Paura e indifferenza ma anche voglia di mettersi in gioco

Paura e indifferenza ma anche voglia di mettersi in gioco

Intervista a Gioele Anni a cura di Andrea Monda, direttore de «L’Osservatore Romano» 

«La prima missione per la nostra Chiesa, per la nostra comunità ecclesiale, è quella di stabilire un contatto con i giovani che si sono allontanati perché non hanno conosciuto l’esperienza di fede come qualcosa di vivo e vitale. Serve costruire prima di tutto un tessuto di relazioni: così potremo andare oltre l’idea che la vita cristiana si riduca a un percorso funzionale a ottenere dei sacramenti»: così Gioele Anni, classe 1990, giovane giornalista e consigliere nazionale dell’Azione cattolica, nell’intervista rilasciata al direttore de «L’Osservatore Romano», Andrea Monda, che così introduce il nostro Gioele: «Ha partecipato molto attivamente al Sinodo sui giovani, con tanta voglia di futuro negli occhi e nella testa. Lo abbiamo incontrato e anche con lui siamo partiti dalla riflessione del sociologo Giuseppe De Rita che parla di due esigenze sociali, la sicurezza e il senso, alle quali rispondono le due autorità, quella civile e quella spirituale, da qui la responsabilità della Chiesa, intesa come istituzione e soprattutto come popolo dei credenti»

«Sicurezza e senso: mi sembra che per la mia generazione le due tematiche siano connesse e quasi sovrapposte. Cerchiamo una sicurezza che non riusciamo a vedere nel futuro, perché c’è una precarietà continua di vita che ti toglie l’orizzonte di senso. Quando tu non hai una prospettiva di stabilità perché mancano le opportunità per realizzarti professionalmente, e quindi per costruire la tua vita, dare forma ai tuoi sogni e aspirazioni, come ad esempio creare una tua famiglia, allora viene meno tutto, anche il senso. E su questo terreno ha gioco facile chi propone soluzioni semplicistiche, mescolando i due elementi. Ma lo spazio per un racconto diverso della vita c’è: è uno spazio ferito, che evidenzia la debolezza della mia generazione, di questa fascia di giovani italiani che viviamo la difficile situazione sociale ereditata dagli ultimi anni».

Il cittadino cattolico che vive una dimensione spirituale, cosa può o deve fare in questa situazione?
Per rispondere a questa domanda bisogna dare uno sguardo al contesto. Se penso ai giovani come me — io ho 28 anni — direi che la maggior parte di noi non ha avuto un rapporto strutturato con le esperienze di fede e di Chiesa. Moltissimi ragazzi sono transitati dalla parrocchia fino alla cresima, poi se ne sono andati e hanno sviluppato un’idea dell’esperienza di fede legata a stereotipi e pregiudizi. Un’idea di Chiesa-istituzione che, addirittura, non riesce a intercettare le domande profonde di senso. Sembra un paradosso ma è così, e questa considerazione è emersa spesso anche nel processo del Sinodo sui giovani. In questo contesto mi sembra che la prima missione per la nostra Chiesa, per la nostra comunità ecclesiale, sia proprio quella di stabilire un contatto con i giovani che si sono allontanati perché non hanno conosciuto l’esperienza di fede come qualcosa di vivo e vitale. Per prima cosa serve mostrare che l’esperienza di fede è appunto un’esperienza viva, un’esperienza di comunità, e che lì, pian piano, in un lungo percorso tu puoi trovare le risposte alle domande di senso che come tutti ti porti dentro. Serve costruire prima di tutto un tessuto di relazioni: così potremo andare oltre l’idea che la vita cristiana si riduca a un percorso funzionale a ottenere dei sacramenti. Questa idea stereotipata della vita di fede nasce anche dai pregiudizi che si hanno rispetto al mondo ecclesiale, spesso frutto di narrazioni mediatiche parziali. Penso in particolare ai casi di scandali clamorosi che non rendono ragione della grande maggioranza delle esperienze in cui le persone incontrano la Chiesa, al cui interno ci sono tanti uomini e donne dediti, lineari, esemplari.

