SERVIRE, INFINITO DI AMARE

SERVIRE, INFINITO DI AMARE

di Raffaella Rozzi * 

Questa sera alla Casa della Gioventù il consiglio diocesano dell’Azione Cattolica si incontra in presenza. Faremo memoria di quel 20 febbraio in cui il consiglio diocesano, appena eletto dall’Assemblea, si è incontrato per la prima volta, per votare la terna di aderenti da presentare al Vescovo per la scelta del presidente diocesano. 

Quella sera abbiamo condiviso la preoccupazione per qualche amico con la febbre alta e difficoltà respiratorie, non sapevamo cosa fosse e nemmeno eravamo consapevoli di ciò che ci avrebbero riservato le settimane e i mesi seguenti. 

Ora siamo qui per ripartire senza dimenticare ciò che abbiamo vissuto anzi per ripartire proprio da ciò che abbiamo vissuto. Ci ritroviamo in Sala Paolo VI riprendendo ciò che abbiamo condiviso nei due incontri estivi del consiglio diocesano, che questa sera ascolta, riflette e si confronta sui percorsi avviati dai tre gruppi di lavoro. 

Le serate estive, abitate da volti conosciuti anche se mediate dallo schermo del pc, hanno accompagnato i pensieri di ciascuno perché incontrassero quelli di altri e insieme diventassero un’idea da cui far ripartire nuovi sentieri. 

Non ci sono decisioni già prese o programmi da realizzare, ma semplicemente attenzioni da mettere al centro e di cui prendersi cura insieme.

Sono risorse donate e inattese che nella loro semplicità e concretezza diventano preziose. 

Sono esperienze che generano semi di bene e avviano processi che conducono lontano. Sarà quindi importante mantenere ed intensificare lo scambio continuo tra il centro diocesano e le associazioni territoriali per valorizzare ogni realtà, perché nessuno sia lasciato indietro, perché ciascuno sia protagonista.

È importante che ciascuna associazione territoriale dedichi tempo ed energie a discernere i passi da compiere in quella comunità e in quel territorio in cui è posta, concentrandoci soprattutto su “tutto quello che c’è da fare”.

Il tema che ci accompagna quest’anno associativo, scelto dal Centro nazionale, riprende le parole di Gesù “Non sono venuto per essere servito ma per servire e dare la vita”. Allora il tema del servizio può essere declinato in tre prospettive: accompagnare la vita interiore e formare le coscienze, curare e coltivare i legami, servire la chiesa e il territorio mettendo al centro la fraternità e la logica delle alleanze. Solo così saremo uomini e donne che non hanno paura di rischiare la propria vita anzi sono disponibili a donarla, riconoscendo nell’umanità fragile e ferita il volto del Crocifisso risorto. 

L’icona biblica, che è immagine evocativa di parole e gesti, apre e accompagna ogni itinerario associativo. Perciò ci ritroveremo

Giovedì 24 settembre, tutti giovani adulti adultissimi, in ascolto della Parola del Vangelo di Marco. Da qui siamo invitati a partire con un passo più sicuro, proprio perché la Parola ci trasforma in “sine cura” ovvero senza quell’affanno e quella preoccupazione che rallentano il cammino. 

Abitiamo questo tempo con stile sinodale e fraterno! 

