* di Gioele Anni

Papa Francesco era stato chiaro, al Convegno di Firenze 2015: «Ricordatevi che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà». In questa prospettiva s’inserisce la decisione dell’Ac di Lodi di costrui- e alleanze per far fronte alle situazio- ni di fragilità che riscontriamo nel no- stro territorio. Fragilità che sono mol- teplici, alcune esasperate dai risvolti dell’attuale crisi sanitaria ed economica. La commissione ha individuato in particolare alcune urgenze di cui occorre prendersi cura con lo stile dell’alleanza, tra cui: la presenza di persone sole, soprattutto tra gli an- ziani; la crescente povertà educativa, aggravata dai mesi di chiusura delle scuole; la fatica delle famiglie, diver- se alle prese anche con difficoltà di sostentamento. Ma cosa significa fa- re alleanza per sostenere le fragilità? Occorre prima di tutto guardare alla realtà con piena libertà per lasciarsi interrogare da essa, in modo da co- gliere le vere esigenze che arrivano dalle nostre comunità. La volontà di rispondere ad alcuni problemi concreti facendo alleanza con altre real- tà, poi, implica alcune scelte di campo. La prima riguarda lo stile, che è quello della relazione fiduciosa: nel- l’impegnarsi in un’alleanza ci si mette in gioco gratuitamente portando le proprie specificità (nel caso dell’Ac, l’identità associativa e il radicamento nella Chiesa e nel territorio diocesa- ni), sapendo che camminare insieme ad altri può richiedere un tempo mag- giore, ma porterà a vivere un percorso più valido perché condiviso. Fondamentale, in tutto il processo, è attuare un buon discernimento, in particolare nei livelli parrocchiali dell’associazio- ne. È infatti lì, nella realtà concreta dei nostri paesi e dei nostri quartieri, che i gruppi di Ac possono individuare le esigenze a cui è prioritario dare risposte, e gli altri soggetti (di ispira- zione cristiana, istituzionali, di pro- mozione sociale o culturale...) con cui fare rete. Il discernimento richiede pazienza e coraggio: lo spazio in cui viverlo è principalmente il Consiglio pastorale parrocchiale, luogo di in- contro e riflessione di tutta la comuni- tà. Fare rete per sostenere le fragilità vuol dire mettere al centro chi vive un momento di difficoltà, e farlo con lo stile sinodale: una dinamica preziosa per essere accanto alle persone e da- re una testimonianza credibile di Vangelo.

L’attuale pandemia (in cui siamo ancora tutti coinvolti) ha messo “sotto pressione” – se così possiamo dire – l’esperienza delle nostre parrocchie. La chiusura forzata, l’impossibilità degli incontri, la modifica del tempi e del modi della liturgia, hanno rappresentato un ulteriore scossone ad una istituzione che già da tempo fatica a sintonizzare il proprio passo con quello dell’uomo di oggi.

La recente Istruzione della Congregazione per il Clero (“La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa”) sottolinea bene la sfida che la parrocchia è chiamata ad affrontare: “La configurazione territoriale della parrocchia, tuttavia, è chiamata oggi a confrontarsi con una caratteristica peculiare del mondo contemporaneo, nel quale l’accresciuta mobilità e la cultura digitale hanno dilatato i confini dell’esistenza. Infatti, da una parte, la vita delle persone si identifica sempre meno con un contesto definito e immutabile, svolgendosi piuttosto in “un villaggio globale e plurale”; dall’altra, la cultura digitale ha modificato in maniera irreversibile la comprensione dello spazio, nonché il linguaggio e i comportamenti delle persone, specialmente quelle delle giovani generazioni.”

Se questo è vero da diversi anni, è altrettanto vero che la pandemia ha enfatizzato ed amplificato questa difficoltà.

Tuttavia, come ci ricorda lo stesso documento citando papa Francesco “La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità.[…] Se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà a essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie””

Abbiamo quindi pensato di organizzare una tavola rotonda virtuale attorno al tema della vita parrocchiale, mettendo a confronto la voce e le opinioni di alcuni amici che alla comunità parrocchiale guardano da punti di vista differenti: Don Luca che è parroco, Bice presidente parrocchiale di AC, Angelo che opera nella Caritas e Federico, giovane amministratore comunale.

Come escono le nostre comunità da questo periodo di lockdown? Quanto questo tempo le ha segnate?