Si capisce dalle tue parole che in realtà la tua è un’esperienza positiva ma che molti tuoi coetanei si sono fermati a un rapporto con la parrocchia abbastanza freddo. C’è qualcosa che non va nella parrocchia? Nella sua forma? Va ripensata? 
Parto proprio dalla mia esperienza: vengo da un contesto di parrocchia piccolissima, perché il mio paese — Bertonico, nella diocesi di Lodi — ha solo mille abitanti. È un’esperienza del “nucleo”, dove ancora la parrocchia è significativa perché è l’unica istituzione vicina alla gente insieme al Comune. Su questo nucleo c’è stato poi l’incontro con l’Azione cattolica, che in tutti i livelli mi ha fatto vivere un’esperienza di Chiesa-comunità, dall’Azione cattolica dei ragazzi alla dimensione del gruppo adolescenti. Poi un primo salto, per me, è stato nell’esperienza del Movimento studenti dell’Azione cattolica, quindi la prospettiva di un impegno concreto nella scuola: mi ha spinto a “uscire” dalla dimensione strettamente parrocchiale per portare una testimonianza lì dove passavo la maggior parte del mio tempo. Ai miei compagni di classe non “fregava” nulla della mia appartenenza ecclesiale, volevano solo capire se potevo offrire qualcosa di concreto. L’esperienza del Movimento studenti invita ad abitare gli spazi di protagonismo della scuola, ad animare le assemblee studentesche, le attività di approfondimento con altri studenti e docenti: uno studente cattolico, inserito in un gruppo, ha spazio per tante proposte anche semplici ma concrete. Alla base di tutto però c’è il dialogo con gli altri, perché se tu porti la tua identità di cristiano-cattolico e proponi solo attività che potresti benissimo fare in parrocchia, questo spazio di dialogo viene meno. Se invece dici: “Qui c’è una cosa concreta da fare, mettiamoci insieme per organizzare un’attività formativa, per organizzare un ciclo di incontri, per trattare in assemblea un tema che interessa a tutti”, allora lì anche dagli altri c’è un’apertura. Il punto d’incontro è sulla concretezza, non sulla base dell’ideologia: puoi trovare disponibilità a fare qualcosa insieme per il bene della comunità. Chiaramente lo stile con cui abitare questo dialogo è conseguenza di una formazione cattolica.

Questa tua formazione, come incide nel tuo impegno? L’ispirazione che scaturisce dal Vangelo che ruolo gioca? Da come stai raccontando sembra che debba toglierti la “giacca del cattolico” per poter dialogare con gli altri, ma l’appartenenza cattolica non è una “giacca”. 
Direi due cose. Da un lato c’è l’impegno a cercare di trovare quei punti d’incontro, quelle tematiche, quegli spazi d’impegno concreto che possono interessare tutta la comunità, e non solo alla mia sensibilità di cattolico. È un frutto dello sguardo al “bene comune” che cresce in un’esperienza matura di fede. Il secondo punto su cui incide la formazione di credente è il riconoscere che nell’altro, anche se viene da un percorso diverso, c’è un valore, che l’altro mi può insegnare qualcosa. Provo a dirlo con una battuta: una volta abbiamo fatto in parrocchia un incontro su come vengono percepiti i cristiani nella società. Un adolescente ha risposto: “A me della Chiesa non piace questo: sembra che abbia ragione solamente chi ne fa parte”. Il problema è che a volte chi esce da percorsi di formazione come quelli parrocchiali entra poi negli ambienti di vita come portatore di una verità già pronta, che viene proposta senza spazi di mediazione. L’approccio di un dialogo pragmatico, a mio parere, non mette in discussione i nostri valori, ma spinge a trovare prima di tutto i punti d’incontro, come dice il Papa: quei punti che ci uniscono e che sono maggiori di quelli che ci dividono. Da lì si può partire per costruire qualcosa insieme. Primo passo quindi è cominciare ad ascoltare l’altro in cui, anche se non è credente, siamo convinti che ci sia un frammento di Vangelo, un frammento di verità, e da qui partire per costruire qualcosa a partire da ciò che praticamente puoi fare lì dove sei, come sei.

Quindi ad attirarti e coinvolgerti è stata soprattutto l’Azione cattolica?
Sì. Come dicevo, la possibilità di mettermi in gioco concretamente nello spazio della scuola è stata una prima svolta nel mio percorso, utile a uscire dalla logica che la fede cristiana si vive solo nel contesto della parrocchia. Poi altre svolte, a livello molto personale, sono state delle esperienze di servizio, di volontariato, una in particolare in Abruzzo dopo il terremoto, nel 2010. Quell’esperienza mi ha aiutato — come dire — a “de-intellettualizzare” la mia vita di credente. Con questo termine mi riferisco al fatto che forse la formazione che ho ricevuto (insieme alla maggior parte dei mie coetanei) era stata improntata a imparare bene dei concetti, ad apprendere e conoscere bene il catechismo. Forse a volte è mancata un po’ di esperienza concreta. I momenti di volontariato, in particolare questo con le vittime del terremoto, mi hanno portato a pensare: “Qui non spiego niente a nessuno, non devo raccontare che cos’è per me la fede, non devo difendere delle posizioni o delle scelte etiche. Qui sono io con quello che ho, poco o niente, eppure quello che metto a disposizione degli altri può essere utile”.

