Taccuino per il seggio elettorale

Taccuino per il seggio elettorale

 

Tra pochi giorni saremo chiamati ad eleggere il nuovo Parlamento europeo nell’ambito di una vasta “prova di democrazia” che coinvolgerà i cittadini di tutti gli Stati membri dell’Unione. Agli elettori che si recheranno ai seggi – e speriamo siano in tanti – il consiglio di portare con sé – oltre alla tessera elettorale e un documento valido – un piccolo promemoria di ciò che era e di ciò che è l’Europa, nel senso di Ue, che tanti, troppi, oggi dipingono come foriera d’ogni sventura, sia essa sociale o economica, che affliggerebbe i destini degli Stati membri.

Non dimenticare. Il cammino dell’integrazione mosse i primi passi all’indomani della seconda guerra mondiale con lo scopo di portare pace, democrazia e sviluppo in un’Europa dilaniata da ideologie nazionaliste, meglio: nazifasciste. Da allora le realizzazioni concrete a livello comunitario sono state molteplici, consentendo di creare vantaggi diretti per la vita dei cittadini e delle Nazioni europee; in particolare, dopo la caduta del Muro di Berlino, l’Ue è divenuta un fattore di stabilità, uno strumento di avvicinamento tra i popoli e gli Stati europei, ricoprendo anche un ruolo positivo in relazione alla politica internazionale. Oggi l’Ue non è solamente un “mercato unico”: i legami tra i Paesi membri ruotano attorno a crescenti relazioni politiche e si fondano sui principi di solidarietà, sussidiarietà e “unità nella diversità”: si tratta, dunque, di un processo di progressiva coesione con reciproci vantaggi, pur nel rispetto delle specificità nazionali sul piano della storia, della cultura, delle tradizioni di ciascun aderente.

Non dimenticare. Naturalmente non mancano i “punti deboli” in una costruzione tanto complessa: occorrerebbero infatti alcuni rafforzamenti sul piano istituzionale, ulteriori collaborazioni in ambito economico e sociale nonché maggiori risultati concreti per quanto attiene la sicurezza, la protezione dei consumatori, il sostegno alle regioni meno sviluppate, la lotta ai cambiamenti climatici… E, soprattutto, la “casa comune” deve ancora dimostrare di reggere alle tante sfide poste dalla “globalizzazione” dei mercati, dalle novità in campo demografico (invecchiamento della popolazione, fenomeni migratori), dalla necessità di più coraggiose forme di cooperazione allo sviluppo con le regioni povere del mondo.

Non dimenticare. Per i cristiani, le parole di papa Francesco (in occasione dell’incontro Ripensare l’Europa: contributo cristiano al futuro della Ue): «Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all’Europa di oggi  è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone. Purtroppo, si nota come spesso qualunque dibattito si riduca facilmente ad una discussione di cifre. Non ci sono i cittadini, ci sono i voti. Non ci sono i migranti, ci sono le quote. Non ci sono lavoratori, ci sono gli indicatori economici. Non ci sono i poveri, ci sono le soglie di povertà. Il concreto della persona umana è così ridotto ad un principio astratto, più comodo e tranquillizzante… Le cifre ci offrono l’alibi di un disimpegno, perché non ci toccano mai nella carne».
«Riconoscere che l’altro è anzitutto una persona, significa valorizzare ciò che mi unisce a lui. L’essere persone ci lega agli altri, ci fa essere comunità. Dunque il secondo contributo che i cristiani possono apportare al futuro dell’Europa è la riscoperta del senso di appartenenza ad una comunità. Non a caso i Padri fondatori del progetto europeo scelsero proprio tale parola per identificare il nuovo soggetto politico che andava costituendosi. La comunità è il più grande antidoto agli individualismi che caratterizzano il nostro tempo, a quella tendenza diffusa oggi in Occidente a concepirsi e a vivere in solitudine. Si fraintende il concetto di libertà, interpretandolo quasi fosse il dovere di essere soli, sciolti da qualunque legame, e di conseguenza si è costruita una società sradicata priva di senso di appartenenza e di eredità».

Non dimenticare. Le elezioni del prossimo Parlamento europeo si collocano in tale contesto: l’assemblea di Strasburgo riveste oggi un ruolo ben definito all’interno dell’Ue, assegnatogli dai Trattati, soprattutto per quanto riguarda la formazione delle leggi, la definizione del bilancio comunitario e il “controllo politico” sulla Commissione. Il Parlamento, eletto a suffragio universale, si è conquistato un posto di primo piano nel processo di integrazione, benché esso – proprio in quanto unica istituzione Ue eletta dai cittadini – abbia ancora poteri limitati.
L’imminente appuntamento elettorale può segnare un’occasione favorevole per far risuonare la voce dei cittadini in sede comunitaria. Il valore della partecipazione al voto va intesa nel senso di un’“Europa più democratica”, mentre il peso delle proprie scelte politico-elettorali andrà a influire sulla composizione dell’assemblea stessa e quindi sulle decisioni che in futuro verranno assunte nell’emiciclo.

