POLIS – 5 aprile 2019

POLIS – 5 aprile 2019

Il prossimo appuntamento di Polis, di cui trovate la locandina qui accanto sarà venerdì 5 aprile alle 21.00 alla Casa della Gioventù.
Stavolta avremo con noi alcuni ospiti che innanzitutto ci spiegheranno come avviene l’accoglienza dei migranti nel nostro Paese, quindi ci racconteranno di un progetto di accoglienza e inclusione attivo sul nostro territorio, con i suoi pregi, con i suoi successi e con le difficoltà che ha incontrato e incontra ogni giorno.
Vi aspettiamo e vi chiediamo di diffondere la locandina fra i giovani a cui pensate possa interessare!
Consiglio Regionale a LODI

Consiglio Regionale a LODI

Sabato  30 Marzo 2019 dalle 16:00 a Lodi, presso il Polo Universitario Veterinario si terrà il Consiglio Regionale di Azione Cattolica, dal titolo “Con lo sguardo dei giovani. Riconoscere, interpretare, scegliere” come da programma della locandina.

Il Consiglio è aperto a tutti gli aderenti e responsabili associativi e dal momento che il Consiglio si terrà a Lodi siamo tutti caldamente invitati a partecipare.
Responsabilità come corresponsabilità tra laici e pastori

Responsabilità come corresponsabilità tra laici e pastori

di Raffaella Rozzi *

Il percorso di formazione per laici, iniziato mercoledì 6 febbraio, viene da lontano. In seno al comitato presidenti regionale ci siamo interrogati sulle priorità per la nostra Chiesa lombarda e ne è emersa la formazione dei laici, come contenitore di esperienze ed itinerari diversificati ma essenziale per la vita ecclesiale. È iniziata una riflessione fatta di incontri con i vescovi, di riflessione e confronto nei rispettivi Consigli Diocesani di AC.

Per la nostra diocesi, è sorta una richiesta di formazione in occasione del rinnovo dei Consigli Pastorali Parrocchiali. Nel Consiglio Pastorale Diocesano ci siamo confrontati sul tema, come pure nel Consiglio Diocesano di AC.

Questo itinerario è offerto sia a chi da anni con dedizione e passione si è reso disponibile al servizio, sia a chi sta iniziando a muovere i primi passi: per tutti loro desideriamo che possano essere cristiani in cammino, oranti ascoltatori della Parola, cercatori profetici del Regno di Dio, responsabili protagonisti della missione della Chiesa nel mondo. Abbiamo pensato che il valore aggiunto di un tale percorso debba essere in primis uno spazio e un tempo in cui fermarsi e lasciarsi raggiungere dalla realtà, per ascoltare e lasciarsi interrogare, per riconoscere e interpretare, per avviare scelte pastorali di un futuro presente. In particolare, avremo la possibilità di iniziare un cammino di formazione e confronto sul ruolo dei laici nella Chiesa del Terzo Millennio, con uno stile sinodale, laici e pastori insieme, come popolo di Dio. Vogliamo camminare insieme nella Chiesa universale, diocesana, parrocchiale, come laici corresponsabili, a cui sta a cuore essere compagni di strada nella via della santità del quotidiano. Ci accompagnano alcuni amici dell’Azione Cattolica lombarda, che condividono l’itinerario ecclesiale e associativo. Il tema generale è la responsabilità vissuta come corresponsabilità tra laici e pastori, declinato in tre attenzioni, personale, comunitaria ed ecclesiale, che corrispondono ai tre incontri.

Il primo incontro, mercoledì sera, ha avuto come tema “Quale laico negli organismi di partecipazione, tra consigliere e operatore”; Valentina Soncini, delegata regionale lombarda di AC, ha coinvolto i presenti in prima persona, proponendo di rispondere ad un questionario, in formato digitale, in cui, scegliendo, per ciascuna domanda, tra quattro opzioni, esprimere il proprio vissuto fatto di convinzioni ed esperienze come laici. Non vi era la risposta giusta poiché ciascuna affermazione o parola esprime un aspetto della laicità, molto dipende dal peso che gli viene attribuito.