La tua sensazione è che i giovani della tua generazione siano rimasti a questo approccio intellettuale della fede? Cioè, hanno incontrato una Chiesa che ha proposto solo concetti?
Credo che l’idea di fondo sia questa, perché forse il percorso che ti porta fino ai sacramenti viene ancora associato al percorso scolastico: in qualche modo, la scuola e il catechismo viaggiano quasi paralleli.

Hai in mente una forma alternativa? 
I problemi sono tanti e complessi. Ad esempio al Sinodo sui giovani qualcuno proponeva di spostare più in là il momento della cresima, affiancando il percorso dottrinale a un percorso esperienziale. Sono ragionamenti che vanno studiati e approfonditi nelle giuste sedi, però intanto mi sembra un’intuizione interessante: maggiore spazio alle dinamiche esperienziali. Anche su questo l’Azione cattolica in qualche modo ha lavorato: la “scelta esperienziale” risale già al dopo concilio, ma è un processo che sempre si può aggiornare e ampliare. Mi sembra che le esperienze di Chiesa che attirano i giovani sono quelle che inizialmente ti chiedono di dare un contributo su qualcosa che tocca la tua vita. Poi in un processo, con l’accompagnamento di adulti, con l’accompagnamento di una comunità, arriviamo insieme a definire perché tu ti impegni, che cosa c’è di più profondo in questa tua voglia di spenderti per un bene anche molto concreto, molto semplice.

Ti dico queste due parole: paura, rancore. Appaiono i sentimenti prevalenti oggi nella società occidentale, contemporanea. Sei d’accordo?
Ne aggiungerei un terzo, che è l’indifferenza. Mi pare che la mia generazione sia soprattutto impaurita; non direi rancorosa, forse questo è un sentimento che appartiene più agli adulti. Riprendo quello che diceva De Rita: il rancore che nasce dalla promessa di futuro che non si è realizzata. Dopo lo choc economico del 2008 abbiamo sentito parlare così tante volte di crisi, di opportunità che vengono meno, da pensare già in partenza che il nostro futuro sarebbe stato peggiore del presente. Questo non ha sviluppato rancore, ma direi una forma di indifferenza alle dinamiche di comunità, perché in fondo devo prima di tutto pensare a salvare me stesso. Quindi direi più paura e indifferenza in questa accezione, per cui non ho tempo di preoccuparmi degli altri, della mia comunità, dal momento che ho bisogno di mettermi prima al sicuro, perché il futuro non c’è per tutti. E questo non fa per forza di me una persona arrabbiata, però mi chiude alla relazione con gli altri.
Allo stesso tempo però non penso che il nostro tempo sia caratterizzato solo da sentimenti negativi. C’è una disponibilità a mettersi in gioco nuova, diversa. Ne abbiamo parlato spesso durante il Sinodo. Mentre forse gli adulti hanno ancora un’idea di appartenenza ideologica, dove tu sposi una causa e ti senti partecipe, noi abbiamo una forte disponibilità ad attivarci su cause concrete e vicine. Penso a tutti i movimenti ambientalisti, a partire dai Fridays For Future lanciati da Greta Thunberg. Se la questione ci tocca direttamente, se ci rendiamo conto che qualcosa deve cambiare perché così non possiamo andare avanti, sentiamo il desiderio di metterci in gioco.