* presidente diocesano, editoriale pubblicato su Dialogo del 10 settembre 2020

Il tempo e la casa in presenza del coronavirus

Il tempo e la casa in presenza del coronavirus

* di Cornelia e Franco

Tutto ebbe inizio con l’assemblea diocesana dell’Ac del 16 Febbraio a Lodi. Eh sì, perché pochi giorni dopo scoppiò la pandemia del coronavirus, e quindi domenica 23 ci trovammo in tanti all’ospedale di Sant’Angelo per il tampone, visto e considerato che tanti partecipanti all’assemblea erano provenienti dall’ormai famosa zona rossa. Siamo stati in ballo dalle ore 11.00 alle ore 20.30, ultimi “tamponati”, salutati da solerti operatrici sanitarie che ci hanno detto: per almeno otto giorni restate in quarantena. Ne sono passati cento di giorni prima di poter riprendere un po’ di vita normale, tenendo presente che continuavano a dirci che eravamo una categoria a rischio. Lo dicevano radio e televisione, lo dicevano i giornali, ce lo dicevano figli e nipoti, ce lo dicevamo fra parenti ed amici. Cento giorni: ora che sono passati ripensiamo a quante cose avremmo voluto/dovuto fare e alle quali invece abbiamo dovuto rinunciare. Esempi: compleanno della nonna, del nonno e dello zio, la tanto attesa festa con figli e nipoti per il cinquantesimo anniversario di matrimonio (rinviata a data da destinarsi, faremo il cinquantunesimo!). Ripensiamo al dolore per i tanti defunti conosciuti, fra cui un caro amico che, pur risiedendo in Sud Africa, è stato anche lui colpito dal virus; ripensiamo alle tante telefonate intercorse per ascoltare, condividere, far sentire la nostra vicinanza pur essendo lontani. Comunque, come si usa dire, non tutto il male vien per nuocere. Abbiamo potuto riflettere e di conseguenza rivalutare tante cose materiali e spirituali. La Pasqua senza festa… sarà pur mancato il pranzo con tutti i famigliari, ma quanta più partecipazione in quelle gustate funzioni seguite in tv, con il Papa e il Vescovo; i rosari per l’Italia da tanti santuari. Quante riflessioni sul senso vero della vita di fronte a scene strazianti per i tanti morti, sulle difficoltà di chi ha perso il lavoro. Cari amici, abbiamo dovuto annullare la mattinata di spiritualità, il pellegrinaggio della terza età e gli esercizi spirituali. È dispiaciuto, ma sicuramente meditazioni e preghiere le abbiamo fatte in casa e in famiglia, supportati anche dai moderni mezzi di comunicazione e messi in rete dall’associazione. Alcune riflessioni sullo scorrere delle giornate che all’inizio sembravano monotone e interminabili hanno poi preso la loro routine scandita da alcuni momenti divenuti sempre più significativi: scoprire ogni mattina il dono di un altro giorno assieme regalatoci, assistere alla Santa Messa in tv, la presenza continua di entrambi senza l’assillo dei vari impegni associativi; la presenza del figlio ed apprezzare la sua disponibilità a lasciarci “confinati” in casa. Tuttavia non sono mancati neppure momenti di autentico relax come “l’ora bar” con caffè e gioco delle carte. Abbiamo riscoperto l’importanza del tempo che ci viene regalato gratuitamente e che non sapevamo apprezzare fino in fondo. Molto bello è stato riscoprirci come coniugi, parlando senza fretta e ragionando su tante cose, ricordando i nostri primi cinquant’anni di matrimonio e arrivando alla conclusione che forse non ci siamo mai sentiti così uniti come ora. Questo vuole essere l’augurio che estendiamo a tutti i cari amici dell’Ac ed a quanti hanno avuto la pazienza di leggerci. 

Senza anziani non c’è futuro: diciamo no a una sanità selettiva con chi è più fragile

Senza anziani non c’è futuro: diciamo no a una sanità selettiva con chi è più fragile

