da Raffaella Rozzi | Mar 30, 2020 | Blog
Il presidente nazionale Matteo Truffelli dedica un video messaggio all’Azione Cattolica di tutte le diocesi lombarde, in particolare quelle più colpite dagli effetti del Coronavirus, per portare la vicinanza dell’AC di tutta Italia.
da Raffaella Rozzi | Mar 13, 2020 | Blog
“Tutto ciò che c’è di grigio si colorerà”: le equipe ACR delle diocesi lombarde hanno lanciato questa iniziativa per fare ACR a distanza e continuare a portare un messaggio di speranza. L’intero messaggio per i ragazzi, al link e sulla pagina Facebook dell’ACR
L’ACR nazionale ha aperto un canale telegram per accompagnare ragazzi e famiglie con messaggi e attività per fare ACR in famiglia, come spiegato nel post al link
da Raffaella Rozzi | Mar 12, 2020 | Blog
Insieme come Presidenti dell’Azione Cattolica Italiana delle dieci diocesi di Lombardia desideriamo offrire un contributo di riflessione, di solidarietà, di vicinanza a tutti coloro che in questo tempo vivono in Lombardia. Una terra che evoca ricchezza, benessere, tecnologiaavanzata, ma che da qualche settimana è alla ribalta delle cronache per il COVID-19, gli isolamenti, i positivi, i malati e purtroppo i deceduti. E’ di domenica la notizia di un isolamento“regionale”: entrare e uscire dalla Lombardia può accadere ma solo per serissimi motivi. Un isolamento che ci viene chiesto per provare a spezzare il contagio. Un isolamento che si traduce in mancanza di scuola, mancanza di luoghi di socializzazione, mancanza dicelebrazioni e di comunità. Un isolamento che già dopo un giorno è stato esteso a livello nazionale e che potrà conoscere ancora altre misure.
Scopriamo nei divieti di essere profondamente interconnessi, il virus si è propagato per moltissimi legami anche non voluti che ci uniscono: mezzi pubblici, classi, squadre, equipe dilavoro, il condividere al bar il gioco delle carte…
I tanti NO che i decreti ci impongono sottendono il SI’ AL BENE comune, addirittura alla SALUTE COMUNE come valore da custodire anche con sacrificio. Tutti possiamo concorrere con comportamenti responsabili non facendo, non uscendo. Mentre la più parte si deve astenere dal fare, una piccola ma importantissima minoranza è impegnata ad agire in modo frenetico per curare, soccorrere, studiare soluzioni.
Non vanifichiamo il loro sacrificio con le nostre irreversibili abitudini.
Da fedeli laici accogliamo l’invito dei nostri vescovi a vivere questa Quaresima di digiuno e di non partecipazione riscoprendo il valore della comunione spirituale, della preghiera di intercessione, della solidarietà. Siamo chiamati a vivere la nostra fede quotidiana dando un valore speciale alla comunione: la preghiera delle lodi e dei vespri ci pone in comunione contutta la Chiesa che prega e intercede, la lettura personale della Parola ci unisce a vicenda.Cerchiamo la voce autorevole dei nostri vescovi in Internet e nei mezzi di comunicazionesociale: questo è di sprone per noi e ci permette di condividere una parola di speranza con chipuò averne bisogno. Impariamo nella prova vie di coltivazione della vita spirituale in giornatemolto secolarizzate, potremo farne tesoro anche in tempo di pace.
Accettiamo con responsabilità di convertirci a stili di vita diversi per il bene di tutti. Accettiamo con responsabilità di convertirci a stili di vita diversi per il bene di tutti. Quanto non abbiamo ancora accettato di fare nei riguardi del modo di consumare e modificare l’ambiente ora ci si impone dal lato dell’emergenza virale.Dobbiamo dire NO a comportamenti errati perché la solidarietà possa trovare vie per diventare un SI: questo deve avvenire in ciascuno e in tutti, perché si possa “uscire insieme “da questo male, via di una rinnovata azione politica per l’emergenza e per il tempo successivo.
In questa sospensione dal fare, dal partecipare, dall’agire immediato possiamo scoprire altre vie di intervento più sottili, più spirituali, non meno reali, non meno solidali.
- Ci impegniamo a tenere alta la preghiera nel quotidiano a livello personale e nelle nostre case intercedendo per tutti, perché ci sia presto un ritorno alla salute, perché medici e infermieri riescano a reggere questa crisi, perché chi ha responsabilità politiche provveda con il necessario, perché chi ha più risorse le renda disponibili a chi si sta drammaticamente impoverendo.
- Una particolare attenzione desideriamo esprimere per i sacerdoti delle nostre parrocchie, per i nostri vescovi: celebrano da soli, non possono incontrare la comunità, anche loro si ammalano. Anche nei loro confronti esprimiamo una vicinanza affettuosa, grata. Desideriamo far loro sapere che il loro celebrare ci fa bene, ci consola, ci incoraggia. Ci siamo: lontani e invisibili ma non assenti.
- Sensibilizzati alla rilevanza del NOI collettivo non vogliamo neppure che sia un NOI tutto lombardo o italiano: è un NOI globale come lo è l’epidemia, ormai una pandemia. Questo NOI non è fatto solo di COVID- 19. Questo male rischia di oscurare i mali di altri, la necessaria solidarietà verso altre sofferenze: quelle del popolo siriano, quelle dei popoli del Corno d’Africa alle prese con le cavallette, quella dei profughi di tante guerre, quelle dei poveri di sempre…. Agire per il bene di tutti non conosce egoismi: il bene vero è sempre riflessivo. Facciamo il bene e questo ci fa bene. Vivere un’appartenenza sostanziale alla grande famiglia umana, in spirito di fratellanza è la via che fa bene alla vita di ciascuno, non è retorica religiosa.