Alcune persone che ti hanno preceduto in questa serie di interviste, ad esempio il poeta Davide Rondoni, si sono soffermate sull’impatto della tecnologia sulla vita dell’uomo, riflettendo su una possibile mutazione antropologica. Per te che sei quasi un nativo digitale, come sono cambiati i desideri profondi? Come si vive la dimensione dell’affetto e delle relazioni in un’epoca così tecnologica?
Il primo dato è che noi abbiamo un senso di comunità molto più largo. Facciamo delle esperienze, almeno noi giovani del mondo occidentale, che forse la tua generazione iniziava a fare: i viaggi all’estero, l’Erasmus, le vacanze studio estive. Esperienze che ti portano ad avere un senso di appartenenza che è più ampio del paesino, della regione. Credo che questo sia un dato positivo. Abbiamo il mondo in tasca e ci sentiamo cittadini di questo mondo. Ci sono grandi e piccole cause che mettono in moto i giovani in tutto il mondo, in un modo che trenta o quaranta anni fa probabilmente non era pensabile. Questa mi sembra la cosa più interessante.
Allo stesso tempo mi sembra che le tecnologie portino sempre più a vivere le relazioni dentro delle “bolle”. Se ho una chat di WhatsApp con i mie amici, con la mia compagnia storica, posso andare a scuola e non avere relazioni con i compagni di classe, perché i miei affetti ce li ho in chat. Quello che m’interessa lo condivido con un post, lo condivido scrivendo sul gruppo. Paradossalmente, l’apertura amplissima di cui ti parlavo in realtà rischia di ridursi. Se andiamo poi sulle questioni tematiche, l’effetto “bolla” creato dai social si fa ancora più forte. Il radicamento di posizioni sempre più estreme è anche legato alle modalità di funzionamento di Facebook, Instagram, Twitter: io giovane di oggi posso aver accesso a dei contenuti molto ristretti ma avere la sensazione che tutti la pensino come me, che quello sia l’unico pensiero. Come sempre, strumenti nuovi scatenano dinamiche positive e negative, anche accentuate in un senso o nell’altro.
Il ruolo della Chiesa, delle nostre comunità e dei nostri gruppi, può essere allora quello di aiutarci a far uscire ciascuno dalla sua piccola bolla e di creare (o ritrovare) spazi fisici d’incontro e di dialogo. Forse solo noi, come Chiesa — o anche la scuola, con cui la stessa Chiesa spesso riesce a dialogare — possiamo riconoscere l’urgenza di mettere insieme persone che altrimenti non avrebbero dove incontrarsi, senza avere la tentazione di guardare alla carta d’identità, stimolando processi inclusivi di costruzione del bene comune, del bene possibile.

Forse si è caricata di troppa aspettativa la comunicazione, cioè il fatto che viviamo l’epoca delle comunicazioni così potenti, così pervasive. Però forse la comunicazione, considerata dal punto di vista meramente tecnico, non basta.
Non è solo comunicazione, è senso di appartenenza. Cercavo di spiegare a mia madre cos’è nato con la serie tv Il Trono di Spade. È sorto un universo in cui ritrovarsi e raccontarsi con tante persone di tutto il mondo, condividere le proprie impressioni, ciò che quella storia ti ha detto. Stiamo ore su Facebook o su Twitter non tanto perché abbiamo qualcosa da comunicare, quanto perché vogliamo sentirci parte di una comunità che condivide il nostro interesse: una serie tv, il calcio, persino le questioni di Chiesa! Ci sono delle pagine Facebook che sono super frequentate e attivissime. Certo, se io condivido i miei interessi solo con persone con cui ho un contatto virtuale, diventa un problema, perché non sempre nella vita ho a che fare con comunità che mi scelgo: sul posto di lavoro, a scuola, non ci sono solo persone con le mie stesse sensibilità. Abbiamo quindi bisogno di vivere esperienze concrete, fisiche, di ascoltare opinioni diverse, modi di pensare diversi. In questo senso, forse, il mondo ecclesiale fa ancora fatica ad accettare che gli spazi virtuali sono spazi profondamente reali. Il Sinodo sui giovani ha posto il tema e ci ha lavorato, ma la narrazione è ancora quella della rete che ti estranea, che ti toglie vita, invece è un ambiente dove la vita c’è, a tutti gli effetti.

Se io dico politica tu che dici? 
Dico che è una cosa complicata e invece ce la vendono semplice. La politica è difficile. È l’arte della mediazione. Come quando fai politica a scuola, all’università, e lì ti rendi conto che devi trovare punti d’incontro fra persone dello stesso gruppo che la pensano diversamente, tra giovani, e poi devi interfacciarti con gli adulti. A noi invece viene spiegato che la politica è l’arte dell’imporsi, del mandare il messaggio più convincente. E le “bolle” di cui dicevo prima, che sono sempre più ridotte, sono funzionali a questa narrazione: quando il mio messaggio raggiunge il target di riferimento e faccio breccia, passo per il più bravo. Mi sembra che l’uso pubblico dei simboli cattolici faccia un po’ parte di questa dinamica, di una semplificazione strumentale che punta a convincere chi fa fatica a comprendere questa complessità.