[Bice]: Le nostre comuntità hanno vissuto una dura prova, si sono trovate ad affrontare una situazione inedita, di crisi, da cui non sono ancora completamente uscite, perché purtroppo la pandemia è ancora presente; sicuramente escono dal periodo di lockdown modificate (come dice  il Papa  questa pandemia ci ha cambiato in bene o in male ; sta a noi decidere come!), escono sofferenti perché hanno vissuto l’esperienza del dolore, della morte; molte persone si sono ammalate, tante sono venute a mancare ; la comunità di Sant’Angelo ha perso due sacerdoti  e una religiosa , escono disorientate e impaurite: hanno timore della malattia, della morte, della sofferenza ; hanno perso la certezza di una routine consolidata, forse troppo.

A mio avviso nelle nostre comuntà l’esperienza del covid ha fatto emergere alcune criticità (la frequenza alla S.messa, la consapevolezza nell’avvicinarsi ai sacramenti, la cura dei poveri, solo alcuni esempi…) già presenti  prima, che dovrebbero stimolarci ad una riflessione e ad un confronto costruttivo per cercare strade nuove e trovare la forza per mettere in atto un cambiamento pastorale che guardi all’essenziale.

Sicuramente da parte di tanti, anche aderenti alla nostra associazione, c’è voglia di ricominciare ,di fare, di prendersi cura degli altri.

Io penso che questo sia il tempo della fede, grazie alla quale questa crisi dovrebbe trasformarsi in un’opportunità che ci renda più solidali gli uni verso gli altri e nel riconoscere Dio al centro dell’esistenza come il Dio della vita.

CONSEGNARE

I tempi ed i luoghi della trasmissione della fede rischiano di uscire trasformati da questo tempo di coronavirus. Quali nodi e quali criticità sono emersi?

[Bice] Stiamo vivendo come ha detto Papa Francesco un tempo di scelta, non è semplicemente  un tempo di attesa per ritornare al passato a quello che c’era prima, ma un tempo di discernimento per capire l’essenziale e comprendere a cosa dobbiamo rinunciare per salvaguardare il tutto. Nulla dovrebbe essere come prima neanche le nostre proposte pastorali.

[don Luca]: Viviamo da decenni un processo di scristianizzazione che aveva già spinto gli spiriti più attenti a proporre la necessità di una nuova evangelizzazione. Se da tempo si rilevava il bisogno di qualcosa di nuovo, significa che i metodi e le sicurezze dei tempi precedenti erano in via di superamento o di esaurimento delle proprie potenzialità. Gli eventi degli ultimi sei mesi non hanno fatto altro che scoperchiare una pentola già colma di intricate difficoltà. Tra le più impellenti, pare di poter evidenziare la supposizione che fosse sufficiente proseguire con l'indottrinamento dei piccoli (ancorché mal sopportato da piccoli e grandi) per avere qualche garanzia di trasmissione della fede. Così non è stato. Che sia la comunità cristiana, attraverso apprezzabili incaricati (catechisti e preti), a trasmettere la fede, è nelle cose, ma se i destinatari dell'annuncio non si sentono parte della comunità, si finisce per mettere forzosamente insieme due mondi paralleli.

 

I nostri classici appuntamenti ed incontri sono andati un po’ in crisi a motivo della pandemia. Come faranno le nostre comunità a “reinventarsi” per annunciare il Vangelo anche in questo tempo particolare?

[Bice]: L’emergenza sanitaria ha fatto saltare tutti gli appuntamenti e scadenze pastorali, compresi i Sacramenti; potrebbe essere l’occasione  per un percorso catechistico e pastorale che porti le famiglie e i ragazzi ad un discernimento condiviso per una maggiore consapevolezza al ricevimento dei Sacramenti, alla partecipazione alla Santa messa e ai percorsi formativi proposti.

E’ necessario incontrarsi tra catechisti, organismi pastorali, gruppi pastoralmente attivi  per condividere e riflettere il vissuto di questo tempo dal punto di vista umano e della fede per non lasciar passare inutilmente tale momento di passaggio, ma viverlo come un’ opportunità di cambiamento costruttivo.