- Se avvertiamo la rilevanza reale delle relazioni lunghe che ci legano alla famiglia umana, in questo tempo avvertiamo anche la possibilità di riscoprire i rapporti brevi, familiari, condominiali, da vivere con rinnovata attenzione. L’anziano solo vicino di casa, genitori indifficoltà a curare i figli a casa da scuola accanto a persone in pensione che possono dare una mano, persone in isolamento a cui non far mancare la spesa fuori porta, l’apprendimento peer to peer nella didattica on line dove il ragazzo insegna all’adulto programmi innovativi perché l’adulto gli insegni una disciplina…
Come Associazioni e singoli di Azione Cattolica ci siamo, condividiamo, mettiamo adisposizione i nostri siti, i nostri canali, i nostri legami per comunicare, per coltivare relazioni, per inventarci nuovi stili di vita più fraterni e più solidali con tutte le persone, nella quotidianitàe con tutta la nostra Chiesa.
Ci sentiamo uniti a tutti con una particolare comunione tra le Chiese di lombardia grazie anchealle parole che il metropolita Arc. Mario Delpini e i vescovi di tutte le Diocesi ci stannoindirizzando con video, lettere, sms… Insieme possiamo attraversare questo tempo.
I Presidenti delle Associazioni delle Diocesi lombarde
Paola Massi – Bergamo
Giuliana Sberna – Brescia
Paolo Bustaffa – Como
Antonio Crotti – Crema
Silvia Corbari – Cremona
Raffaella Rozzi – Lodi
Robertino Mantovani – Mantova
Silvia Landra – Milano
Carla Conti – Pavia
Paolo Volpato – Vigevano
Valentina Soncini – delegata della Regione Lombardia con la delegazione regionale
Milano, 10 marzo 2020
da Nicolas Allovisio | Feb 29, 2020 | Adulti
FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME
Dal Vangelo di Luca [Lc 22,14-20]
14 Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, 15 e disse loro: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, 16 perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”. 17 E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: “Prendetelo e fatelo passare tra voi, 18 perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio”. 19 Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. 20 E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi”.
Riflettere spezzando la Parola di Dio (Luca Alquati)
Del brano che ci hanno proposto per la riflessione due parole ci hanno colpito: desiderio e memoriaDel brano che ci hanno proposto per la riflessione due parole ci hanno colpito: desiderio e memoriaDue parole pronunciate da Gesù.
“Ho tanto desiderato di mangiare con voi questa Pasqua” [Lc22, 16a]
“Ho tanto desiderato di mangiare con voi questa Pasqua” [Lc22, 16a]
“Fate questo in memoria di me” [Lc 22, 19b]
Queste due parole sono tra loro molto legate soprattutto se le pensiamo alla luce del nostro matrimonio.
Desiderio
Cogliamo il desiderio nell’accezione di speranza, di ricerca di ciò che ci manca e proprio perché è importante e ci manca è desiderato, ma anche una presenza: ciò che si desidera è già presente nell’atto stesso del desiderio.Se pensiamo all’atteggiamento di Gesù prima dell’ultima cena ci accorgiamo che Lui voleva ardentemente raggiungere i suoi discepoli per unirsi a loro; la forza travolgente dell’amore nascosto nel suo desiderio si è realizzato nel dono di tutto sè stesso corpo e sangue, e ancora oggi ci pare di sentirLo ripetere: “Ho tanto desiderato di mangiare con voi questa Pasqua”Anche noi, come Lui, da fidanzati, da innamorati abbiamo desiderato dare corpo e anima al nostro amore, quanto abbiamo atteso il giorno del nostro Sì perché il nostro Amore potesse essere pieno e completo e quando lo abbiamo vissuto, l’amore e la passione ci hanno travolti e ci siamo detti: «Dobbiamo farlo ancora, facciamolo ancora! Per sempre!».Gesù ha un desiderio “da Dio “che umanamente non possiamo comprendere, ma conosciamo la forza del nostro desiderio, del nostro desiderare mia moglie e mio marito! Da questo possiamo intuire queste parole di Gesù «Ho ardentemente desiderato di mangiare con voi questa Pasqua» come un desiderio di Amore di Dio per me, per la mia coppia, per tutta l’umanità.Se questo è il desiderio che muove Gesù si comprende perché Lui voglia farne memoria ancora, ogni giorno, per sempre.
