In arrivo con il nuovo anno la seconda edizione del percorso diocesano sull’affettività e sessualità promosso da Azione Cattolica e Ufficio di Pastorale Giovanile.

Ci siamo fatti attendere un poco più del previsto, ma in questo tempo di emergenza abbiamo sfruttato l’occasione per rivedere, migliorare, integrare e approfondire l’itinerario proposto nella precedente edizione. Il percorso avrà sempre un’impronta formativa e propedeutica: non ambisce ad essere esaustivo, non ha la pretesa di fornire risposte preconfezionate, valide per tutti a prescindere dall’esperienza di ciascuno, come fossero un copia incolla dei migliori manuali sul mercato.

* di Laura Bordiga

Un nuovo inizio porta sempre con sé un misto di stati d’animo: l’entusiasmo per ciò che si sta per intraprendere ma anche un po’ di paura perché non sappiamo esattamente cosa ci riserverà. I primi giorni di settembre sono stati un susseguirsi di tutto questo: si parlava di lezioni sincrone, asincrone, miste, insomma non sapevamo bene in che modalità sarebbe ripartita la didattica finché, a pochi giorni dall’inizio delle lezioni, apprendo con gioia che il mio corso di laurea sarebbe ripartito in modalità mista. Dopo 7 lunghi mesi passati davanti al computer, finalmente sono tornata in università, e devo dire che percorrere i cortili del Filarete e rientrare in aula è stato come prendere una boccata d’aria fresca, metaforica perché, diciamocelo, 6/8 ore in classe con la mascherina non permettono chissà quali respiri profondi, ma di certo si può sopportare. I primi giorni sembrava tutto strano perché, sin da quando ho iniziato il mio percorso universitario, sono stata abituata a vedere centinaia di studenti percorrere i corridoi; ora invece il numero è molto limitato poiché la maggioranza dei corsi, soprattutto triennali, è ripartita a distanza, ma pian piano si sta costruendo una nuova routine, fatta di prenotazioni tramite app dei posti in aula e in biblioteca, rilevazione della temperatura e igienizzazione delle mani a ogni ingresso, “soundcheck” per gli studenti che seguono la lezione da casa e l’appello ogni volta che entra un professore (che mi ha riportato, per un attimo, agli anni del liceo). Il fatto che ci siano meno studenti ha avuto come conseguenza un rallentamento dei ritmi e, soprattutto, il silenzio, che poche volte mi era capitato di sentire in questo luogo. Osservando il cortile centrale semideserto, in un pomeriggio ancora estivo, mi sono fermata a riflettere su una cosa che avevo sempre dato per scontato: il dono di aver vissuto appieno questi primi anni di università, fatti di lezioni ed esami, ma anche di incontri e legami, che di sicuro hanno contribuito alla mia crescita personale tanto quanto una nozione spiegata da un docente. E proprio da questa riflessione nasce un desiderio, ma anche un senso di responsabilità per noi che siamo rientrati: quella di rispettare tutte le norme, anche se fastidiose a volte, così che sempre più studenti possano tornare o iniziare a vivere la frenetica ma meravigliosa vita universitaria, non più dietro un computer ma in aula con i propri compagni.

* di Domenico Cascone 

Il Magistero di Papa Francesco ha sempre ritenuto quello dei giovani un mondo fortemente bisognoso di attenzioni. Nel 2018 il Sinodo dedicato a “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” ha tracciato la strada per una sostanziale riforma di alcune questioni relative al mondo di chi ha tra i 18 e i 30 anni. Come è cambiata nel tempo la vita di queste persone? Come si è evoluto il rapporto giovani/Chiesa nel corso degli ultimi tempi? Quali i bisogni da soddisfare, le attenzioni da avere? Il Documento Finale del Sinodo, e successivamente l’Esortazione Apostolica Christus vivit, hanno cercato di rispondere a queste domande, tentando nello stesso tempo di offrire spunti e strumenti per affrontare un cammino nuovo e antico allo stesso tempo. Anche noi come membri del Consiglio diocesano di Ac vogliamo partecipare a questo dibattito, mettendo sul piatto le nostre esperienze per pensare un modo nuovo di parlare ai giovani e alle loro esigenze. La necessità di un cambio di passo nell’impostazione della pastorale giovanile è in questo tempo un’urgenza sociale: l’impostazione “classica” dell’accompagnamento delle vite dei giovani non può essere lo stesso usato fino ad ora. C’è la necessità di lasciare spazio a loro che sono i veri protagonisti di questo percorso, lasciandoli ”liberi di trovare strade sempre nuove con creatività e audacia” (Christus vivit, n. 203). Una prospettiva quindi più flessibile, slegata dalla programmazione statica del mondo degli adulti, troppo cadenzata e qualche volta poco adatta a contenere l’esuberanza di un giovane. Ecco quindi che assume sempre più importanza il privilegiare le esperienze piuttosto che gli incontri, il fare piuttosto che il parlare. Non si tratta però di escludere gli adulti da questo processo: chi ha già vissuto l’esperienza feconda dell’incontro con il Risorto può e deve accompagnare gradualmente i ragazzi verso una consapevolezza di una comunione ecclesiale sempre più matura. Papa Francesco indica due grandi linee d’azione per il rinnovamento della pastorale giovanile: la ricerca e la crescita. Ricerca di nuovi stimoli, di nuovi linguaggi, di nuovi temi, di nuovi strumenti per arrivare al cuore di giovani attualmente “fuori” dal contesto ecclesiale (nel senso di Chiesa come comunità); crescita non solo come formazione spirituale (e quindi incontri, approfondimenti, studio) ma soprattutto come vita comunitaria e servizio. Una politica dei “piccoli passi” quindi: non pretendere una piena adesione fin dal primo giorno, ma piuttosto una visione gratuita e graduale, calibrata secondo le esigenze di chi è accolto. È opportuno quindi pensare a dei percorsi che siano popolari, alla portata di tutti, non elitari: popolo inteso non come struttura politico-sociale o ecclesiastica ma come “l’insieme di persone che non camminano come individui ma come il tessuto di una comunità di tutti e per tutti, che non può permettere che i più poveri e i più deboli rimangano indietro.” (Ivi, n. 231). Il cammino è lungo e impegnativo, ma è una sfida che la Chiesa deve affrontare, senza paura e con la speranza nel cuore. I giovani sono una risorsa fondamentale, da loro nasceranno le comunità di domani: che questo tempo di riflessione ci aiuti a costruire radici solide e profonde, per una Chiesa vicina ai bisogni di tutti.