Quindi come bisognerebbe fare per agire in politica diversamente? I giovani della tua età fuggono dalla politica. 
Sì, fuggono, e mostrano segni di apparente disinteresse. L’astensione non è però del tutto una fuga come ha notato il sociologo Alessandro Rosina analizzando il voto del 4 marzo: i giovani votano chi c’è e fa proposte magari un po’ estreme, oppure si astengono perché intendono dare un segnale, non per disinteresse. Allora, prima che gli spazi della politica partitica, serve innanzitutto valorizzare quelli dell’impegno nella scuola, nell’università, nel sindacato, nella comunità civile. Lì ti formi e ti rendi conto di cos’è l’esperienza politica. E poi c’è bisogno di un enorme lavoro di ricostruzione dei contesti complessi, che vuol dire riuscire a scappare dalla logica del muro contro muro continuo. È chiaro che i messaggi divisivi fanno più breccia, ma mi sembra che le esperienze più efficaci siano quelle che riescono ad aiutare le persone a comprendere i contesti piuttosto che dire “a un messaggio A rispondo con un messaggio B”. Anche se questa operazione richiede molto più tempo.

Un’altra parola: sinodalità; il Papa insiste su questo.
Il Sinodo dei giovani è stata una figata, non so se si può dire su «L’Osservatore Romano». È stata esperienza di sinodalità, l’assemblea sinodale in particolare, ma anche tutto il processo. È un metodo che ha bisogno di tempi lunghi, anche lunghissimi. Il Sinodo dei giovani è iniziato due anni fa ma la sua attuazione sarà molto lunga e avrà bisogno di essere seguita tanto quanto l’evento, perché, altrimenti se la sinodalità si riduce a un evento, si perde; siamo pieni di convegni e di appuntamenti che poi si sono persi. È stata un’esperienza entusiasmante perché ha messo insieme tante differenze: di provenienza, di età, di cultura. Anche nel contesto italiano, però, abbiamo tantissime differenze, tra nord e sud, tra età diverse. Il Sinodo le ha messe insieme dando spazi per vivere momenti formali e informali. Questi ultimi in particolare sono stati decisivi perché hanno permesso di muovere molto profondamente gli affetti. Davanti ad alcune storie di giovani, penso ai giovani dell’Iraq, ad alcune storie di sofferenze e di marginalità, ma anche davanti a storie semplici di comunità cristiane vive e significative, c’è stato un continuo emozionarsi, commuoversi. Ho visto anche i vescovi, anche il Papa, emozionarsi fino alle lacrime, alcuni vescovi facendo i loro interventi hanno pianto. L’incontro con i giovani, soprattutto con i giovani ai margini, nei racconti, anche nella presenza dei questionari che erano stati inviati alla riunione del pre-sinodo ha mosso gli affetti della Chiesa. Tutto il processo, in definitiva, è stato un primo passo per recuperare lo stile dell’informalità, almeno con i giovani. Ricapitolando: riscoprire l’informalità, darsi tempi lunghi e muovere gli affetti sono gli ingredienti che ho riscontrato nella sinodalità. Penso che possano essere elementi che fanno bene anche alla Chiesa italiana in questo orizzonte di lungo periodo per andare ad attingere alle sorgenti vive. Avrei molta paura di un sinodo della Chiesa italiana “romanocentrico”, credo invece che ci serva la periferia, portarla un po’ dentro, uscire un po’ dal centro. Andare nelle periferie e vedere che cosa si muove, che esperienze belle stanno già nascendo spontaneamente. Davvero la realtà è più importante dell’idea: in tanti casi noi pensiamo di dover progettare chissà che cosa, poi andiamo nel gruppo più scalcagnato di provincia e vediamo che ci sono delle cose stupende.
Ha ragione Matteo Truffelli quando dice, su questo giornale, che c’è una dinamica della sinodalità che va molto oltre l’evento. Un evento sinodale forse potrebbe essere interessante se pensato in due tempi: un momento di sinodalità a livello locale, parrocchiale, diocesano e poi il confronto con l’autorità dei vescovi a Roma. Partiamo dal concreto: che cosa vuol dire essere parrocchia sinodale? Che vuol dire fare sinodalità in parrocchia? Penso che le dinamiche che raccontavo prima si possano portare anche a livello parrocchiale. E poi c’è un confronto con chi ha un ruolo di autorità che è fondamentale per l’esercizio della sinodalità, dove l’autorità deve mettersi al servizio e far crescere tutte le varie parti della comunità. Più vai nel locale e più invece è difficile trovare autorità che si mettano al servizio delle comunità. E non parlo solo di mondo clericale; anche i laici, nel piccolo contesto, nella piccola associazione, a volte sembrano cercare quasi un piccolo spazio di potere.
In conclusione mi sembra che questo è un tempo bello di Chiesa, e direi che anche nello spazio politico ci sono dei fermenti interessanti; c’è anche qualche scenario preoccupante, qualche narrazione che fa un po’ paura, però è bello abitare questo momento, è bello vedere questa Chiesa che è Chiesa in uscita, nel senso che cerca di dialogare con i giovani, con gli adulti, con tante realtà. È bello essere giovani oggi ed è bello far parte della Chiesa oggi. Questa mi sembra la cosa principale che anche nelle attività delle varie associazioni, movimenti, nell’Azione cattolica, nelle parrocchie, è bello far emergere. Non cediamo alle profezie di sventura, come ha detto il Papa iniziando il Sinodo dei giovani.