[Don Luca]: Come reinventarsi? Seguendo il criterio della fedeltà alla Parola di Dio e alla vita dell'uomo, senza lasciare che sia solo uno slogan... Occorre che la comunità cristiana ritrovi la fedeltà e la centralità della meditazione della Parola, nella Liturgia, nell'ascolto frequente, nella conoscenza viva della Scrittura e della sua continua attualità. Lo abbiamo fatto? Lo stiamo facendo? Anche durante le fasi acute della quarantena, in moltissimi casi si è preferito riproporre l'uso di formule tradizionali, più rassicuranti istintivamente, ma dal punto di vista esistenziale poco adatte a suscitare gli interrogativi più opportuni per ricercare un senso a ciò che stava accadendo, le motivazioni per continuare a credere e a vivere con responsabilità e fraternità. Per essere più fedeli all'uomo di oggi e di sempre, e alle sue questioni più impellenti, si deve cercare una via capace di suscitare le domande significative, formulate in modo non solo primario, urgente, ma più riflessivo. In altre parole, non basta offrire percorsi religiosi "accettabili", consolanti, rassicuranti per chi è già in un cammino di fede, purchessia. Cosa abbiamo fatto per tutti coloro - e sono le fasce più attive e più coinvolte nella vita sociale - che fra i venti e i cinquant'anni vivono, non da oggi, una fase critica della loro esperienza religiosa? Quale fede abbiamo consegnato? Quale annuncio hanno ricevuto? In tal senso, "reinventarsi", come comunità cristiana, comporta la necessità di un'assunzione di responsabilità più ampia, occorre che ogni battezzato almeno un po' consapevole, assuma nella sua pienezza il proprio cammino di fede, che non si esaurisce nella pratica religiosa e nella più o meno convinta attenzione ai poveri. Che ne è della nostra capacità di credenti di individuare e avvicinare le povertà spirituali, esistenziali, di valori? Cosa diciamo a chi vive nell'indifferenza, non si pone domande, si accontenta, si sfoga nell'edonismo? Si tratta di un'impresa impegnativa, forse la vera sfida contemporanea.

[Federico]: Durante la pandemia le comunità cristiane non hanno potuto più ritrovarsi nella celebrazione della Messa e questo ha turbato la vita di molti fedeli. La Messa scandiva in qualche modo la quotidianità e il suo venir meno ha lasciato una sorta di senso di vuoto. Settimane e mesi senza la liturgia vissuta hanno segnato tutti i cristiani, ma momenti di grande fede e “coinvolgimento spirituale” non sono mancati. Penso a quando Papa Francesco ha pregato, il 27 marzo, in una Piazza San Pietro deserta e bagnata dalla pioggia lasciandoci immagini e sensazioni straordinarie. Chiunque, credente o no, ha potuto percepire la potenza di quel gesto. Forse un modo in cui le comunità cristiane potranno ritrovarsi e riprendersi a seguito di questa pandemia consiste proprio nel riabbracciare le emozioni, le sensazioni e l’importanza dei gesti che connotano il vivere cristiano: il silenzio, la paura, il dolore, la pietà, la speranza.

 

ACCOGLIERE

[don luca]: La provvidenziale insistenza di papa Francesco ad abituare le nostre coscienze a misurarsi con la povertà di molte persone e di molti sistemi di vita sociale ingiusti, viene accolta con qualche crescente fastidio da gruppi di fedeli che pure frequentano le nostre chiese. D'altra parte, l'impeto amorevole e fattivo di molti operatori ha ricevuto un forte incoraggiamento che prima di questo pontificato non mancava (tanto per sorridere, la Caritas non è nata cinque anni fa). Le nostre parrocchie e associazioni si sono distinte nel proseguire durante la quarantena - e ancora oggi - un servizio che c'era già. Sicuramente si è intensificata la necessità e l'urgenza, per le mutate condizioni lavorative di molti cittadini, per le difficoltà di relazioni acuite nelle famiglie già in bilico, per l'emergenza sfratti, il mutato accesso al sistema sanitario per diverse patologie, l'insistenza sfavorevole nei confronti dei migranti... Chi ha voluto accorgersi dell'immane lavoro dei cattolici in favore dei poveri si è accorto di quanto grande sia, spesso nel più evangelico nascondimento. C'è da riflettere, tuttavia, sull'impennata di povertà spirituali e morali, sull'incapacità di molti di approdare a un senso non solo immanente dell'esistenza: che sia questa la vera sfida che ci attende? Nel dialogo con gli uomini e le istituzioni di oggi, offrire la ricchezza di una visione alta e dignitosa dell'esistenza umana che scaturisce dalla coscienza più formata dei credenti in Gesù e nel suo Vangelo. à messo tutto insieme.. capiamo come splittare

Chi sono i poveri o i “nuovi poveri” che bussano alle nostre porte? Come è cambiata, se è cambiata, la loro fisionomia al tempo del covid?