* di Gioele Anni

Televisioni, giornali, siti internet, ovviamente social network: nell’ultimo finesettimana, su tutti i media si parlava di Carlo Acutis. È il primo beato millennial, il ragazzo nato nel 1991 e morto di leucemia fulminante nel 2006. Quindici anni sulla Terra sono bastati a «lasciare un’impronta», come aveva detto Papa Francesco ai giovani radunati a Cracovia per la Giornata Mondiale della Gioventù 2016. Milanese, di buona famiglia, Acutis non ha fatto miracoli in vita. Era un ragazzo normale, tifoso del Milan, suonatore di sassofono, studente di liceo. Due qualità lo rendevano speciale. Il talento per l’informatica, che lo portava a produrre sul suo computer video e collage di fotografie. E una spiritualità forte che guidava la sua vita: pregava, approfondiva i dogmi di fede e poi si dava da fare nella quotidianità, per esempio portando cibo e conforto ai senzatetto del quartiere. Ha saputo unire queste due dimensioni, informatica e spiritualità, nel creare mostre digitali su tematiche religiose: aveva intuito, come ha scritto Papa Francesco parlando di lui nella Christus Vivit, che i nuovi media possono essere utilizzati «per trasmettere il Vangelo, per comunicare valori e bellezza». E proprio sui nuovi media, la sua storia ha trovato spazio in questi giorni. Uscendo dai canali istituzionali, rimbalzando tra chat e bacheche, incuriosendo migliaia di persone – credenti e non credenti – che sono rimaste forse colpite da un’idea di santità ordinaria e accessibile. L’immagine che ha colpito tutti è quella del corpo riesumato nella bara: Carlo è stato sepolto con una felpa sportiva e le scarpe da ginnastica. La fede non chiede di vivere la vita come privazione, piuttosto anzi le dà senso e compimento. A 15 anni, come a qualsiasi età. Questo Carlo Acutis lo aveva capito, e con questo stile ha scelto di vivere. È bello immaginare oggi una Chiesa “con le scarpe da ginnastica”, testimone di una fede mai altezzosa, sempre pronta a servire. Di questa fede fresca e accessibile c’è tanta sete, tra i giovani e non solo.

Con la pubblicazione di questi due testi vogliamo concludere il percorso annuale di Parola ai Giovani, che quest’anno ha affrontato la vita di due personaggi forti della Bibbia: Elia e Pietro. É proprio il pescatore della Galilea il protagonista dei brani proposti da don Guglielmo Cazzulani: come inquadrare Pietro nell’ottica della sequela di Cristo? Come interpretare i suoi tradimenti e le sue mancanze? 
Nel primo brano, una lettera del cardinal Martini a un “educatore fallito”, viene ricordato l’ultimo episodio narrato dal Vangelo di Giovanni (21, 15-19). Dopo una ripetuta richiesta di Gesù a Pietro su una conferma chiara e inequivocabile di amore totale e incondizionato, al terzo tentativo il Maestro utilizza un verbo dalla sfumatura diversa (il greco philéo,  invece che agapào), quasi a voler Lui stesso adattarsi alle modeste possibilità di Pietro. E nonostante questo lo invita a seguirlo, nonostante l’animo debole e pieno di ripensamenti Gesù gli affida la guida della Chiesa. Il gesto di Gesù è da intendere come un avvicinarsi alla nostra misera condizione di peccatori, e come il grande segno che la speranza di salvezza è possibile per tutti.
Il secondo brano affronta senza mezzi termini la condizione “normale” di Pietro: un pescatore, goffo ma coraggioso, traditore ma sempre pronto a tendere la mano. Una condizione di continua alternanza tra il dubbio e una fede forte, ma che alla fine ha portato al martirio, ad una morte in croce addirittura a testa in giù. Forse è per questa sconvolgente umanità che Gesù ha scelto proprio Pietro a guida della chiesa: perché i suoi errori sono i nostri, i suoi dubbi sono i nostri, la sua capacità di riconoscere il Signore e seguirlo è anche, speriamo, la nostra.