Vaticano, 25 giugno 2019

L’anticorpo sano dell’associazionismo

L’anticorpo sano dell’associazionismo

L’esigenza di una politica concepita e vissuta come «costruzione condivisa di futuro» e il fondamentale contributo del laicato cattolico sono i temi sui quali si sofferma Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana, intervenendo nel dibattito sulla crisi della società italiana e sul ruolo della Chiesa aperto da «L’Osservatore Romano». Per Truffelli: Identità è apertura all’altro. È quello che ci insegnano la ragione e l’esperienza, ma anche la nostra fede trinitaria. Vale per ciascuno di noi, singolarmente, ma vale anche per tutti noi come popolo. Proprio per questo abbiamo un grande bisogno, come ha ribadito il presidente Mattarella, di riscoprire e rilanciare le ragioni del nostro stare insieme, del nostro essere una «comunità di vita», del nostro camminare gli uni a fianco degli altri. Per il presidente dell’Ac: Serve fiducia reciproca. Fiducia, in particolare, in quella «immensa maggioranza del popolo di Dio» che sono i laici. Nella loro fede, nella loro passione per la Chiesa e per il mondo, nel loro senso di responsabilità e nelle loro competenze. Da questo punto di vista, avrebbe senso che ci preoccupassimo fin da ora di far crescere un modo di essere Chiesa e delle modalità di lavoro costantemente improntate alla sinodalità.

Il testo completo dell’intervista a Matteo Truffelli 
di Andrea Monda, direttore de «L’Osservatore Romano» 

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due, altrimenti la società soffre, diventa schizofrenica. In questa situazione potrebbe giocare un ruolo importante la Chiesa.

Tutta la storia dell’umanità ci mostra con chiarezza la necessità, per il nostro convivere, di entrambe le sfere, quella politica e quella religiosa. Quella della promozione e della garanzia della sicurezza, della pace, della giustizia e dell’esercizio regolato della libertà, e quella della ricerca del significato profondo del vivere, attraverso il radicamento in una ulteriorità che possa sostenere, scandire e al tempo stesso orientare il cammino degli uomini e della società. Al tempo stesso, la storia ci ammonisce severamente rispetto ai pericoli che comporta la confusione tra questi due piani, l’illusione che l’uno possa servirsi più o meno strumentalmente dell’altro, oppure tentare di utilizzarne le specifiche dinamiche, gli strumenti, i linguaggi, senza generare conseguenze distorte. Quando questo è accaduto, la storia ha sempre mostrato il suo volto peggiore. I due piani devono rimanere distinti.

Tuttavia mi pare che la grande sfida con cui il cristianesimo ha tentato di misurarsi nella modernità e che ancora si staglia davanti a noi è quella di assumere questa distinzione senza trasformarla in separazione, nutrendo la dimensione politica con la linfa di una fede incarnata e pubblica, vissuta non individualmente, ma come comunità. E contribuendo perciò alla vita della città offrendo a essa il lievito di una visione dell’uomo e della società, un senso del bene e della giustizia, e l’impegno concreto per la realizzazione di una società più solidale, più libera, più umana.

Questo implica anche, però, che i credenti per primi non si rassegnino a una concezione della politica pensata come semplice regolazione degli inevitabili conflitti e come organizzazione di una convivenza ordinata, insomma come mera amministrazione dell’esistente. Abbiamo bisogno di ritrovare il valore profondo di una politica concepita e vissuta come pensamento e costruzione condivisa del futuro. Pur nella consapevolezza dei limiti intrinseci del suo campo d’azione, la politica deve recuperare il suo respiro progettuale: la sua funzione architettonica, avrebbe detto Giorgio La Pira.