Memoria
Secondo la tradizione biblica, “ricordare”, “far memoria” non è semplicemente richiamare alla memoria un evento o una persona con un atto interiore, intellettuale o psicologico, ma significa ricompiere un atto, richiamarlo con il racconto della sua storia, sapendo che nel momento in cui lo si attualizza esso ha la stessa efficacia che aveva in origine: memoriale.Secondo la tradizione biblica, “ricordare”, “far memoria” non è semplicemente richiamare alla memoria un evento o una persona con un atto interiore, intellettuale o psicologico, ma significa ricompiere un atto, richiamarlo con il racconto della sua storia, sapendo che nel momento in cui lo si attualizza esso ha la stessa efficacia che aveva in origine: memoriale.Per venire al nostro brano significa che il «Fate questo in memoria di me» è un comando esplicito di Gesù di ri-attualizzare, ri-vivere nel tempo quel gesto e quel contenuto vissuti da Lui. Gesù non ci vuole semplicemente raccomandare: «Ricordatevi, non dimenticatevi di me!» ma ci invita a rivivere il mistero che Lui ha celebrato.Tutte le volte che diciamo: «Fate questo in memoria di me», riattualizziamo quella stessa cena, scompare il tempo e noi siamo resi commensali di Gesù. Per la nostra cultura e il nostro modo di pensare, che tende a bruciare tutto e subito e a non avere nessuna memoria, a nascondere i ricordi e vivere solo l’oggi, ci risulta un po’ difficile entrare nella logica del “memoriale”.Per la nostra cultura e il nostro modo di pensare, che tende a bruciare tutto e subito e a non avere nessuna memoria, a nascondere i ricordi e vivere solo l’oggi, ci risulta un po’ difficile entrare nella logica del “memoriale”.Per capire meglio il significato di «fare memoria» proviamo ad attingere alla nostra relazione d’amore.Quando bacio mia moglie o mio marito in modo intenso e profondo questo bacio contiene ed esprime tutta la nostra storia passata, il nostro fidanzamento, i nostri lunghi anni di matrimonio, ma non solo, questo bacio è anche un ponte sul futuro, sul ”per sempre” che ci siamo detti il giorno del nostro Sì e che ancora vuole realizzarsi. “Ti bacio perché voglio amarti anche domani, perché voglio che tu sappia che il mio domani è con te”. Il bacio, come ogni atto coniugale, allora contiene una storia del passato, attualizza quella storia nel presente ed è annuncio di un legame che andrà avanti nel tempo futuro per sempre.Quanto è pieno di vita quel bacio che oggi do a mia moglie e a mio marito!Così, in quel «Fate questo in memoria di me» c’è la volontà esplicita di Gesù di riattualizzare, come in un bacio, una storia d’amore, la sua storia d’amore con me e con la mia coppia.Il mio “Ti amo” detto a mia moglie o a mio marito, è allora strettamente legato al “ti amo” che Gesù dice a me.Quando facciamo comunione tra di noi, quando facciamo l’amore noi stiamo onorando come sposi cristiani quel “Fate questo in memoria di me”, fatelo ancora, facciamolo ancora!. Un ordine dato da un amore, che non accetta di vivere solo di atti passati: a chi di noi basta essersi amati solo la prima notte di nozze? A chi di noi basta aver ricevuto attenzioni e carezze solo nei primi mesi di matrimonio? A noi non basta. Cambieranno con l’età, i modi e i tempi ma la nostra intimità chiede di essere vissuta ogni giorno per tutta la vita.Solo così si realizza quello che dice San Paolo nella lettera agli Efesini: «E i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!» [Ef 5, 31-32].
“Prendete e mangiate questo è il mio corpo “[Lc22,19]
Tutti noi sposi siamo annunciatori di questo mistero grande.Tutti noi sposi siamo annunciatori di questo mistero grande.Ma per vivere a fondo questo Mistero, occorre passare attraverso la croce e giungere alla resurrezione.Noi sposi lo dobbiamo vivere come la morte all’io, per risorgere al noi.Morire all’io non significa annullarsi, dissolversi, ma morire al nostro egoismo, perché se c’è egoismo non c’è amore, ma possesso e quanti egoismi dai più grandi ai più piccoli viviamo ogni giorno?Risorgere al Noi è trasfigurare il nostro essere perché io possa vivere nel cuore e nella vita di mia moglie, e viceversa e insieme possiamo essere testimoni della luce del risorto, colui che ci chiede di essere e di fare memoria di lui, memoria del nostro Sì scambiato il giorno del nostro matrimonio.Proprio in quel giorno abbiamo deciso di diventare un NOI e oggi nella quotidianità questo si sta realizzando.
Riflettere spezzando la Parola di Dio – Annamaria Scaglioni
L’eucarestia come “memoria di comunione”
Quante volte quando partecipiamo all’Eucarestia e sostiamo in silenzio davanti ai gesti ed alle parole della consacrazione, ci viene spontaneo mettere davanti a Dio la nostra vita, i momenti che stiamo vivendo, le nostre difficoltà e tutte le persone che ci sono care.Quante volte quando partecipiamo all’Eucarestia e sostiamo in silenzio davanti ai gesti ed alle parole della consacrazione, ci viene spontaneo mettere davanti a Dio la nostra vita, i momenti che stiamo vivendo, le nostre difficoltà e tutte le persone che ci sono care.Portiamo con noi la nostra famiglia, i nostri amici e spesso anche coloro che ci fanno ferito perché vogliamo trovare un modo per ricucire rancori e divergenze.Ci sentiamo in un momento privilegiato nel quale la distanza fra noi ed il nostro Dio è sparita, siamo nell’anticamera del Paradiso dove sentiamo il Respiro del nostro Dio. Non lo vediamo, se non nascosto in un’ostia immacolata ma percepiamo la sua presenza viva che si fa vicina, quasi riusciamo a toccarla e poi Lui entra nel nostro corpo e sosta, fino a sciogliersi e diventare parte di noi stessi.In quel momento sentiamo dal sacerdote una parola precisa che ri-eccheggia con insistenza e ci ripete “Fate questo in memoria di me!”