Si può rilevare che il 54% dei presenti ha definito la sinodalità come lo stile ecclesiale; mentre per il 74% l’aspetto consultivo del consiglio pastorale è un’esigente pratica di comunione e di ascolto. Abbiamo iniziato ad individuare alcuni modi problematici di intendere l’impegno pastorale: funzionale ovvero ho un ruolo quindi esisto; individualistico cioè intendo la Chiesa a modo mio, adattandola a me o al mio gruppo, rendendo nostra una cosa di tutti; clericale ovvero occupare il posto più alto, per essere qualcuno.

Papa Francesco, in Evangelii Gaudium, dal n. 77 al 101, ha delineato alcune tentazioni degli operatori pastorali, da intendersi sia a livello personale che come comunità: individualismo, divisioni, mondanità spirituale, pessimismo, accidia paralizzante, psicologia della tomba, desertificazione spirituale. Un’interessante fotografia di atteggiamenti che talvolta vediamo in noi stessi e nella persone intorno a noi, certamente non adatti al discepolomissionario (EG 119) che vorremmo essere nella Chiesa e nel mondo. Discepoli missionari sono laici maturi che non si lasciano rubare l’entusiasmo missionario, la gioia dell’evangelizzazione, la speranza, la comunità.  Laici che curano una sana interiorità, fatta di maturità di fede personale, e una sana ecclesialità che è una visione sinodale e conciliare della Chiesa, popolo di Dio. Ci è chiesto di assumere l’oggi, laici e preti insieme, sostenuti dall’unico sensus fidei, dono fondamentale per concorrere a far accadere percorsi realmente sinodali.

Perché abbiamo bisogno di cittadini più vicini all’Europa

Perché abbiamo bisogno di cittadini più vicini all’Europa

di Matteo Truffelli *

“L’Europa non si farà in un giorno, né senza urti. Nulla di duraturo si realizza con facilità. Tuttavia essa è già in cammino”. Sono parole scritte oltre mezzo secolo fa da Robert Schuman, uno dei “padri fondatori” dell’Unione europea. Non si nascondeva le asperità che si paravano innanzi a un progetto politico ambizioso e complesso, chiamato ad attraversare difficili tornanti della storia. Ma questa consapevolezza non lo faceva arretrare, anzi, alimentava in lui la convinzione che proprio dentro quelle difficoltà si sarebbero date le condizioni per un percorso in cui popoli e Stati avrebbero potuto lavorare alla costruzione di una “casa comune”, fondata sul desiderio condiviso di pace, libertà, democrazia e benessere.

L’Europa è un cammino, ci ricorda Schuman, e ogni cammino è fatto anche di fatica, di ricerca della strada migliore, di qualche passo falso.

Le elezioni europee verso cui siamo avviati segneranno un passo in avanti per il rafforzamento della casa comune, o ci faranno tornare indietro, verso una nuova epoca di chiusure, di egoismi nazionali, di diffidenze reciproche? Sapremo trovare la strada per continuare a camminare insieme o ci perderemo nel labirinto dell’euroscetticismo e dell’antieuropeismo? Per la prima volta, la campagna elettorale che si sta aprendo rischia di trasformarsi in un referendum pro o contro l’Europa, e la dissoluzione del progetto europeo appare come una prospettiva non più solamente teorica. In tanti, anche con toni calibrati e suadenti, vorrebbero convincerci che in fondo non sarebbe un disastro. Che da soli potremmo stare meglio, tornare a essere “padroni a casa nostra”. Ma è proprio la complessità del tempo presente, in cui la cosiddetta globalizzazione ci porta fin sulla soglia di casa sfide mondiali, a dimostrarci ogni giorno che nessun Paese, oggi, può permettersi di procedere in solitudine. È quello che abbiamo scritto nella recente lettera aperta firmata da diverse realtà del mondo cattolico italiano: “Per esistere e resistere in un mondo grande e complesso, oggi più che mai abbiamo bisogno di un’Europa unita”.