[Angelo]: L’impatto economico più acuto l’hanno subito le fasce di popolazione più fragili. Disoccupati che hanno dovuto accantonare la benché minima speranza di trovare un lavoro. Potete immaginare la frustrazione di quelle persone che, con fatica, avevano trovato un posto, che significava speranza concreta di migliorare la propria condizione socio-economica, che invece non avevano neanche potuto iniziare perché proprio in quei giorni è scoppiata l’epidemia.  O lavoratori a chiamata, che non potendo uscire dai confini stabiliti dalle ordinanze pubbliche, non potevano generare alcun reddito. O colf, badanti, addetti alle pulizie, persone in precedenza abituate ad arrangiarsi con lavoretti precari, talvolta in nero, che improvvisamente non potevano più recarsi sul posto di lavoro, perché fuori dalla zona rossa, o per le chiusure forzate  o perché le famiglie presso cui prestavano servizio non potevano farli entrare nelle loro case. Ma anche chi aveva un contratto regolare ha sofferto. In molti casi la cassa integrazione è stata erogata con grave ritardo. Ad alcuni più fortunati, era stata anticipata dal datore di lavoro, ma comunque era un introito ridotto e, quando lo stipendio è già misero, una riduzione del 30% per uno o più mesi è un problema. Insomma l’epidemia ha messo a nudo tutte quelle fragilità con cui molte persone, in condizioni normali, avevano imparato a convivere, spingendole a cercare aiuto.

[Bice]: I poveri sono sempre stati presenti e continuano ad esserlo. Questo contesto ha fatto emergere  nuove indigenze e realtà di solitudine:  bambini e ragazzi chiusi in casa, lontani dalle amicizie e dalla scuola, adulti colpiti da povertà materiali, dalla perdita del lavoro,  persone lontane dai propri cari con ripercussioni  relazionali e psicologiche.

Come insegna il Vangelo per il cristiano è fondamentale aprire le porte del cuore e non lasciare solo chi è nel bisogno.

Le comunità cristiane sono state in prima linea nell’affrontare questa emergenza: questo servizio ha cambiato la percezione che le comunità hanno della propria presenza nel territorio?

[Angelo]: Accanto ai volontari, molte persone hanno voluto manifestare concretamente la loro solidarietà.  Oltre alle forme tradizionali di aiuto, come le offerte per i poveri, davvero generose, e le raccolte di alimenti, in quel triste periodo in cui il dolore era reso più acuto dalla solitudine e dalla mancanza di un abbraccio, si sono moltiplicate le iniziative di vicinanza alle persone, specie a quelle più sole e provate. Se una cosa abbiamo imparato dall’esperienza vissuta è che non bisogna farsi trovare impreparati dalle emergenze. Non sono i servizi ben strutturati che di per sé danno risposte adeguate alle difficoltà del momento, ma quando tali servizi sono l’espressione di una sensibilità comune cresciuta negli anni, di attenzione ai poveri e alle persone fragili, allora sono davvero utili a catalizzare e dar voce alla solidarietà di tanti che desiderano sentirsi parte di una comunità che sceglie di stare vicino alle persone, pur nel rispetto delle rigide norme sul distanziamento sociale.  L’Emporio della solidarietà, iniziative come Famiglie in Rete, la disponibilità al colloquio di volontari del Centro di Ascolto, assieme al supporto offerto dal Fondo di Solidarietà della Diocesi, hanno consentito risposte rapide ed efficaci a numerose famiglie in grave difficoltà economica

 Come la collaborazione con le istituzioni civili ha inciso sul modo in cui la società guarda alle nostre parrocchie?