. Sembra che Lui, Gesù, voglia fortemente divenire un ricordo vivo della nostra memoria. La sua storia di 2000 anni fa vuole fare parte della nostra storia e divenirne un ricordo vivo, diretto.Sembra che Lui, Gesù, voglia fortemente divenire un ricordo vivo della nostra memoria. La sua storia di 2000 anni fa vuole fare parte della nostra storia e divenirne un ricordo vivo, diretto.Sembra volerci dire che ciò che ha fatto per i suoi discepoli, i suoi amici, parenti, le donne che lo seguivano, l’avrebbe fatto anche oggi per me, per te, per tutti noi. Ha amato i suoi e con loro ama ancora oggi tutti noi.La forza del suo amore non si è spenta, non si è consumata nel tempo ma è ancora viva e batte forte per me oggi.Il suo è un amore grande, capace di donare la vita, tutto, senza riserve, anche per un amore non ricambiato, anche per un amico dubbioso, infedele o codardo che lo tradisce o lo rinnega.Gesù consuma la sua ultima cena in un clima strano, tutt’altro che sereno; erano momenti di paura, tutto era stato organizzato di fretta, da gente estranea, non dagli invitati né da Gesù eppure, malgrado questo Gesù ha compiuto fino all’ultimo il suo dono di amore per i suoi. Lui è divenuto la portata principale della cena, infatti c’erano il pane, il vino ma…la carne, l’agnello, chi l’ha preparato? Nessuno! Lui è diventato il piatto principale da condividere insieme. L’incontro, la relazione con Lui, erano il pretesto per stare insieme, tutti, ancora un’ultima volta, per gustare il piacere della sua compagnia ed attingere alle sue Parole di Vita.Questa Relazione di Comunione vera e sincera fra fratelli è il messaggio fondamentale di Gesù di cui oggi “fare memoria”. Siamo tutti figli di questa Comunione e fratelli legati profondamente gli uni agli altri da un destino comune. Questo è il fulcro del suo messaggio d’amore di cui fare memoria viva ogni giorno.Noi sposi esprimiamo una forma speciale e privilegiata di questo amore totalizzante che noi riserviamo quotidianamente alla persona che abbiamo scelto di amare, ma non solo, questo amore ci apre agli altri che sono: i nostri figli, i figli dei nostri figli, le loro nuove famiglie, gli amici etc.Anche noi desideriamo come Cristo, che il nostro amore, i nostri sacrifici, le nostre fatiche quotidiane siano impresse nella memoria di chi ci vive al fianco, marito e …figli …Anche noi a volte viviamo nell’incomprensione, nella paura, nella difficoltà eppure come Cristo andiamo avanti.Anche noi a volte subiamo tradimenti o rinnegamenti proprio da coloro che amiamo e per questo soffriamo, anche noi a volte procuriamo tutto questo ai nostri cari e loro ci amano ancora.Per tutto questo il nostro amore coniugale si fa immagine dell’amore di Dio per noi, nel nostro sapere resistere ai nostri limiti, alle nostre differenze a volte insormontabili, alle nostre colpe e ai nostri tradimenti … questa nostra fatica quotidiana rende grande il nostro amore e solo quando riusciamo a mettere da parte il nostro egoismo e riusciamo a fare il primo passo verso l’altro ricostruiamo quella Comunione che ci riporta al benessere della nostra relazione, ci fa respirare un’aria fresca, assaporare il profumo del nostro amore, ancora più intenso di quello del primo giorno perché sicuramente più maturo.Ecco, in questa Comunione di Vita facciamo memoria del Suo Amore per noi e viviamo l’Eucarestia!
da Nicolas Allovisio | Feb 29, 2020 | Adulti
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA QUARESIMA 2020
«Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20)
Cari fratelli e sorelle!
Anche quest’anno il Signore ci concede un tempo propizio per prepararci a celebrare con cuore rinnovato il grande Mistero della morte e risurrezione di Gesù, cardine della vita cristiana personale e comunitaria. A questo Mistero dobbiamo ritornare continuamente, con la mente e con il cuore. Infatti, esso non cessa di crescere in noi nella misura in cui ci lasciamo coinvolgere dal suo dinamismo spirituale e aderiamo ad esso con risposta libera e generosa.
1. Il Mistero pasquale, fondamento della conversione
La gioia del cristiano scaturisce dall’ascolto e dall’accoglienza della Buona Notizia della morte e risurrezione di Gesù: il kerygma. Esso riassume il Mistero di un amore «così reale, così vero, così concreto, che ci offre una relazione piena di dialogo sincero e fecondo» (Esort. ap. Christus vivit, 117). Chi crede in questo annuncio respinge la menzogna secondo cui la nostra vita sarebbe originata da noi stessi, mentre in realtà essa nasce dall’amore di Dio Padre, dalla sua volontà di dare la vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Se invece si presta ascolto alla voce suadente del “padre della menzogna” (cfr Gv 8,45) si rischia di sprofondare nel baratro del nonsenso, sperimentando l’inferno già qui sulla terra, come testimoniano purtroppo molti eventi drammatici dell’esperienza umana personale e collettiva.
In questa Quaresima 2020 vorrei perciò estendere ad ogni cristiano quanto già ho scritto ai giovani nell’Esortazione apostolica Christus vivit: «Guarda le braccia aperte di Cristo crocifisso, lasciati salvare sempre nuovamente. E quando ti avvicini per confessare i tuoi peccati, credi fermamente nella sua misericordia che ti libera dalla colpa. Contempla il suo sangue versato con tanto affetto e lasciati purificare da esso. Così potrai rinascere sempre di nuovo» (n. 123). La Pasqua di Gesù non è un avvenimento del passato: per la potenza dello Spirito Santo è sempre attuale e ci permette di guardare e toccare con fede la carne di Cristo in tanti sofferenti.
2. Urgenza della conversione
È salutare contemplare più a fondo il Mistero pasquale, grazie al quale ci è stata donata la misericordia di Dio. L’esperienza della misericordia, infatti, è possibile solo in un “faccia a faccia” col Signore crocifisso e risorto «che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Un dialogo cuore a cuore, da amico ad amico. Ecco perché la preghiera è tanto importante nel tempo quaresimale. Prima che essere un dovere, essa esprime l’esigenza di corrispondere all’amore di Dio, che sempre ci precede e ci sostiene. Il cristiano, infatti, prega nella consapevolezza di essere indegnamente amato. La preghiera potrà assumere forme diverse, ma ciò che veramente conta agli occhi di Dio è che essa scavi dentro di noi, arrivando a scalfire la durezza del nostro cuore, per convertirlo sempre più a Lui e alla sua volontà.
