da Raffaella Rozzi | Mag 1, 2020 | Adulti
di Tommaso Marino* – 1° Maggio, festa dei lavoratori. Quest’anno sarà una festa particolare, senza corteo nelle città, senza piazze piene, se non quelle virtuali. Il coronavirus ha azzerato i rapporti, i contatti fisici, ci ha costretti al distacco, ad eliminare le relazioni sociali sin dentro le abitudini più care. E allora la festa acquista un sapore particolare, più intimo, ma non deve far dimenticare la dimensione sociale del lavoro. Il Mlac propone una veglia di preghiera multimediale/multimodale, da celebrare in famiglia o da soli, in comunione con tutti i soci, disponibile su mlac.azionecattolica.it
Il modo di lavorare e produrre, in questi due mesi, è profondamente cambiato. Dove non si è fermato per motivi di sicurezza, il lavoro è cambiato, nel tempo e nello spazio. Ha assunto contorni diversi, si svolge in tempi e spazi differenti, attraverso quello che si chiama smart working, il lavoro agile, che spesso tanto agile non è. Siamo stati costretti a lavorare con un computer collegato alla rete Internet, senza viaggi, spostamenti, strette di mano o riunioni. Questo ci ha portato, forse, ad una dimensione essenziale di una parte del lavoro. La parte produttiva si è fermata, in larga parte, per riaprire in condizioni di sicurezza, ciascuno lontano dagli altri, ove è possibile.
Il 28 Aprile si è celebrata la Giornata mondiale per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro, che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) propone ogni anno. Ai troppi morti sul lavoro che ogni anno si contano, vanno aggiunti, nel 2020, quelli che hanno perso la vita per la pandemia. Riconoscendo la grande sfida che, in tutto il mondo, i governi, i datori di lavoro, i lavoratori e la società stanno affrontando per combattere la pandemia di Covid-19, quest’anno la Giornata mondiale si è incentrata su come affrontare negli ambienti lavorativi le malattie infettive, in particolare quella del coronavirus. Infatti, «di fronte a un’emergenza causata da una malattia infettiva, il modo in cui proteggiamo i nostri lavoratori è una garanzia per la sicurezza delle nostre comunità e per la resilienza delle nostre imprese», afferma Guy Ryder, direttore generale dell’Oil.
Per assicurare la sicurezza nella fase di ritorno al lavoro ed evitare ulteriori interruzioni, l’Oil raccomanda di:
- Intraprendere una mappatura dei rischi ed assicurare una valutazione continua dei rischi di contagio in relazione a tutte le attività lavorative.
- Adottare misure di controllo del rischio che tengano in considerazione le specificità di ciascun settore e della forza lavoro impiegata. Queste misure possono includere: (a) la limitazione delle interazioni fisiche e il rispetto del distanziamento in caso di interazioni tra lavoratori, appaltatori, clienti e visitatori; (b) il miglioramento della ventilazione nei luoghi di lavoro; (c) la pulizia delle superfici, assicurando la salubrità dei luoghi di lavoro e la disponibilità di strutture adeguate per l’igiene delle mani e la sanificazione; (d) la disponibilità gratuita dei dispositivi di protezione individuale per i lavoratori, ogniqualvolta necessario.
- Predisporre procedure per l’isolamento dei casi sospetti e per la tracciabilità dei contatti dei lavoratori.
- Fornire supporto psicologico al personale.
- Attivare iniziative di formazione e di distribuzione di materiale informativo sulla salute e la sicurezza sul lavoro, incluso le profilassi igieniche appropriate e l’utilizzo di sistemi di monitoraggio e di protezione, come i dispositivi di protezione individuale, nei luoghi di lavoro.
La protezione dei lavoratori – mai come in questa crisi pandemica – significa anche proteggere le famiglie e l’intera collettività. Durante la prossima fase di gestione dell’emergenza sanitaria, che è anche un’emergenza socio-economica, non bisogna abbassare la guardia sul rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori, tra i quali quello ad operare in un ambiente di lavoro che sia sano e protetto. Non dimentichiamo mai che il fulcro del lavoro e dell’economia è l’uomo.