Non dimenticare. Per tali motivi, l’Azione Cattolica Italiana sollecita i suoi associati e tutti i cittadini a votare per il rinnovo del Parlamento europeo. Il diritto di voto va inteso nel senso della piena valorizzazione della libertà di scelta, della democrazia partecipativa (che peraltro non può limitarsi al momento elettorale) e del “peso” che tale scelta potrà avere sul futuro dell’edificio comunitario. L’Ac ha sostenuto fin dall’inizio il progetto d’integrazione europea e continua a sostenerlo ancora oggi e ricorda che tutti i cristiani hanno non solamente il diritto ma anche la responsabilità d’impegnarsi attivamente in questo progetto. Inoltre, la partecipazione dei cristiani è essenziale per riscoprire l’anima dell’Europa, che è cruciale per rispondere ai bisogni fondamentali della persona umana e per il servizio del bene comune, contribuendo in particolare alla difesa e promozione della vita umana, al sostegno della famiglia, alla tutela dei diritti individuali e sociali, a promuovere la giustizia nelle relazioni tra l’Ue e i Paesi in via di sviluppo, a proteggere il Creato e a promuovere la pace in ogni angolo del mondo.

Festa Diocesana 2019

Festa Diocesana 2019

Alla Festa diocesana sono invitati tutti gli aderenti, dai bambini ai nonni, infatti sono stati preparati momenti per ogni età in cui confrontarsi su come essere comunità generative nel nostro territorio diocesano.

I bambini e i ragazzi daranno una seconda vita agli oggetti mediante un’attività laboratoriale.
Il momento per Adulti e Giovani in particolare è caratterizzato da un incontro con la realtà del “Centro Raccolta Solidale” di Lodi: si tratterà di un momento estremamente significativo ma anche formativo su una realtà e le sue iniziative di cui forse non si sente molto parlare. È perciò importante invitare a partecipare le persone impegnate nella Caritas e nei Centri di Ascolto parrocchiali.

Associazioni e partecipanti sosterranno le attività del CRS portando alla Festa generi alimentari a lunga conservazione.
La serata (post cena) sarà organizzata dal MSAC che metterà a tema l’Europa nella modalità del MSACafè.

Alle radici del nostro essere europei

Alle radici del nostro essere europei

Da Patmos a Salamanca, da Praga a Parigi, Lisbona, Berlino, Londra, Copenhagen e lungo il Cammino di Santiago scorrono le istantanee di eventi lontani e di drammi recenti. E si profila il volto dei testimoni che hanno segnato il secolo scorso: Miguel de Unamuno, Etty Hillesum, Dietrich Bonhoeffer… Europa una mappa interiore (Ave, Roma 2019) di Pietro Pisarra – giornalista e sociologo, vive a Parigi – è un originale viaggio tra storia, letteratura e spiritualità nei luoghi in cui è stata forgiata la nostra memoria collettiva, una mappa interiore alla ricerca di ciò che sta cambiando nel nostro continente e mette in crisi la stessa idea di Europa.