In questo tempo favorevole, lasciamoci perciò condurre come Israele nel deserto (cfr Os 2,16), così da poter finalmente ascoltare la voce del nostro Sposo, lasciandola risuonare in noi con maggiore profondità e disponibilità. Quanto più ci lasceremo coinvolgere dalla sua Parola, tanto più riusciremo a sperimentare la sua misericordia gratuita per noi. Non lasciamo perciò passare invano questo tempo di grazia, nella presuntuosa illusione di essere noi i padroni dei tempi e dei modi della nostra conversione a Lui.
3. L’appassionata volontà di Dio di dialogare con i suoi figli
Il fatto che il Signore ci offra ancora una volta un tempo favorevole alla nostra conversione non dobbiamo mai darlo per scontato. Questa nuova opportunità dovrebbe suscitare in noi un senso di riconoscenza e scuoterci dal nostro torpore. Malgrado la presenza, talvolta anche drammatica, del male nella nostra vita, come in quella della Chiesa e del mondo, questo spazio offerto al cambiamento di rotta esprime la tenace volontà di Dio di non interrompere il dialogo di salvezza con noi. In Gesù crocifisso, che «Dio fece peccato in nostro favore» (2Cor 5,21), questa volontà è arrivata al punto di far ricadere sul suo Figlio tutti i nostri peccati, fino a “mettere Dio contro Dio”, come disse Papa Benedetto XVI (cfr Enc. Deus caritas est, 12). Dio infatti ama anche i suoi nemici (cfr Mt 5,43-48).
Il dialogo che Dio vuole stabilire con ogni uomo, mediante il Mistero pasquale del suo Figlio, non è come quello attribuito agli abitanti di Atene, i quali «non avevano passatempo più gradito che parlare o ascoltare le ultime novità» (At 17,21). Questo tipo di chiacchiericcio, dettato da vuota e superficiale curiosità, caratterizza la mondanità di tutti i tempi, e ai nostri giorni può insinuarsi anche in un uso fuorviante dei mezzi di comunicazione.
4. Una ricchezza da condividere, non da accumulare solo per sé
Mettere il Mistero pasquale al centro della vita significa sentire compassione per le piaghe di Cristo crocifisso presenti nelle tante vittime innocenti delle guerre, dei soprusi contro la vita, dal nascituro fino all’anziano, delle molteplici forme di violenza, dei disastri ambientali, dell’iniqua distribuzione dei beni della terra, del traffico di esseri umani in tutte le sue forme e della sete sfrenata di guadagno, che è una forma di idolatria.
Anche oggi è importante richiamare gli uomini e le donne di buona volontà alla condivisione dei propri beni con i più bisognosi attraverso l’elemosina, come forma di partecipazione personale all’edificazione di un mondo più equo. La condivisione nella carità rende l’uomo più umano; l’accumulare rischia di abbrutirlo, chiudendolo nel proprio egoismo. Possiamo e dobbiamo spingerci anche oltre, considerando le dimensioni strutturali dell’economia. Per questo motivo, nella Quaresima del 2020, dal 26 al 28 marzo, ho convocato ad Assisi giovani economisti, imprenditori e change-makers, con l’obiettivo di contribuire a delineare un’economia più giusta e inclusiva di quella attuale. Come ha più volte ripetuto il magistero della Chiesa, la politica è una forma eminente di carità (cfr Pio XI, Discorso alla FUCI, 18 dicembre 1927). Altrettanto lo sarà l’occuparsi dell’economia con questo stesso spirito evangelico, che è lo spirito delle Beatitudini.
Invoco l’intercessione di Maria Santissima sulla prossima Quaresima, affinché accogliamo l’appello a lasciarci riconciliare con Dio, fissiamo lo sguardo del cuore sul Mistero pasquale e ci convertiamo a un dialogo aperto e sincero con Dio. In questo modo potremo diventare ciò che Cristo dice dei suoi discepoli: sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13-14).
Francesco
Roma, presso San Giovanni in Laterano, 7 ottobre 2019,
Memoria della Beata Maria Vergine del Rosario
da Nicolas Allovisio | Feb 29, 2020 | Blog
Ricordando l’adagio “ognuno parli solo di ciò che vive”, mi trovo in questa meditazione ancora più in difficoltà rispetto alla precedente. Perdonatemi se allora mi limiterò a consegnarvi solo alcuni spunti, che anch’io ricevo da altri, ma che sono più nella “testa” che dentro il cuore.
In “memoria”… Alcuni spunti sull’importanza della “memoria”
La memoria è una delle facoltà a cui facciamo meno caso e a cui diamo meno importanza e invece pare essere un aspetto determinante della nostra vita. Molte delle nostre scelte, emozioni, reazioni dipendono infatti dalla memoria. In essa si sedimentano e si conservano le immagini di ciò che abbiamo visto, le conoscenze che abbiamo acquisito, i ricordi più carichi di affetto, le sensazioni più forti, i ricordi delle persone che più hanno segnato la nostra vita, le parole più forti che ci sono state rivolte, i fatti e gli eventi che hanno costituito la nostra biografia… insomma, la memoria è il luogo della mia identità, è ciò che costituisce il “mio” modo naturale, spontaneo, istintivo di relazionarmi con tutto e con tutti. Se la memoria è così importante, merita allora alcune attenzioni.