La società italiana oggi sembra dominata dal rancore. Da dove nasce questo rancore? De Rita dà una sua lettura, quasi un lutto per quello che non c’è stato, una promessa mancata, un futuro che sembra incrinato, perso. In questa situazione emerge un dato che ha una sua ambiguità, anche inquietante, cioè il dato dell’identità come risposta alla globalizzazione ma una risposta che si colora di chiusura e violenza.

Mi pare che l’analisi di De Rita, come anche quelle proposte negli interventi che a partire da essa si sono succeduti su queste pagine, siano del tutto condivisibili. Senza dubbio il rancore e l’insofferenza che emergono in maniera sempre più aspra dal profondo della società italiana si radicano in una sorta di disillusione nei confronti del futuro, parola che fino a non molto tempo fa era connotata da una valenza prevalentemente positiva, carica di speranza, di fiducia nel progresso, e che invece oggi si declina sempre più con un senso di incertezza, di timore, di oscurità.

Lo ha ricordato anche il presidente Mattarella nell’intervista rilasciata ai media vaticani pochi giorni fa (cfr. «L’Osservatore Romano» del 18 maggio): le ragioni del disagio sociale sono profonde, e reali. Il nostro Paese è solcato da una serie di contrapposizioni: tra Nord e Sud, o meglio tra i diversi Nord e i diversi Sud che compongono la penisola; tra chi abita in un territorio dinamico e affacciato sull’Europa e chi invece teme di non potersi costruire un futuro se non al prezzo di abbandonare la propria terra; tra chi abita nelle zone spopolate di montagna e chi vive quotidianamente a cavallo di treni e autostrade. Tra adulti e giovani che faticano ad ascoltarsi reciprocamente e ad assumersi le proprie responsabilità; tra italiani impauriti e migranti in fuga dalla morte. Tra cittadini e istituzioni, tra politica e società. Tra rispetto dell’ambiente e crescita economica, tra profitto e dignità dei lavoratori. Tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Siamo divisi anche tra credenti e non credenti, e qualcuno tenta di tracciare solchi persino dentro la comunità ecclesiale.

In questo senso, mi sembra valga la pena aggiungere una sottolineatura: l’aspetto più preoccupante di questa spinta alla frantumazione e alla contrapposizione è il fatto che la politica pare sempre più intenzionata a enfatizzare e allargare le fratture esistenti, invece che preoccuparsi di ridurle. Ed è per far questo che ricorre a un’accezione distorta di identità, riducendola a una specie di fortino dietro cui ripararsi sollevando i ponti levatoi. Ma ogni identità, tanto quella personale quanto quella collettiva, è sempre, per sua stessa natura, un’esperienza relazionale, una dinamica aperta, il prodotto di un insieme composito di somiglianze e differenze, di influenze reciproche, di appartenenze molteplici. Identità è apertura all’altro, necessariamente, fin dalla nascita. È quello che ci insegnano la ragione e l’esperienza, ma anche la nostra fede trinitaria. Ed è quello che inscrive dentro il nostro cuore il nostro saperci fratelli, appartenenti all’unica famiglia umana, in quanto figli di un solo Padre. Vale per ciascuno di noi, singolarmente, ma vale anche per tutti noi come popolo. Proprio per questo abbiamo un grande bisogno, come ha ribadito in più occasioni il presidente Mattarella, di riscoprire e rilanciare le ragioni del nostro stare insieme, del nostro essere una «comunità di vita», del nostro camminare gli uni a fianco degli altri.

Il Papa propone ormai da anni il tema anzi il metodo della sinodalità, cioè il camminare insieme, il conoscersi, il fare qualcosa insieme, alto e basso che si intrecciano armoniosamente. Si avverte però un po’ di fatica a capire bene come realizzare questa sinodalità all’interno della Chiesa e della società, come mai?

Le dinamiche che caratterizzano le due sfere sono differenti, e dunque sono in buona parte differenti, penso, anche le ragioni delle fatiche che si registrano dentro di esse dal punto di vista della difficoltà a camminare insieme. Tuttavia una radice comune può forse essere individuata nella resistenza ad accettare la fatica e il tempo necessari a un autentico ascolto reciproco (e ancor più alla radice all’ascolto del mondo, delle domande, delle paure, dei dubbi e delle delusioni che abitano il cuore delle persone) e a un confronto libero e responsabile tra punti di vista, esperienze, sensibilità e bisogni differenti. Due condizioni indispensabili per ogni esperienza sinodale. Condizioni che postulano la disponibilità a non sapere in precedenza quale potrà essere il punto di arrivo del percorso, accettando il rischio di incamminarsi ugualmente. Se sinodalità significa camminare insieme, allora non può voler dire mettersi in strada con l’intenzione di condurre i compagni di viaggio a un punto di arrivo cui si è già convinti di dover giungere, lungo una rotta predefinita, anche quando la comune direzione generale è chiara. Non può nemmeno voler dire che qualcuno corre avanti mentre qualcun altro rimane indietro. Come sa chi frequenta i sentieri di montagna, camminare insieme chiede la prudenza di procedere senza strappi e la saggezza di rispettare il passo di ciascuno.