Qui vi proponiamo l’Introduzione.
«Non si viaggia per piacere. Siamo scemi, ma non fino a questo punto», dice un personaggio di Samuel Beckett nel romanzo Mercier e Camier (1970).
Ma allora perché si viaggia? Ognuno di noi potrebbe elencare le proprie ragioni. Tutte più o meno giuste, più o meno nobili. C’è chi viaggia per necessità, per fuggire la guerra o la fame, chi per lavoro, per curiosità o per noia. Perché, prima di essere sapiens, l’uomo è viator, in cammino, sulla strada.
Nella preistoria del mito c’è un viaggio. Un viaggio cosmico. Quello di Gilgameš, di cui si trovano gli echi anche nella Bibbia.
Disperato per la morte dell’amico Enkidu, Gilgameš vaga per la steppa, scala montagne, uccide orsi, iene, leoni, naviga per tutti i mari, attraversa paesi pieni di insidie e, da precursore di Orfeo, si inoltra nel regno dei morti alla ricerca dell’amico «diventato argilla». A che pro? Tremila anni prima della nostra èra, la saga dell’eroe mesopotamico lascia trasparire l’inquietudine esistenziale legata all’avventura del viaggio: «Perché ti sei agitato tanto? Che cosa hai ottenuto? Ti sei indebolito con tutti i tuoi affanni; hai riempito il tuo cuore soltanto di angoscia».
Si agita tanto anche Odisseo, ma lui, l’eroe moderno per eccellenza, una ragione ce l’ha. Il suo viaggio è un ritorno. Costellato di ostacoli, di incantesimi, di trappole. Nel doppio tentativo di tornare nel luogo delle origini e di ritrovare ciò che si è stati. Perché, se è vero quanto afferma il poeta latino Orazio («Caelum, non animum mutant, qui trans mare currunt»), è anche vero che il viaggio non lascia indenni. Se la natura umana non cambia, cambia, eccome, da un cielo all’altro, l’animo dei naviganti.
Dopo vent’anni di peregrinazioni, Odisseo è mutato nell’aspetto, se a riconoscerlo sono soltanto il cane fidato e una vecchia ancella. Ma più numerose dei segni esteriori sono le cicatrici invisibili, il veleno dolce amaro instillato giorno per giorno dalla nostalgia, il dolore del nostos, il ritorno.
Non c’è, però, un solo Odisseo. Nel nostro immaginario ce ne sono almeno due. «C’è un Ulisse centripeto», ricordava Beniamino Placido in un vecchio articolo («La Repubblica», 2 luglio 1992). «Il suo percorso è sì avventuroso, ma non rettilineo, bensì circolare. Non è uno spericolato viaggio verso l’ignoto; è un ritorno». Un nostos, appunto: da Itaca va a Troia, poi, tra mille deviazioni, di nuovo a Itaca. È il primo Ulisse, l’Ulisse di Omero.
Ma c’è anche l’altro, l’Ulisse centrifugo del ventiseiesimo canto dell’Inferno dantesco, l’esploratore insaziabile e irrequieto che si spinge oltre le colonne d’Ercole della conoscenza, sempre alla ricerca del nuovo. È l’Ulisse che incarna lo spirito della modernità occidentale, la razionalità tecnica, l’homo faber che rischia di trasformarsi in apprendista stregone o in dottor Stranamore quando si lascia dominare dalle sue stesse scoperte.
Centripeto o centrifugo, il viaggio implica sempre una trasformazione. E forse anche per questo esso è la prima metafora della vita. Cos’è la nostra esistenza, se non un viaggio, dalla nascita alla morte? Un pellegrinaggio segnato da incidenti, contrattempi, cambi di percorso, ma dall’esito prevedibile. E ineluttabile, come la morte del racconto orientale che aspetta il viaggiatore a Baghdad o a Samarra e a cui ci si illude di sfuggire cambiando direzione.
Anche nella Bibbia è un via vai continuo. Viaggiano i patriarchi d’Israele, viaggiano Giuseppe e i suoi fratelli, viaggia Rut la moabita, viaggia, anzi fugge il profeta Giona, viaggia Tobia, accompagnato dall’arcangelo Raffaele. E quando si tratta di definire la Legge, ecco le immagini della via o della strada. Se Gesù è un rabbi itinerante che di sé stesso dice: «Io sono la Via» (Gv 14,6), «quelli della Via» sarà il primo nome, il più antico, del cristianesimo nascente (At 9,2).
Nella storia della cultura si afferma col tempo anche l’idea del viaggio interiore, alle profondità del cuore e della mente. Viaggio non di rado tortuoso, alle prese con nemici invisibili e con il primo giudice delle nostre azioni, la coscienza.
Con l’avvento della civiltà di massa, da esplorazione, scoperta o esilio il viaggio diventa turismo, svago obbligato. Che sarà troppo facile criticare per la sua superficialità o futilità. «Vale la pena fare il giro del mondo per contare i gatti di Zanzibar?», scrive a metà dell’Ottocento il naturalista americano Charles Pickering.
Si potrebbe obiettare che i gatti di Zanzibar sono un argomento affascinante quanto i cani di Londra e quelli della Pennsylvania: basta saperli guardare. Ma gli strali contro i poveri turisti diventano un genere letterario autonomo, riempiono le gazzette. Uno sport senza conseguenze, a giudicare dal numero dei viaggiatori ai nostri giorni.
«Bisogna partire? Restare?», chiedeva Baudelaire. «Se puoi restare, resta», è l’amara risposta. Perché ovunque si vada è impossibile sfuggire alla nostra immagine: «un’oasi di orrore in un deserto di noia». Eppure lo spleen esistenziale si vince anche così: muovendosi, viaggiando, dialogando con chi coltiva abitudini, tradizioni, aspirazioni diverse dalle nostre. E poi – scrive il poeta turco Nazim Hikmet – c’è sempre un viaggio da fare, il più bello:
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.