Abbi cura della tua memoria, perché “l’uomo è ciò che mangia”
La prima attenzione è l’importanza di aver cura di tutto ciò che entra nella nostra memoria. I Padri del deserto insegnavano ai giovani monaci ad essere buoni portinai del proprio cuore. Evagrio raccomanda, ogni volta che si affaccia un pensiero nel cuore, che prima di aprire la porta, gli si chieda: “Sei dei nostri o no? Da dove vieni? Dove mi vuoi portare?”. Tutti conosciamo la curiosa definizione data da Feuerbach all’uomo: l’uomo è ciò che mangia. C’è un aspetto di verità in questa frase: ciò che entra in noi e si sedimenta nel cuore (la “memoria”) ci costituisce. Stai attento quindi a ciò che fai entrare. “Se mangi cibi avariati, ti verrà il mal di pancia”. Se nutri costantemente la tua memoria di immagini, di parole, di gesti che sanno della vita vecchia, quella che gira attorno all’individuo, che dice sempre “io” e “io, per primo” e “io, tutto” e “io, subito” e “io, da solo”… non stupirti se poi inizierai a vivere una vita avvelenata. Ci siamo nutriti, noi cristiani, per decenni di televisione, internet, mezzi di comunicazione sociale che trasmettono e osannano la vita degli individui… e cosa ne è venuto? Che in Italia facciamo fatica a trovare ancora uomini e donne, laici, preti e vescovi come quelli che segnarono la stagione conciliare. Troviamo invece ben altro: scandali sessuali, economici, abusi di potere, ricerca di audience, bisogno di apparire, invidie e gelosie ecclesiali, carrierismo… Sì, l’uomo è ciò che mangia. Impariamo allora a “mangiare bene”, a scegliere “ciò che mangiamo”, ad “alzarci da tavola” al momento giusto. Cerchiamo nella vita ciò che ha il sapore, il gusto, la bellezza delle cose “autenticamente spirituali”… non “spiritate” o “bigotte”, mi raccomando! Nei primi secoli la chiesa ha costruito splendidi luoghi per la vita e la liturgia dei suoi figli, pieni di immagini che trasmettessero il gusto della vita rinata dal Battesimo: altro che le statue o le immagini bigotte delle nostre Chiese di oggi o il freddo grigiore delle Chiese degli ultimi anni. Cercate le cose autenticamente spirituali, le cose che portano il timbro di quella “vita nuova, risorta, comunionale, feconda” che dà Colui che dice “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” e nutrite di quelle le orecchie, gli occhi, il cuore. Un prete della nostra Diocesi mi disse una volta che in casa non aveva più la televisione. Mi sembrò allora un gesto stravagante e fuori dal tempo. Poi a distanza di anni sono arrivato anch’io alla sua stessa conclusione: beh, vi dico che non solo si vive anche senza, ma si vive meglio. Meno turbati dalle passioni di ogni tipo, meno agitati, meno toccati dalle “mode del momento”. Certo, non basta né è necessario per forza fare questa scelta: la cosa che conta è imparare a discernere. E il discernimento non nasce dai ragionamenti che fa la testa, ma dalle cose che ha gustato il cuore. Gustate cose “buone”… e il resto verrà da sé, ciascuno a modo suo.
Lascia che il Signore risani la tua memoria
Ma la memoria non solo va nutrita, a volte va anche risanata. Nella nostra memoria si sedimentano paure, ferite, parole sbagliate che ci sono state rivolte e a cui abbiamo purtroppo creduto. Don Fabio Rosini, un prete romano, nelle sue catechesi ai giovani parlava, a questo proposito, di un “grappolo di pensieri neri” che c’è nel cuore di ciascuno di noi, frutto dei fallimenti vissuti, delle difficoltà provate, delle parole cattive ricevute, dei tradimenti e degli abbandoni, delle ferite che i fatti della vita hanno lasciato su di noi. Pensieri neri, tenebrosi che si concatenano l’uno con l’altro e che in verità altro non sono che menzogne su di noi e sugli altri a cui abbiamo dato credito. Che si fa con questa memoria ferita? L’unico che guarisce la memoria è il Signore! Questa è una specialità soltanto sua. Consegnala a Lui, raccontala a Lui, aprila a Lui. Lui la guarisce in un modo tutto suo: non estirpandola (è una parte di te! sarebbe come tirarti via un pezzo di vita…), ma trasfigurandola (ciò che era al servizio del ‘male’, passa ora al servizio del bene tuo e dei fratelli… ciò che puzzava di morte, prende il profumo della vita… ciò che era tenebra, diviene ora avvolto dalla luce). Non è questa la Pasqua? Lazzaro, vieni fuori! Perché avvenga in te questa risurrezione è necessario solo un atto di fiducia: Togliete la pietra dal sepolcro.