Attorno al destino dell’Europa, insomma, si deciderà buona parte del nostro futuro.

Provo allora, a tre mesi dal voto del 26 maggio, a proporre quattro sottolineature. Per prima cosa, occorre ribadire che l’Unione europea potrà sopravvivere solo se sarà capace di fare un balzo in avanti. Se cesserà di essere “soltanto un sistema di alleanze o una coalizione di interessi”, per diventare “una comunità di destini”, a partire dai temi unificanti della crescita, del lavoro, della centralità della persona, della tutela della famiglia, della solidarietà, della lotta alla povertà, della riduzione delle diseguaglianze sociali.
Questo significa anche – ed è una seconda sottolineatura, presente anche nel recente manifesto redatto dalle associazioni che aderiscono a Retinopera – che è sempre più urgente identificare gli indispensabili cambiamenti istituzionali di cui l’Europa ha bisogno per potersi rilanciare politicamente. Negli anni recenti l’Ue ha mostrato tutti i suoi limiti di fronte alla crisi economica, alle pressioni migratorie, alle minacce del terrorismo. E ciò è avvenuto anche perché i governi degli Stati membri non hanno assegnato alle istituzioni comunitarie poteri e competenze adeguate per agire. Da qui il bisogno di cambiamenti, che vadano nella direzione di un’Europa più coesa, più efficace, più giusta.
In terzo luogo, abbiamo bisogno che l’Europa torni ad essere “attrattiva”, capace di coinvolgere e appassionare i cittadini, le parti sociali, i territori che la compongono. Si avverte la necessità che l’europeismo torni a sgorgare dal basso, dalla condivisione di un sogno. Ben venga allora la promozione di una simbologia europea, la ricerca di volti, emblemi, progetti che consentano ai cittadini europei di identificarsi con la loro patria comune. Ma è ancora più necessario che le istituzioni europee riguadagnino credibilità agli occhi dei propri in cittadini facendoli sentire rappresentati, raccogliendone ed esprimendone le istanze, i bisogni, le aspirazioni e le capacità. Abbiamo bisogno di istituzioni che siano più vicine alla gente e non solo ai governi, alle burocrazie o ai poteri economici.
Abbiamo anche bisogno, però, di cittadini più vicini all’Europa. Per rilanciare il “cantiere Europa” occorre – quarto ma non ultimo elemento – più partecipazione, più senso di responsabilità, più coinvolgimento, razionale ed emotivo, da parte dei cittadini europei. Tocca innanzitutto a noi, ai cittadini, rilanciare il progetto europeo, riscoprendo le ragioni del nostro stare insieme: quelle storiche, che sono ragioni di pace, di affermazione dei diritti, di arricchimento culturale, e non solo di benessere economico, e quelle che derivano dalle tante nuove sfide che abbiamo davanti. Tocca a noi credere fino in fondo all’importanza di continuare a camminare insieme per affrontare i nuovi tornanti che la storia ci pone davanti. Senza arretrare, senza rinunciare a fare del nostro continente uno spazio di promozione dei diritti, della libertà, della giustizia sociale. Non solo per noi, ma anche per gli altri continenti, a partire da quelli che si affacciano sul Mediterraneo.

* presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana

«L’ardente aspettativa della creazione  è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8, 19)

«L’ardente aspettativa della creazione  è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8, 19)

MESSAGGIO PER LA QUARESIMA 2019

 

Cari fratelli e sorelle,

ogni anno, mediante la Madre Chiesa, Dio «dona ai suoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua, perché […] attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo» (Prefazio di Quaresima 1). In questo modo possiamo camminare, di Pasqua in Pasqua, verso il compimento di quella salvezza che già abbiamo ricevuto grazie al mistero pasquale di Cristo: «nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24). Questo mistero di salvezza, già operante in noi durante la vita terrena, è un processo dinamico che include anche la storia e tutto il creato. San Paolo arriva a dire: «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). In tale prospettiva vorrei offrire qualche spunto di riflessione, che accompagni il nostro cammino di conversione nella prossima Quaresima.