* di Simone Majocchi

Ricordiamo tutti come alcuni, nei primi giorni della diffusione del covid-19, spiegassero (talvolta anche con metafore grezze e sgradevoli) che le persone anziane e con patologie pregresse erano le più esposte di fronte ad un contagio così aggressivo: ricordo ad esempio l’enorme fastidio e la pesante tristezza che provai nel sentire una ricercatrice affermare che “il virus dà una spinta a chi è già compromesso”. Le persone anziane sono state effettivamente le più colpite, in virtù sia della fragilità della salute, sia di altri fattori, che non possiamo ignorare. Ora resta il grande dolore per la morte di tanti anziani, che non dobbiamo dimenticare, e mi chiedo se questa emergenza sanitaria non ci abbia messi di fronte ad una triste dinamica che già era implicitamente in atto nel nostro modello di società. Ce lo mostra l’appello della Comunità di Sant’Egidio, “Senza anziani non c’è futuro, appello per ri-umanizzare le nostre società. No a una sanità selettiva”, nel quale ho ritrovato molte consonanze con alcune riflessioni che negli scorsi mesi ero andato maturando. Gli anziani infatti sono una parte preziosa delle nostre vite e del tessuto sociale di una comunità, e senza di loro siamo tutti più poveri. Il testo dell’appello (facilmente reperibile sul web, e che invito a sottoscrivere) ci ricorda, anche sotto il profilo laico, che invece di lottare per “il diritto a morire”, si sarebbero dovute compiere ben altre battaglie civili per garantire la dignità di chi soffre: «In numerosi paesi di fronte all’esigenza della cura, sta emergendo un modello pericoloso che privilegia una “sanità selettiva”, che considera residuale la vita degli anziani. La loro maggiore vulnerabilità, l’avanzare degli anni, le possibili altre patologie di cui sono portatori, giustificherebbero una forma di “scelta” in favore dei più giovani e dei più sani. Rassegnarsi a tale esito è umanamente e giuridicamente inaccettabile. Lo è anche in una visione religiosa della vita, ma pure nella logica dei diritti dell’uomo e nella deontologia medica […]. La tesi che una più breve speranza di vita comporti una diminuzione “legale” del suo valore è, da un punto di vista giuridico, una barbarie». Il grado di civiltà di un popolo traspare anche dal rispetto che si porta agli anziani, ed è giunto il momento in cui ciascuno di noi si deve chiedere quale modello di cura e di assistenza stanno perseguendo la politica, le istituzioni sanitarie e la società nel suo complesso. Viene in mente un passaggio del De senectute di Cicerone: “Il peso dell’età è più lieve per chi si sente amato e rispettato dai giovani”. Siamo riusciti a far sentire i nostri anziani amati e al sicuro? Se poi dovessimo giudicare da quello che vediamo in queste ultime settimane, sembra che la preoccupazione principale delle istituzioni e del mondo economico sia ora solo il poter riconquistare i ritmi forsennati che hanno favorito il dilagare dell’epidemia, lasciando indietro ancora una volta chi è più fragile. Vuol dire quindi che stiamo andando verso un modello di società sempre meno a misura di anziano? Chiediamoci cosa significhi ciò, anche a fronte dell’invecchiamento della nostra società. Si tratta di fare i conti con le risorse che possiamo e vogliamo investire affinché il nostro sistema sanitario sia in grado di garantire la giusta e doverosa assistenza e cura ad una porzione sempre crescente di popolazione. L’appello ci offre un altro prezioso passaggio: «Crediamo che sia necessario ribadire con forza i principi della parità di trattamento e del diritto universale alle cure, conquistati nel corso dei secoli. È ora di dedicare tutte le necessarie risorse alla salvaguardia del più gran numero di vite e umanizzare l’accesso alle cure per tutti. Il valore della vita rimanga uguale per tutti. Chi deprezza quella fragile e debole dei più anziani, si prepara a svalutarle tutte. Con questo appello esprimiamo il dolore e la preoccupazione per le troppe morti di anziani di questi mesi e auspichiamo una rivolta morale perché si cambi direzione nella cura degli anziani, perché soprattutto i più vulnerabili non siano mai considerati un peso o, peggio, inutili». Le 6.773 vittime in Italia nelle RSA nel periodo tra il 1° febbraio e il 14 aprile (di cui si stima, per difetto, il 40% causate direttamente dal Covid) sono una pugnalata al cuore; i dati sono dell’Istituto Superiore di Sanità. In Lombardia, su 700 RSA, si sono considerate solo 266 strutture, per un totale di 1.625 morti. Non a tutti era stato fatto il tampone. Il 24 febbraio scrissi (in un testo ripreso anche dal quotidiano Libertà di Piacenza) che sarebbe stato necessario che l’ATS facesse subito i tamponi a tutti gli ospiti e gli operatori nelle RSA della prima zona rossa. Invece, dopo una prima e tardiva campagna di test, il 15 aprile l’ATS di Milano aveva addirittura comunicato che non avrebbe più fornito i tamponi alle RSA, che dall’8 marzo erano state scelte da Regione Lombardia per accogliere paradossalmente pazienti covid-positivi, senza preservare tali strutture come “bacini di protezione” per gli anziani. Non arrendiamoci all’idea che le RSA (e in un certo senso anche gli ospedali) siano una sorta di “non-luoghi”, spazi di città invisibili, aree che, assistendo gli anziani, evitano al tempo stesso alla società dei “giovani e sani” il “rischio” (che in realtà è un’opportunità preziosa) di entrare a contatto con l’anzianità e la malattia. A noi spetta ora di non dimenticarci di tutte queste vite disperse, di tutte queste storie interrotte troppo presto. Infatti resta un triste pregiudizio da combattere, e cioè l’idea che gli anziani deceduti per il Covid fossero comunque già al “capolinea”, come se questo potesse alleviare il dolore, o alleggerire le responsabilità. Questa pandemia ha letteralmente falcidiato una generazione… Pensiamo a questo: chi di noi non conserva un insegnamento prezioso tramandatogli da un nonno, da un prozio? Quanto povera sarebbe la nostra vita senza il dono costituito dall’affetto e dall’amore delle persone più anziane con cui abbiamo avuto il privilegio di condividere un tratto dell’esistenza? 