 [Angelo]: I volontari delle Caritas locali hanno reso visibile il volto fraterno delle nostre parrocchie, nel momento in cui era necessario spezzare il pane con molti bisognosi. Comunità parrocchiali che hanno assunto l’aspetto di ospedali da campo, secondo la felice espressione di Papa Francesco, per stare in mezzo alla gente anche in momenti davvero difficili. I rapporti con le Assistenti Sociali e con la Protezione Civile si sono rafforzati ed è cresciuta la fiducia e la stima reciproca. Detto questo c’è chi continua a pensare le comunità cristiane come salvagenti pronti all’uso. Sta a noi trasformare l’occasione del servizio in capacità di costruire una rete di rapporti con le persone che fanno crescere in umanità le comunità in cui viviamo

[Federico]: Le istituzioni locali, civili e religiose, nel periodo più buio si sono dimostrate un baluardo a difesa dei più fragili. La malattia e la perdita del lavoro hanno modificato la fisionomia dei “poveri” e hanno fatto sentire più marcata la loro presenza. La crisi è stata affrontata anche mediante una proficua collaborazione tra istituzioni civili e religiose che, mettendo a disposizione risorse, mezzi e personale, hanno dato sollievo a tante persone e tamponato numerose situazioni di fragilità. In quei giorni è affiorata la fittissima rete del volontariato che in modo del tutto altruista si è messa a completa disposizione della comunità e, quindi, del prossimo.

CELEBRARE

 [Don Luca]: L'irruzione del digitale potrebbe farci adagiare sulla mentalità del mondo, già molto condivisa soprattutto nei gruppi più tecnologici della popolazione, che sono anche i più giovani. Adagiarci sull'idea che basta un clic per essere in contatto col mondo. Ma è un contatto parziale, insufficiente, addirittura fasullo, che giunge a provocare disturbi e patologie individuali e sociali. Può bastare per ottenere informazioni, beni, servizi. Ma alla radice dei rapporti umani e alla radice di un cammino di fede c'è la necessità di una "conoscenza" che comprende il necessario coinvolgimento personale, in tutti i suoi aspetti. La liturgia è azione, non spettacolo, è partecipazione attiva, non visione e ascolto passivi. Su questo punto, il rigurgito del ritualismo porta con sé gravi responsabilità, con la tendenza a spettacolarizzare il culto: a beneficio di chi e di cosa? Il servizio svolto dai media è stato apprezzabile, ma dobbiamo uscire dalla fase della supplenza per tornare a celebrare nella verità. E la verità va ricercata sia nell'offerta che nella domanda, per così dire. La comunità dev'essere più accogliente a partire da come celebra: non è forse vero che spesso le nostre chiese e sacrestie sono ricettacolo di gruppetti chiusi e di atteggiamenti possessivi? Il bisogno di spiritualità va compreso bene, va guidato, va coinvolto in esperienze comunitarie  e non solo di gruppi, va strappato all'appagamento individuale per confluire nel coinvolgimento personale, può crescere dalle "sensazioni" all'esperienza della sequela di Cristo, nella comunità cristiana. à messo tutto insieme.. capiamo come splittare

Le nostre celebrazioni hanno assistito all’irruzione del digitale ed, in qualche misura, all’impoverimento del contatto diretto corpo a corpo: che cosa tenere e che cosa lasciare?

[Federico]: La pandemia ha portato anche una vera e propria “rivoluzione digitale”. Ogni ambito della vita quotidiana ha dovuto essere reinventato perché potesse essere svolto “da remoto”: si pensi alla scuola, al lavoro, alla spesa al supermercato, alle uscite “virtuali” con gli amici… Le grandi possibilità del digitale potrebbero dare una nuova connotazione anche all’operato della Chiesa senza però snaturarne la missione prescindendo dalla relazione e dal contatto con il prossimo.

[Bice]: Le nostre comunità hanno moltiplicato con inventiva e coraggio le occasioni di celebrazioni virtuali; sicuramente  però “guardare” la messa non è celebrarla; a mio avviso le celebrazioni e gli incontri  a distanza andrebbero mantenuti in occasioni di emergenza, ma bisogna cercare di privilegiare la S.Messa e gli incontri in presenza.

Bisognerebbe puntare sulla responsabilità del popolo di Dio, accompagnarlo ad accogliere, meditare e celebrare la Parola di Dio, è necessario che venga messa a frutto la dimensione sacerdotale propria di ogni battezzato.