Il nostro orizzonte deve essere sempre quello di un lavoro che sia libero, creativo, partecipativo, solidale come ci sollecita Papa Francesco al numero 192 dell’enciclica Evangelii gaudium. E di una attività produttiva che tenga conto della sua dimensione sociale, del legame con il territorio, in grado di garantire una responsabilità sociale d’impresa.
«Nulla sarà come prima». Così si è espresso l’Ufficio Cei di Pastorale Sociale e del Lavoro nel Messaggio per il 1° Maggio di quest’anno. Occorre, al termine dell’emergenza, ripartire con coordinate diverse, con atteggiamenti diversi, con sguardi diversi. Occorre avviare una fase di progettazione sociale, di lettura del territorio e dei suoi bisogni. Occorre avere la capacità di avviare processi in grado di coinvolgere gli attori che agiscono localmente, gli enti, le associazioni. L’idea altruista dell’indossare la mascherina per difendere gli altri e se stessi, può diventare un paradigma sociale di crescita e di sviluppo per tutti. Al distanziamento sociale imposto in questi tempi potremo affiancare una vicinanza personale attraverso gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione. Più in generale, per contrastare la dominante cultura dello scarto dobbiamo convertirci ad una maggiore solidarietà, alla compassione nei confronti degli ultimi, di coloro che vivono una situazione difficile.
Una comunità in grado di leggere la situazione che sta vivendo, in grado di capirne le potenzialità inespresse, potrà ri-progettare la tessitura di una socialità nuova, basata sulla partecipazione e sull’inclusione. Per questo, sarà necessario camminare uniti, assieme agli ultimi. I fratelli immigrati non possono rappresentare solamente una forma quasi unica di manovalanza, in condizioni di lavoro non dignitose in molte aree del Paese. Parimenti, il tempo del riposo e della festa deve coinvolgere pienamente anche il mondo del lavoro e della famiglia.
Altra questione. L’emergenza ambientale, in questi mesi, sembra dimenticata. L’inquinamento dovuto principalmente ai trasporti è calato in maniera importante. Questo ci deve far riflettere sul modello di vita e di sviluppo che intendiamo adottare nel futuro. A cinque anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, il tema dell’ecologia integrale è ancora da sviluppare in molte sue declinazioni. Occorre uno slancio ulteriore per studiare il documento e darne attuazione in tutto il mondo.
Nulla sarà come prima, ma sicuramente sarà importante ciò che in questi mesi saremo capaci di mettere in campo per uscire dalla pandemia più forti, più consapevoli dell’esigenza di vivere con quello che abbiamo, rispettando la natura e coinvolgendo tutti in un percorso di crescita spirituale e sociale, mettendo al centro l’uomo, il lavoro e la sua dignità. Una delle cose vissute in questi tempi è l’esperienza del limite: un piccolo virus con dimensioni 600 volte più piccole di un capello ha determinato una profonda modifica delle abitudini di ciascuno e del pianeta intero. Occorre farne tesoro, riflettere sulla dimensione del limite umano e la parte economica verrà di conseguenza.
Buon Primo Maggio!
*Segretario nazionale del Movimento Lavoratori di Azione Cattolica (Mlac)
da Raffaella Rozzi | Apr 6, 2020 | Adulti
In questo momento tanto particolare vogliamo ancora di più “stare nel mondo” e sprigionare energie, creatività e vicinanza, come sempre l’Azione Cattolica, famiglia di famiglie, continua a fare da oltre 150 anni.
Proprio pensando a questo, desideriamo offrirvi 10 piccoli “esercizi” che possono aiutare tutti noi (adulti, soci, simpatizzanti, amici) a occuparci di noi stessi e degli altri continuando a sentirci parte di una grande famiglia com’è l’Azione Cattolica.
Oltre a questi piccoli esercizi abbiamo pensato alla possibilità di condividere ciò che viviamo (esperienze, materiali, iniziative) nel gruppo WathsApp “#iorestoACasa “ a cui potete partecipare inviando il numero di cellulare all’indirizzo email adulti@aclodi.it.
Perchè “anche se siamo isolati, il pensiero e lo spirito possono andare lontano, con la creatività dell’amore” come ha detto Papa Francesco nel messaggio agli italiani.
da Raffaella Rozzi | Mar 31, 2020 | Adulti
ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO
Ascoltate la Parola del Signore dal Vangelo secondo Marco 4, 35-41
In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!».
Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE
«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).
Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.
Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale.
Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.
Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).