Il paradosso della memoria cristiana: un passato che è futuro
La “memoria cristiana” ha un tratto tutto suo, paradossale: è memoria dell’eterno, una “memoria escatologica”. Cosa vuole dire questa parola così strana? Che l’amico di Gesù, quando fa memoria di Lui, non fa memoria di un evento del passato, né di un evento di un futuro sganciato con il presente, ma di un evento eterno, di un evento che, pur avvenuto nel passato, non smette di essere “presente”, orientato al suo compimento definitivo. Per questo la “tradizione” della Chiesa non è mai un insieme di affermazioni, di regole o di pratiche chiuse; una sorta di “scatola nera” con manuali pieni di idee, regole, valori, pratiche che una generazione passa all’altra perché non vadano perdute. No: la tradizione della Chiesa è sempre viva, è sempre giovane, perché la tradizione è il Signore vivo, lo Spirito vivificante, il Padre origine della vita. Non è quindi nemmeno l’estrosità di chi ricerca e insegue ogni novità, per il gusto di fare sempre diverso… La tradizione è un organismo che cresce nel tempo e il cui compimento è già nella Gerusalemme del cielo. La tradizione è un fiume che non ci raggiunge dal passato, da ciò che abbiamo dietro alle spalle, ma ci arriva dal Regno, da ciò che sta davanti a noi. L’origine del fiume è il Padre e l’origine è sempre sovrabbondante, come una sorgente che non smette mai di far sgorgare acqua. Più torniamo all’origine, più facciamo memoria dell’origine, più ci avviciniamo alle Fonti (il cuore del Padre) e più siamo giovani, nuovi, vivi e vivaci. Fare memoria non è allora né la stravaganza di chi non ha radici, né la rigidità del “si è sempre fatto così”. Questa è la “memoria” che avviene anche nell’Eucarestia. Non si tratta di ricordare un evento passato: l’Ultima Cena di Gesù. Ma di entrare nella Gerusalemme del Cielo, di sederci alla tavola del Regno, di sostare in compagnia dei Santi, di udire la voce del Padre, di contemplare l’Agnello immolato e risorto in cui è già ricapitolata tutta la storia, di respirare lo Spirito datore di vita. Siamo “àncorati” non al passato, ma all’eterno.Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; 2pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! (Col 3,1-3)
Ricordati… la memoria degli incontri con Dio
Ultimo pensiero riguardo alla memoria mi viene da una pagina di Vangelo che la Liturgia feriale ci ha consegnato qualche settimana fa’. Siamo nel Vangelo di Marco. Gesù ha appena moltiplicato i pani. Lo ha fatto già due volte. E ora sta attraversando il lago, sulla barca, con i discepoli. E mentre Gesù parla, i discepoli, sulla barca, si distraggono, perché si accorgono di “non aver con loro che un solo pane”. Gesù si accorge della loro agitazione e allora li rimprovera (con una certa bontà, a dire il vero), cercando di risvegliare proprio la loro memoria:«Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? 18Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, 19 quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». 20«E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». 21E disse loro: «Non capite ancora?» (Mc 8,17-21)3Non vi ricordate? Ecco il guaio dei discepoli: hanno la memoria corta, non hanno memoria. Una santa donna una volta mi disse, durante un corso di esercizi, che la memoria è come la custodia degli occhiali: li racchiude e li protegge, per conservarli nel tempo. Le grazie di Dio, gli interventi di Dio nella nostra vita – continuava – richiedono allora di essere anche loro avvolti, custoditi, conservati in quella custodia che è la nostra “memoria”. Non chiede proprio così il Signore al suo popolo che sta per entrare nella Terra Promessa?2Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto… […] 12Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, 13quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, 14il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; 15che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; 16che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire.Spesso nella Scrittura, nei luoghi in cui Dio si manifesta, l’uomo erige una “memoria”, per non dimenticarsi del dono che ha ricevuto, della Parola che gli è stata data, dell’incontro di alleanza che lì è stato siglato… Custodisci allora anche tu la memoria degli incontri che hai avuto con Dio, “erigi le tue memorie”: ti saranno utili, soprattutto quando verrà il momento della prova e si farà sentire il grappolo dei pensieri neri. Il primo incontro tra Giovanni, l’Apostolo, e Gesù fu così custodito dal cuore del discepolo, che a distanza di anni egli ricordava ancora non solo il luogo, ma anche il tempo di quell’evento di grazia: Erano circa le quattro del pomeriggio.
“Fate questo”… il “fare” dell’Eucarestia
La “memoria” che oggi ci è chiesto di meditare è la memoria dell’Eucarestia. Una memoria che ha a che fare con qualcosa “da fare”. Cos’è questo “fare” che accende e nutre la nostra memoria nell’Eucarestia?Mi sembra che il “fate questo” qui in gioco, possa essere compreso meglio, quando comprendiamo il cuore di ogni Eucarestia. E il cuore della Messa, a cui tante volte partecipiamo, mi sembra stare in quel momento che chiamiamo “offertorio”. Il cuore di questo momento, a sua volta, non sta certo, come tutti sappiamo, nel cestino che passa per i banchi della chiesa a raccogliere “le offerte”. Se fosse così, saremmo obbligati tutti a metterci dentro qualcosa e a chi non ci mettesse niente, gli sarebbe impedito di continuare la liturgia. Provo a dirlo in altre parole: qual è l’offerta che a quel punto della Messa avviene? E perché è così importante? L’offertorio ci dice una cosa: che il “fate questo” non può avvenire senza che tutti in chiesa in quel momento procediamo all’offerta, facciamo la nostra offerta. “Fate questo” è “fate l’offerta”. Quale offerta? L’offerta rappresentata da quel pane e quel vino, che non a caso, non dovrebbero mai trovarsi sulla mensa dell’altare dal principio della messa, ma dovrebbero essere portati all’altare al modo di un’offerta… e non dovrebbero trovarsi nelle mani del presbitero che