Questo tempo di pandemia ha visto un nuovo “bisogno” di spiritualità: come le comunità cristiane possono accompagnare ed educare questo desiderio?

di Raffaella Rozzi * 

Questa sera alla Casa della Gioventù il consiglio diocesano dell'Azione Cattolica si incontra in presenza. Faremo memoria di quel 20 febbraio in cui il consiglio diocesano, appena eletto dall'Assemblea, si è incontrato per la prima volta, per votare la terna di aderenti da presentare al Vescovo per la scelta del presidente diocesano. 

Quella sera abbiamo condiviso la preoccupazione per qualche amico con la febbre alta e difficoltà respiratorie, non sapevamo cosa fosse e nemmeno eravamo consapevoli di ciò che ci avrebbero riservato le settimane e i mesi seguenti. 

Ora siamo qui per ripartire senza dimenticare ciò che abbiamo vissuto anzi per ripartire proprio da ciò che abbiamo vissuto. Ci ritroviamo in Sala Paolo VI riprendendo ciò che abbiamo condiviso nei due incontri estivi del consiglio diocesano, che questa sera ascolta, riflette e si confronta sui percorsi avviati dai tre gruppi di lavoro. 

Le serate estive, abitate da volti conosciuti anche se mediate dallo schermo del pc, hanno accompagnato i pensieri di ciascuno perché incontrassero quelli di altri e insieme diventassero un'idea da cui far ripartire nuovi sentieri. 

Non ci sono decisioni già prese o programmi da realizzare, ma semplicemente attenzioni da mettere al centro e di cui prendersi cura insieme.

Sono risorse donate e inattese che nella loro semplicità e concretezza diventano preziose. 

Sono esperienze che generano semi di bene e avviano processi che conducono lontano. Sarà quindi importante mantenere ed intensificare lo scambio continuo tra il centro diocesano e le associazioni territoriali per valorizzare ogni realtà, perché nessuno sia lasciato indietro, perché ciascuno sia protagonista.

È importante che ciascuna associazione territoriale dedichi tempo ed energie a discernere i passi da compiere in quella comunità e in quel territorio in cui è posta, concentrandoci soprattutto su “tutto quello che c'è da fare”.

Il tema che ci accompagna quest'anno associativo, scelto dal Centro nazionale, riprende le parole di Gesù "Non sono venuto per essere servito ma per servire e dare la vita". Allora il tema del servizio può essere declinato in tre prospettive: accompagnare la vita interiore e formare le coscienze, curare e coltivare i legami, servire la chiesa e il territorio mettendo al centro la fraternità e la logica delle alleanze. Solo così saremo uomini e donne che non hanno paura di rischiare la propria vita anzi sono disponibili a donarla, riconoscendo nell'umanità fragile e ferita il volto del Crocifisso risorto. 

L'icona biblica, che è immagine evocativa di parole e gesti, apre e accompagna ogni itinerario associativo. Perciò ci ritroveremo

Giovedì 24 settembre, tutti giovani adulti adultissimi, in ascolto della Parola del Vangelo di Marco. Da qui siamo invitati a partire con un passo più sicuro, proprio perché la Parola ci trasforma in "sine cura" ovvero senza quell'affanno e quella preoccupazione che rallentano il cammino. 

Abitiamo questo tempo con stile sinodale e fraterno! 

