I terremoti della natura e il male degli uomini

Nov 8, 2016 | 0 commenti

di Luigi Alici* – La natura si riprende la scena con il suo potere primordiale, quasi selvaggio, e ripropone domande antiche sul bene e sul male, sulle vittime e i colpevoli; come nel terribile terremoto di Lisbona (1755), dopo il quale scaturì un acceso dibattito intorno al male nel mondo, interpretato, di volta in volta, come prova della collera divina o come smentita di ogni facile ottimismo. L’enigma del male resta, ancora oggi, un peso durissimo da portare, per la vita umana e per il pensiero. Tuttavia non possiamo confondere il piano naturale degli eventi con quello morale delle azioni: il terremoto è un fatto, l’omicidio è un atto. Nel primo caso non ci sono intenzioni né colpe né imputazioni di responsabilità. Gli eventi naturali non sono la longa manus di Dio e non dobbiamo quindi fare salti mortali per giustificarne l’operato. Non possiamo però, per lo stesso motivo, nemmeno usarli per negare la sua esistenza. Gli eventi naturali ci parlano solo di se stessi: per guardare oltre, abbiamo bisogno di un altro linguaggio.


Nel passaggio dal piano naturale a quello morale lo scenario cambia. Guerre, ingiustizie e violenze di ogni genere, come pure la corruzione che impedisce un adeguamento antisismico delle abitazioni, o più semplicemente l’incoscienza nella scelta di sconsiderate soluzioni abitative (per esempio, popolando di case le pendici del Vesuvio…) non ci parlano della natura divina, ma solo della natura umana e delle sue responsabilità. Se cerchiamo di dipanare il groviglio delle sciagure, delle sofferenze, delle ingiustizie, delle brutalità di ogni tipo, alla fine troveremo un filo doppio con due soli capi: uno conduce alla precarietà naturale, l’altro alla fragilità morale. Per incontrare Dio, dobbiamo coltivare e svolgere all’infinito un altro gomitolo: il gomitolo del bene.
Il terremoto è un esempio drammatico dell’aggrovigliarsi di precarietà naturale e fragilità morale. Nell’ordine naturale, l’esistenza della natura implica i pericoli che ne possono derivare. Gli Appennini centrali, tra il Gran Sasso e i Sibillini, sono uno scrigno di bellezze incomparabili, ma contengono anche la faglia che ha provocato il terremoto. Se non ci fosse la neve, non ci sarebbero le valanghe. Non possiamo dimenticare questa mescolanza naturale di bellezza e di pericolo, mentre spesso preferiamo l’incoscienza alla prudenza. Nell’ordine della vita morale, invece, il discorso è diverso, ma anche in questo caso è impossibile (e pericoloso) separare bene e male, attribuendoli a gruppi umani identificati dalla razza, dalla cultura o dalle condizioni di vita. Non dobbiamo trasformare automaticamente la differenza tra bene e male in una differenza tra buoni e cattivi! Quando la natura s’impone come un pericolo e una minaccia, tutti gli esseri umani – nessuno escluso – possono reagire nei modi più diversi.
Una prima risposta è quella dei soccorritori, capaci di atti immediati e disinteressati, generosi e competenti, a volte persino eroici. Dinanzi alla tragedia di un terremoto, essi ci richiamano a una fraternità originaria che supera distanze, incomprensioni e divisioni; che non fa calcoli, non ha bisogno di una legge dello Stato, non si chiede se sotto le macerie ci sia un credente o un ateo, un comunista o un liberale, un sano o un malato. Per questo siamo così duri con sciacalli e profittatori, che antepongono la logica della convenienza a quella della pietà; non solo nella forma miserabile del furto, ma anche in quella più subdola dell’opportunismo e della corruzione. La risposta immediata dei soccorritori testimonia che le persone umane sono esseri naturalmente morali.
Una riposta di segno contrario è quella degli spettatori. Soprattutto quando la routine ha il sopravvento, lo spettatore si mantiene a distanza dai problemi e trova sempre un alibi per nascondere inerzia o vigliaccheria. La scena del sisma è trasformata in un teatro: ci sono politici ladri e incompetenti, imprenditori furbi e pronti ad approfittarsi, tecnici compiacenti che vendono a peso d’oro consulenze fasulle, persino proprietari che hanno speso male (o non hanno speso affatto) alcuni, pochi finanziamenti. A volte, purtroppo, questi giudizi sono veritieri, ma allo spettatore – ecco il punto – non dispiace affatto. Se poi non ha troppi scrupoli, convinto della propria superiorità morale, non esita nemmeno a cavalcare cinicamente uno sciacallaggio mediatico, magari con qualche vignetta oltraggiosa, per andare in prima pagina, o con giudizi al vetriolo sull’operato delle autorità, per volgere a proprio favore la disgrazia ed egemonizzare la rabbia.
Ma c’è anche un’altra risposta, appartenente alla famiglia dei comportamenti virtuosi, oggi particolarmente urgente: quella dei seminatori, che guardano lontano, non si curano degli applausi a scena aperta, tessono con i fatti l’elogio della concordia, promuovono il bene comune, elaborano progetti. Progetti urbanistici, sociali, educativi, politici, a prova di terremoto; capaci di resistere alle faglie delle divisioni, alle scosse telluriche delle polemiche strumentali, agli sciami sismici degli opportunismi di bassa lega, alla peste contagiosa della corruzione. La natura, mettendo in pericolo le nostre vite, c’insegna – anche materialmente – che l’unione è superiore alla divisione, che gli edifici solidi possono essere diversissimi nella foggia esterna, ma devono essere sostanzialmente somiglianti nelle fondamenta invisibili.
I seminatori sono i migliori alleati dei soccorritori e gli avversari più efficaci degli spettatori. Si tratta pur sempre, però, di risposte possibili, non di appartenenze definitive: c’è sempre in ognuno di noi uno spettatore in agguato da cui dobbiamo guardarci, un soccorritore troppo timido che non dobbiamo frenare, un seminatore esitante che merita un incoraggiamento più energico. La generosità verso il presente ha bisogno, oggi più che mai, di una generosità verso il futuro, non meno eroica e incondizionata della prima.

*Luigi Alici è docente di Filosofia morale all’Università di Macerata e vive a Grottazzolina nelle Marche. Il testo che pubblichiamo è tratto dall’editoriale di «Dialoghi» (n. 3-2016), la rivista culturale dell’Ac. Il suo blog è Dialogando

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