Un anno scolastico “strano”

Un anno scolastico “strano”

di Benedetta Forti

Anche questo anno scolastico è giunto al termine, ma a differenza degli scorsi, noi studenti non abbiamo provato la gioia di sentire con i nostri compagni l’ultima campanella prima dei tanto attesi mesi di vacanza. Sicuramente è stato un anno molto diverso e a dir poco “strano” perché dal 21 febbraio, a causa dell’emergenza sanitaria, siamo stati costretti a rimanere in casa e a seguire le lezioni in via telematica, attraverso videochiamate, lezioni in differita oppure tramite video assegnatici dagli insegnanti. La “Didattica a Distanza”, che è entrata fin da subito nella nostra quotidianità a pieno ritmo, ha avuto sia degli aspetti positivi, come la possibilità di mantenerci in contatto con compagni e professori e di stare al passo con gli argomenti per evitare di doverli recuperare in un’eventuale sessione estiva, sia dei risvolti negativi, come la difficoltà di seguire le lezioni a causa della mancanza di dispositivi oppure per la disorganizzazione di alcune scuole e la mancanza di impegno di certi professori. Un grande punto interrogativo di questo periodo è stato quello dell’Esame di Stato, che a poco meno di un anno dal suo ultimo cambiamento, si è ritrovato a dover essere rivisto nuovamente, tenendo conto delle ore svolte in presenza e delle norme di sicurezza da adottare per il suo svolgimento. Cosa ci aspetterà a settembre? Probabilmente si tornerà a scuola in didattica mista a gruppi alterni; sicuramente le nostre aule non saranno le stesse, con banchi distanziati e si pensa anche con qualche divisore di plexiglas. Nonostante le vacanze estive siano appena iniziate, la voglia di tornare tra i banchi è più forte che mai! 

 

SOGNARE PER CAMMINARE

SOGNARE PER CAMMINARE

di Raffaella Rozzi* 

Il prossimo fine settimana, secondo il calendario diocesano, saremmo stati insieme per il weekend formativo così da confrontarci sul futuro dell’Azione Cattolica. Rimaniamo nelle nostre case ma ci troviamo on line come Consiglio diocesano, eletto dall’Assemblea, per intraprendere un processo di discernimento comunitario che coinvolge tutta la nostra associazione, a partire dal centro diocesano per raggiungere i presidenti e le associazioni territoriali. I primi passi sono stati avviati dalla presidenza uscente a cui va il mio grazie riconoscente per quel di più di disponibilità donata all’associazione in questi mesi, la quale ha individuato due temi su cui riflettere, pregare, ascoltare la vita delle persone e metterla in dialogo con la Parola: la responsabilità e il futuro. Sono due questioni che si affacciano nell’anno assembleare e chiedono di essere condivise per dare fondamento al triennio che inizia, a maggior ragione oggi, 19 giugno 2020, quando rileggiamo il documento assembleare e ci accorgiamo che ciò che a febbraio pensavamo una prospettiva futura, è diventata realtà presente. Quindi è necessario ripartire da questo tempo per immaginare il domani. Il percorso si dipana in diversi passaggi: alcuni momenti di confronto on line per le commissioni diocesane, durante questa settimana; una riunione on line del Consiglio diocesano, venerdì 19 giugno, per ascoltare e fare tesoro di ciò che ciascun consigliere vorrà condividere; una seconda convocazione on line del Consiglio diocesano, giovedì 25 giugno, per trovare soluzioni condivise, che tendano al massimo bene possibile, nella certezza di aver avviato un processo a lunga scadenza che porta in sé la Novità la quale sconvolge i progetti di nostalgia e permette di sognare “i sogni degli anziani e le visioni dei giovani”. Sicuramente ci stiamo muovendo per abitare il cambiamento di questo mondo, di questa Chiesa, di questa associazione, sempre insieme, partendo da ciò che siamo diventati, per alcuni aspetti diversi e per altri noi stessi, perché abbiamo aperto il nostro cuore e quello delle nostre comunità all’Annuncio di Salvezza, che sempre ci precede nella Galilea del terzo millennio.

Camminiamo con le associazioni delle diocesi lombarde, con il Centro Nazionale, con l’Azione Cattolica Italiana e degli altri paesi del mondo: a ciascuno sta a cuore ripartire dalla realtà delle nostre città e dei nostri paesi, fare alleanze con altre associazioni, rendere ognuno protagonista, non lasciare indietro nessuno, impiegare tutta la creatività possibile per sperimentare, sostenuti dall’essere associazione al servizio e al fianco di tutti.

Per poter attraversare un terreno su cui si è abbattuta la tempesta, è necessario camminare adagio, camminare insieme, osservare volti, ascoltare voci, riconoscerci, sostenerci, allargare le braccia e tendere le mani. Prima di partire però rimaniamo in silenzio davanti a quel piccolo pezzo di pane che nutre il cammino dei pellegrini: così, domenica scorsa, nella festa del Corpus Domini, siamo rimasti in adorazione nel Suo Amore, perché Lui ci ha fatto incontrare noi stessi, ci ha accompagnato agli altri, allora, guardandoci negli occhi, che riportano il sorriso celato dalla mascherina, iniziamo un nuovo sentiero, con il passo dei discepoli missionari.

* presidente diocesano