* presidente diocesano, editoriale pubblicato su Dialogo del 10 settembre 2020

* di Cornelia e Franco

Tutto ebbe inizio con l’assemblea diocesana dell’Ac del 16 Febbraio a Lodi. Eh sì, perché pochi giorni dopo scoppiò la pandemia del coronavirus, e quindi domenica 23 ci trovammo in tanti all’ospedale di Sant’Angelo per il tampone, visto e considerato che tanti partecipanti all’assemblea erano provenienti dall’ormai famosa zona rossa. Siamo stati in ballo dalle ore 11.00 alle ore 20.30, ultimi “tamponati”, salutati da solerti operatrici sanitarie che ci hanno detto: per almeno otto giorni restate in quarantena. Ne sono passati cento di giorni prima di poter riprendere un po’ di vita normale, tenendo presente che continuavano a dirci che eravamo una categoria a rischio. Lo dicevano radio e televisione, lo dicevano i giornali, ce lo dicevano figli e nipoti, ce lo dicevamo fra parenti ed amici. Cento giorni: ora che sono passati ripensiamo a quante cose avremmo voluto/dovuto fare e alle quali invece abbiamo dovuto rinunciare. Esempi: compleanno della nonna, del nonno e dello zio, la tanto attesa festa con figli e nipoti per il cinquantesimo anniversario di matrimonio (rinviata a data da destinarsi, faremo il cinquantunesimo!). Ripensiamo al dolore per i tanti defunti conosciuti, fra cui un caro amico che, pur risiedendo in Sud Africa, è stato anche lui colpito dal virus; ripensiamo alle tante telefonate intercorse per ascoltare, condividere, far sentire la nostra vicinanza pur essendo lontani. Comunque, come si usa dire, non tutto il male vien per nuocere. Abbiamo potuto riflettere e di conseguenza rivalutare tante cose materiali e spirituali. La Pasqua senza festa… sarà pur mancato il pranzo con tutti i famigliari, ma quanta più partecipazione in quelle gustate funzioni seguite in tv, con il Papa e il Vescovo; i rosari per l’Italia da tanti santuari. Quante riflessioni sul senso vero della vita di fronte a scene strazianti per i tanti morti, sulle difficoltà di chi ha perso il lavoro. Cari amici, abbiamo dovuto annullare la mattinata di spiritualità, il pellegrinaggio della terza età e gli esercizi spirituali. È dispiaciuto, ma sicuramente meditazioni e preghiere le abbiamo fatte in casa e in famiglia, supportati anche dai moderni mezzi di comunicazione e messi in rete dall’associazione. Alcune riflessioni sullo scorrere delle giornate che all’inizio sembravano monotone e interminabili hanno poi preso la loro routine scandita da alcuni momenti divenuti sempre più significativi: scoprire ogni mattina il dono di un altro giorno assieme regalatoci, assistere alla Santa Messa in tv, la presenza continua di entrambi senza l’assillo dei vari impegni associativi; la presenza del figlio ed apprezzare la sua disponibilità a lasciarci “confinati” in casa. Tuttavia non sono mancati neppure momenti di autentico relax come “l’ora bar” con caffè e gioco delle carte. Abbiamo riscoperto l’importanza del tempo che ci viene regalato gratuitamente e che non sapevamo apprezzare fino in fondo. Molto bello è stato riscoprirci come coniugi, parlando senza fretta e ragionando su tante cose, ricordando i nostri primi cinquant’anni di matrimonio e arrivando alla conclusione che forse non ci siamo mai sentiti così uniti come ora. Questo vuole essere l’augurio che estendiamo a tutti i cari amici dell’Ac ed a quanti hanno avuto la pazienza di leggerci. 

