito in potenza dalla resurrezio-ne dai morti (Rm 1,2-5). Non è l’ebraicità di Gesù che ci salva, ma nondimeno Dio si è reso presen-te a noi nella particolarità e singolarità umana di Gesù.
Per questo la Chiesa conserva sempre il riferimento all’ultima Cena e a determinati gesti storici di Gesù. Ogni celebrazione eucaristica conserva, in ultima istanza, un elemento di irriducibile partico-larità che è legato all’essenza stessa della fede cristiana. La Chiesa delle origini interpreta già il suo ritrovarsi per la Cena del Signore, anche alla luce della cena pasquale giudaica, ma la sua liturgia impregnata fortemente da elementi giudaici (si pensi ai capitoli 9 e 10 della Didaché) non è una nuova versione della pasqua ebraica ma un’altra cosa, la celebrazione della nuova Pasqua.
E d’altra parte, perché non si pensi che obbedire al comando di Gesù di fare in sua memoria si ri-duca ad un’imitazione rituale dei suoi gesti e delle sue parole, il vangelo di Giovanni colloca nel contesto dell’ultima Cena la narrazione della lavanda dei piedi. Fare in sua memoria è allora prendere da lui l’esempio e fare della propria esistenza una vita al servizio.
Per la preghiera personale
Contemplo Gesù: egli si trova di fronte al rifiuto, ai tentativi degli uomini di mandare a monte la sua missione, di dichiararlo un illuso, sconfessato da Dio. Egli non fa inutili lamenti sulla sua situazione, ma continua a riaffermare la sua comunione con il Padre e la sua obbedienza piena. Se i nemici lo vogliono radiare dal suo popolo, egli compie il gesto supremo di istituire il sacramento della comunione perfetta e permanente con loro.
Grazie, Signore Gesù, per il sacramento dell’amore!
Guardo me stesso nel personaggio di uno dei discepoli. Ringrazio il Signore perché mi invita alla sua mensa, a condividere i sentimenti del suo cuore, il suo desiderio di farmi par-tecipe della sua Pasqua.
Chiedo al Padre: fammi vivere sempre intensamente il sacramento dell’Eucaristia. Mettimi in comunione con il corpo e il sangue del tuo Figlio: donami anche i suoi sentimenti, la sua disponibilità, il desiderio di essere in comunione con ogni uomo, di non tradire nessuno e di amare al di là del tradimento.
Preghiera finale

Il tuo unico Figlio, o Padre, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed e-terno sacrificio; dona a noi di nutrirci sempre con fede e devozione al banchetto dell’amore. Per lo stesso Cristo, nostro Signore. Amen.