1. La redenzione del creato

La celebrazione del Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, culmine dell’anno liturgico, ci chiama ogni volta a vivere un itinerario di preparazione, consapevoli che il nostro diventare conformi a Cristo (cfr Rm 8,29) è un dono inestimabile della misericordia di Dio.

Se l’uomo vive da figlio di Dio, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo (cfr Rm 8,14) e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione. Per questo il creato – dice san Paolo – ha come un desiderio intensissimo che si manifestino i figli di Dio, che cioè quanti godono della grazia del mistero pasquale di Gesù ne vivano pienamente i frutti, destinati a raggiungere la loro compiuta maturazione nella redenzione dello stesso corpo umano. Quando la carità di Cristo trasfigura la vita dei santi – spirito, anima e corpo –, questi danno lode a Dio e, con la preghiera, la contemplazione, l’arte coinvolgono in questo anche le creature, come dimostra mirabilmente il “Cantico di frate sole” di San Francesco d’Assisi (cfr Enc. Laudato si’, 87). Ma in questo mondo l’armonia generata dalla redenzione è ancora e sempre minacciata dalla forza negativa del peccato e della morte.

2. La forza distruttiva del peccato

Infatti, quando non viviamo da figli di Dio, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature – ma anche verso noi stessi – ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento. L’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare, seguendo quei desideri incontrollati che nel libro della Sapienza vengono attribuiti agli empi, ovvero a coloro che non hanno Dio come punto di riferimento delle loro azioni, né una speranza per il futuro (cfr 2,1-11). Se non siamo protesi continuamente verso la Pasqua, verso l’orizzonte della Risurrezione, è chiaro che la logica del tutto e subito, dell’avere sempre di piùfinisce per imporsi.

La causa di ogni male, lo sappiamo, è il peccato, che fin dal suo apparire in mezzo agli uomini ha interrotto la comunione con Dio, con gli altri e con il creato, al quale siamo legati anzitutto attraverso il nostro corpo. Rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere, così che il giardino si è trasformato in un deserto (cfr Gen 3,17-18). Si tratta di quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri.

Quando viene abbandonata la legge di Dio, la legge dell’amore, finisce per affermarsi la legge del più forte sul più debole. Il peccato che abita nel cuore dell’uomo (cfr Mc 7,20-23) – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato.

3. La forza risanatrice del pentimento e del perdono

Per questo, il creato ha la necessità impellente che si rivelino i figli di Dio, coloro che sono diventati “nuova creazione”: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Infatti, con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”: aprirsi ai cieli nuovi e alla terra nuova (cfr Ap 21,1). E il cammino verso la Pasqua ci chiama proprio a restaurare il nostro volto e il nostro cuore di cristiani, tramite il pentimento, la conversione e il perdono, per poter vivere tutta la ricchezza della grazia del mistero pasquale.

Questa “impazienza”, questa attesa del creato troverà compimento quando si manifesteranno i figli di Dio, cioè quando i cristiani e tutti gli uomini entreranno decisamente in questo “travaglio” che è la conversione. Tutta la creazione è chiamata, insieme a noi, a uscire «dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). La Quaresima è segno sacramentale di questa conversione. Essa chiama i cristiani a incarnare più intensamente e concretamente il mistero pasquale nella loro vita personale, familiare e sociale, in particolare attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina.

Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore. Pregare per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia. Fare elemosinaper uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene. E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità.

Cari fratelli e sorelle, la “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini (cfr Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare la speranza di Cristo anche alla creazione, che «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Non lasciamo trascorrere invano questo tempo favorevole! Chiediamo a Dio di aiutarci a mettere in atto un cammino di vera conversione. Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù; facciamoci prossimi dei fratelli e delle sorelle in difficoltà, condividendo con loro i nostri beni spirituali e materiali. Così, accogliendo nel concreto della nostra vita la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, attireremo anche sul creato la sua forza trasformatrice.

Dal Vaticano, 4 ottobre 2018, 
Festa di San Francesco d’Assisi