* di Simone Majocchi

Ricordiamo tutti come alcuni, nei primi giorni della diffusione del covid-19, spiegassero (talvolta anche con metafore grezze e sgradevoli) che le persone anziane e con patologie pregresse erano le più esposte di fronte ad un contagio così aggressivo: ricordo ad esempio l’enorme fastidio e la pesante tristezza che provai nel sentire una ricercatrice affermare che “il virus dà una spinta a chi è già compromesso”. Le persone anziane sono state effettivamente le più colpite, in virtù sia della fragilità della salute, sia di altri fattori, che non possiamo ignorare. Ora resta il grande dolore per la morte di tanti anziani, che non dobbiamo dimenticare, e mi chiedo se questa emergenza sanitaria non ci abbia messi di fronte ad una triste dinamica che già era implicitamente in atto nel nostro modello di società. Ce lo mostra l’appello della Comunità di Sant’Egidio, “Senza anziani non c’è futuro, appello per ri-umanizzare le nostre società. No a una sanità selettiva”, nel quale ho ritrovato molte consonanze con alcune riflessioni che negli scorsi mesi ero andato maturando. Gli anziani infatti sono una parte preziosa delle nostre vite e del tessuto sociale di una comunità, e senza di loro siamo tutti più poveri. Il testo dell’appello (facilmente reperibile sul web, e che invito a sottoscrivere) ci ricorda, anche sotto il profilo laico, che invece di lottare per “il diritto a morire”, si sarebbero dovute compiere ben altre battaglie civili per garantire la dignità di chi soffre: «In numerosi paesi di fronte all’esigenza della cura, sta emergendo un modello pericoloso che privilegia una “sanità selettiva”, che considera residuale la vita degli anziani. La loro maggiore vulnerabilità, l’avanzare degli anni, le possibili altre patologie di cui sono portatori, giustificherebbero una forma di “scelta” in favore dei più giovani e dei più sani. Rassegnarsi a tale esito è umanamente e giuridicamente inaccettabile. Lo è anche in una visione religiosa della vita, ma pure nella logica dei diritti dell’uomo e nella deontologia medica […]. La tesi che una più breve speranza di vita comporti una diminuzione “legale” del suo valore è, da un punto di vista giuridico, una barbarie». Il grado di civiltà di un popolo traspare anche dal rispetto che si porta agli anziani, ed è giunto il momento in cui ciascuno di noi si deve chiedere quale modello di cura e di assistenza stanno perseguendo la politica, le istituzioni sanitarie e la società nel suo complesso. Viene in mente un passaggio del De senectute di Cicerone: “Il peso dell’età è più lieve per chi si sente amato e rispettato dai giovani”. Siamo riusciti a far sentire i nostri anziani amati e al sicuro? Se poi dovessimo giudicare da quello che vediamo in queste ultime settimane, sembra che la preoccupazione principale delle istituzioni e del mondo economico sia ora solo il poter riconquistare i ritmi forsennati che hanno favorito il dilagare dell’epidemia, lasciando indietro ancora una volta chi è più fragile. Vuol dire quindi che stiamo andando verso un modello di società sempre meno a misura di anziano? Chiediamoci cosa significhi ciò, anche a fronte dell’invecchiamento della nostra società. Si tratta di fare i conti con le risorse che possiamo e vogliamo investire affinché il nostro sistema sanitario sia in grado di garantire la giusta e doverosa assistenza e cura ad una porzione sempre crescente di popolazione. L’appello ci offre un altro prezioso passaggio: «Crediamo che sia necessario ribadire con forza i principi della parità di trattamento e del diritto universale alle cure, conquistati nel corso dei secoli. È ora di dedicare tutte le necessarie risorse alla salvaguardia del più gran numero di vite e umanizzare l’accesso alle cure per tutti. Il valore della vita rimanga uguale per tutti. Chi deprezza quella fragile e debole dei più anziani, si prepara a svalutarle tutte. Con questo appello esprimiamo il dolore e la preoccupazione per le troppe morti di anziani di questi mesi e auspichiamo una rivolta morale perché si cambi direzione nella cura degli anziani, perché soprattutto i più vulnerabili non siano mai considerati un peso o, peggio, inutili». Le 6.773 vittime in Italia nelle RSA nel periodo tra il 1° febbraio e il 14 aprile (di cui si stima, per difetto, il 40% causate direttamente dal Covid) sono una pugnalata al cuore; i dati sono dell’Istituto Superiore di Sanità. In Lombardia, su 700 RSA, si sono considerate solo 266 strutture, per un totale di 1.625 morti. Non a tutti era stato fatto il tampone. Il 24 febbraio scrissi (in un testo ripreso anche dal quotidiano Libertà di Piacenza) che sarebbe stato necessario che l’ATS facesse subito i tamponi a tutti gli ospiti e gli operatori nelle RSA della prima zona rossa. Invece, dopo una prima e tardiva campagna di test, il 15 aprile l’ATS di Milano aveva addirittura comunicato che non avrebbe più fornito i tamponi alle RSA, che dall’8 marzo erano state scelte da Regione Lombardia per accogliere paradossalmente pazienti covid-positivi, senza preservare tali strutture come “bacini di protezione” per gli anziani. Non arrendiamoci all’idea che le RSA (e in un certo senso anche gli ospedali) siano una sorta di “non-luoghi”, spazi di città invisibili, aree che, assistendo gli anziani, evitano al tempo stesso alla società dei “giovani e sani” il “rischio” (che in realtà è un’opportunità preziosa) di entrare a contatto con l’anzianità e la malattia. A noi spetta ora di non dimenticarci di tutte queste vite disperse, di tutte queste storie interrotte troppo presto. Infatti resta un triste pregiudizio da combattere, e cioè l’idea che gli anziani deceduti per il Covid fossero comunque già al “capolinea”, come se questo potesse alleviare il dolore, o alleggerire le responsabilità. Questa pandemia ha letteralmente falcidiato una generazione… Pensiamo a questo: chi di noi non conserva un insegnamento prezioso tramandatogli da un nonno, da un prozio? Quanto povera sarebbe la nostra vita senza il dono costituito dall’affetto e dall’amore delle persone più anziane con cui abbiamo avuto il privilegio di condividere un tratto dell’esistenza?