***
Il nostro è un viaggio tra storia, letteratura e spiritualità nei luoghi in cui si è forgiata la memoria collettiva, una mappa interiore alla ricerca di ciò che sta cambiando nel vecchio continente e mette in crisi la stessa idea di Europa.
Da Patmos a Salamanca, da Praga a Parigi, Lisbona, Berlino, Londra, Copenhagen lungo il Cammino di Santiago e in altre tappe, scorrono così le istantanee di eventi lontani e di drammi recenti. E si profila il volto dei testimoni che hanno segnato il Novecento, Miguel de Unamuno, Etty Hillesum, Dietrich Bonhoeffer…
È un viaggio tra capitali e luoghi periferici, là dove, come scrive Iosif Brodskij a proposito di Istanbul, la geografia provoca la storia. Dove sono ancora visibili le cicatrici delle tragedie di ieri. E dove, per contrasto e tra mille difficoltà, si concretizza la realistica utopia di un’Europa unita, pacifica, senza le guerre che ne hanno funestato la storia. Non c’è Sarajevo, non c’è Auschwitz, dove l’Europa è sprofondata nella notte più cupa. Ma in filigrana il ricordo di quei drammi percorre tutto il racconto.
Oggi è fin troppo facile attaccare l’Europa. L’Europa dei mille regolamenti, dei burocrati e dei tecnocrati. Dimenticando le opportunità, i progressi, i vantaggi derivati dalla caduta dei muri e delle frontiere. Ne sa qualcosa la generazione Erasmus che dell’Europa ha fatto esperienza concreta. Ne sanno qualcosa quanti viaggiano per lavoro o per svago. E che contribuiscono a disegnare il volto di un’Europa accogliente, ospitale, al di là degli slogan di miopi politicanti, di apprendisti stregoni che agitano, con foga tribunizia, gli spettri del passato, riaccendono il fuoco di un nazionalismo portatore di sciagure e rianimano, con mille artifici retorici, una mitologia di paccottiglia.
Se l’Europa – come mi disse in un’intervista di alcuni anni fa Jean Delumeau – è il cristianesimo più l’illuminismo, l’universalismo cristiano e un’idea di tolleranza, i diritti umani e la razionalità scientifica, Erasmo e Galileo, Bruegel e Leonardo, allora quanti brandiscono il Vangelo e il rosario come armi, quanti invocano a parole le radici cristiane per poi tradirle nei fatti, sono soltanto mediocri propagandisti che si scagliano contro un’immagine caricaturale dell’Europa.
A quella definizione del grande storico francese si può aggiungere che l’Europa è anche l’epica e il mito dei greci, le luci di al-Andalus e dei filosofi arabi, è l’eredità di Gerusalemme, dei suoi profeti e dei suoi sapienti. È il disincanto di Montaigne e il riso di Rabelais, la honra, l’onore per cui combatte don Chisciotte, sia pure contro i mulini a vento, l’utopia di Thomas More, più che mai attuale, al tempo della Brexit. È la pietas di Enea che porta sulle spalle il padre Anchise. Perché l’Europa, terra di migranti, è meticcia e accogliente per definizione.
Questi reportage sono nati da un’idea di Giovanni Ferrò, caporedattore di «Jesus», che li ha ospitati sul suo giornale e che vorrei ringraziare, come ringrazio il direttore Antonio Rizzolo e il condirettore Vincenzo Vitale per averne permesso la nuova pubblicazione.
Qui li ripropongo in una versione rivista e ampliata, come contributo al dibattito che agita la classe politica e che spesso è falsato da fake news e retorica nazionalista.
È una piccola avventura, che comincia da Patmos, l’isola dell’Apocalisse, e si conclude a Gerusalemme, Europa fuori dall’Europa.

POLIS – 5 aprile 2019

POLIS – 5 aprile 2019

Il prossimo appuntamento di Polis, di cui trovate la locandina qui accanto sarà venerdì 5 aprile alle 21.00 alla Casa della Gioventù.
Stavolta avremo con noi alcuni ospiti che innanzitutto ci spiegheranno come avviene l’accoglienza dei migranti nel nostro Paese, quindi ci racconteranno di un progetto di accoglienza e inclusione attivo sul nostro territorio, con i suoi pregi, con i suoi successi e con le difficoltà che ha incontrato e incontra ogni giorno.
Vi aspettiamo e vi chiediamo di diffondere la locandina fra i giovani a cui pensate possa interessare!