presiede l’eucarestia senza che egli li abbia ricevuti da chi ha il compito di offrirli: l’assemblea del popolo di Dio, che esercita qui il suo sacerdozio battesimale. Perché? Perché l’offerta del pane e del vino è l’offerta niente meno che della nostra umanità. Non dell’umanità come concetto astratto, generico… ma della mia, della tua, ossia l’umanità personale di ciascuno di noi. Questa viene portata all’altare, insieme a tutto il creato, nei simboli del pane e del vino e l’unico modo per cui possa essere portata all’altare è che sia offerta, donata liberamente e per amore, da ciascuno di noi. Solo questa offerta rende possibile il proseguio dell’Eucarestia. Quando il presbitero infatti alzerà il pane e il calice del vino, dopo la consacrazione, e dirà in nome di Cristo Questo è il mio corpo e Questo è il mio sangue… è anche di noi, infatti, che si sta parlando. Quel pane e quel vino è anche la nostra umanità, con tutte le sua fragilità. Cristo l’ha presa tra le mani, l’ha unita alla sua divinità, per la forza d’amore dello Spirito Santo, ed ora è “il suo corpo”, il “suo sangue”. E proprio per questa unione con lui, la nostra umanità consegnata nelle sue mani, travalica i cieli, supera la barriera del tempo e della morte, arriva già presso il Padre: Per Cristo, con Cristo, in Cristo, a Te Dio Padre Onnipotente… E che la nostra umanità è già portata nel Regno, lo testimonia quello che segue: ci scambiamo il dono della pace, perché nel Regno siamo già tutti fratelli e sorelle pienamente riconciliati tra di noi, senza che nessuna offesa, rancore, sospetto rovini la nostra fraternità… e ci troviamo al banchetto della tavola del Regno, dove siamo nutriti niente meno che di Dio stesso, comunicando alla sua vita divina, che è vita non di tanti individui isolati, in lotta per la loro sopravvivenza o per stabilire chi vale di più degli altri… ma di persone intessute l’una nell’altra, l’una per l’altra, ad immagine di Colui che è la Comunione. Sant’Agostino insegnava che quando ci avviciniamo all’altare per ricevere l’Eucarestia, il presbitero ci rivolge una frase che dovremmo in realtà intendere come una domanda. “Corpo di Cristo”, non significa tanto “Guarda che questo è il corpo di Cristo e non un pane comune”, ma “Vuoi tu, unendoti al Cristo, diventare parte del suo corpo? Vuoi tu, comunicandoti all’Eucarestia, diventare il corpo di Cristo?”. E ognuno di noi rispondendo “Amen”, è come se dicesse “Sì, lo voglio. Voglio essere un pezzo di questo corpo di Cristo risorto, che è la sua Chiesa”. Per questo la Chiesa antica non conservava l’Eucarestia per l’adorazione, ma per la comunione dei malati e degli assenti. Non è strana questa cosa? Non c’è cosa più preziosa per la Chiesa che l’Eucarestia. Non c’è luogo in cui la presenza del Signore sia più forte che nel pane dell’Eucarestia. Eppure, quel pane, non viene consacrato per essere conservato, esposto, adorato e incensato in una teca dorata da tutti i presenti alla Messa… ma per essere distribuito, mangiato e consumato… finendo così per “sparire dai nostri occhi” (come a Emmaus: sparì dalla loro vista!). Quel pane sparisce, perché il corpo di Cristo siamo ora noi, noi che ci siamo nutriti a lui, che siamo stati uniti a lui. Noi che siamo in lui. Così termina l’Eucarestia: siamo inviati nel mondo, ma non più come eravamo prima di entrare. Siamo ora corpo di Cristo – la sua Chiesa – offerto al Padre, per la vita del mondo, nella grazia dello Spirito Santo.Cos’è allora questo fate presente nel comando di Gesù? Cosa ci chiede di fare, Gesù, in memoria di lui? Ci chiede di offrire a lui la nostra umanità, di acconsentire liberamente e per amore all’unione della mia umanità alla sua divinità. Ci chiede di consegnargli noi stessi, così come siamo, come quel bambino che sul monte offrì a Gesù tutto ciò che aveva – cinque pani e due pesci – o quella donna che nel tesoro del tempio gettò “tutta quanta la sua vita”. Ci chiede di partire da Lui, di fidarci di Lui: è Lui che unisce a sé la nostra umanità e solo così la nostra vita ha accesso al Padre e diventa un’offerta a lui gradita. Non è necessaria, né possibile una seconda offerta dopo la sua: serve solo che ognuno di noi continui ogni giorno ad unirsi a quella offerta che Egli ha fatto una volta per tutte. A noi non è chiesto infatti di vivere come Lui (cosa impossibile), ma di vivere in Lui. E la sorgente di questa vita è proprio la consegna di noi stessi che avviene ogni volta che partecipiamo all’Eucarestia. Ci chiede ancora di lasciar scorrere in noi la sua vita divina. Lui ha unito a sé la nostra umanità. A noi ora è chiesto solamente di “rimanere in Lui”, aperti a lui, come il ramo che, se non si chiude alla linfa che il tronco fa arrivare, farà molto frutto. “Rimanere in Lui” è rimanere in questo nuovo modo di vivere filiale, fraterno, che è la vita del Figlio. In questo nuovo modo di vivere abbandonato, consegnato. In questo nuovo modo di vivere in cui la nostra fecondità non viene più dai risultati che otteniamo (anche religiosi, parrocchiali, ecclesiali…), ma dall’accettare di restare nell’offerta di noi stessi, nel dono di noi stessi, ovunque tale dono ci venga chiesto: in famiglia, con gli amici, sul lavoro, nello studio, in parrocchia… “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane un chicco solo, se invece muore, produce molto frutto”.E il risultato di tale offerta non è di poco conto. Lo dico con una bella frase che ho sentito una volta da un caro amico vescovo: «Quando mi dicono: “perché vai a Messa tutti i giorni, fin da quando sei piccolo?” io non ho altra risposta da dare che questa: “perché non voglio morire”». Il risultato dell’offerta è partecipare alla vita eterna, che non è la vita che verrà dopo questa, ma è la vita quella5che è senza tramonto (già ora, già qui); quella che non tramonta mai perché non è guasta dentro; quella che non finisce mai perché è avvolta dall’amore dello Spirito Santo e porta su di sé il profumo del Figlio e il Padre tutto ciò che è avvolto dall’Amore e che ha in sé il profumo del Figlio, anche se muore, lo risuscita.