Mi pare che queste caratteristiche siano state la cifra dell’intervento di Papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze. Non ha suggerito iniziative e priorità o dato indicazioni operative, ma ha sollecitato la Chiesa italiana a mettersi «in movimento creativo» per «avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni». Il magistero di Papa Francesco è così: un pronunciarsi che non chiude i discorsi, ma li apre, avvia processi anziché tirare le somme. Che dice fate, non cosa fare. Dice pensate, non cosa pensare. Anche quando questo può creare inquietudine e generare timore, perché costringe ad avventurarsi in spazi aperti senza navigatore. È in questo modo che può realizzarsi un intreccio armonioso tra un percorso dal basso e uno dall’alto, tra la partecipazione di tutto il gregge e la guida dei pastori.

La condizione perché ciò avvenga, però, è che ci sia fiducia reciproca. Fiducia, in particolare, in quella «immensa maggioranza del popolo di Dio» che sono i laici. Nella loro fede, nella loro passione per la Chiesa e per il mondo, nel loro senso di responsabilità e nelle loro competenze. Da questo punto di vista, avrebbe senso che per non correre il rischio di ridurre l’idea preziosa di un sinodo della Chiesa italiana a una “cosa da fare”, che magari una volta fatta corra il rischio di essere messa da parte per passare ad altro, come a volte purtroppo accade, ci preoccupassimo fin da ora di far crescere un modo di essere Chiesa e delle modalità di lavoro costantemente improntate alla sinodalità. Creando occasioni ordinarie e spazi stabili di confronto, elaborando forme adeguate e possibili di corresponsabilità, valorizzando le esperienze che già sperimentano almeno in parte la grazia di questo modo di essere Chiesa.

Quando si dice “Chiesa italiana” può scattare l’automatismo per cui si pensa alla Cei o al Vaticano, ma la Chiesa non è né l’una né l’altro, la Chiesa è il popolo di Dio. E allora quale può essere il ruolo del popolo cattolico in questa situazione critica dell’Italia?

Direi che il suo ruolo principale deve essere proprio quello di essere popolo. Cioè di continuare a intessere dentro la società del nostro Paese una trama ricca di legami tra le persone, le famiglie, le comunità, le formazioni sociali, i territori. Rafforzando e facendo crescere quel tessuto di vincoli solidali, di spazi di corresponsabilità e di partecipazione alla cosa pubblica che già rappresentano la spina dorsale dell’Italia, ciò che la tiene in piedi. Questo significa essere popolo, una realtà molto diversa da quella somma di individui raccolta attorno a un capopopolo con cui lo identificano i populismi.

Credo che proprio qui possiamo intravedere una possibile risposta a quella che Papa Francesco individua, fin dall’esordio dell’Evangelii gaudium, come la tentazione peggiore con cui si deve misurare l’uomo contemporaneo e perciò come la sfida decisiva per la missione evangelizzatrice della Chiesa: quella «tristezza individualista, che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata». Forse una responsabilità specifica spetta, in questo senso, a tutte quelle realtà che nella Chiesa interpretano in maniera particolarmente significativa questa dimensione, questo mettere insieme le persone, le famiglie, le generazioni, i territori, le comunità. Penso a tutte le esperienze di aggregazione, alle associazioni e ai movimenti, che devono mettere questa loro capacità a servizio non solo dell’intera comunità ecclesiale, ma dell’intero Paese. Proprio l’associazionismo può rappresentare per la nostra società un anticorpo sano, in grado di combattere il virus individualista che genera dentro il corpo della nazione processi di disgregazione dei legami sociali.

Abbiamo poi il dovere, come comunità di credenti, di tentare di tradurre in proposte buone per la vita del Paese quello straordinario patrimonio di esperienze, iniziative, idee, persone e valori che la nostra storia ha prodotto nel tempo e che la vitalità della realtà di cui siamo parte continua a generare. Declinando progetti e percorsi concreti attorno a cui confrontarci insieme a tutti coloro che hanno a cuore il presente e il futuro dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

Vaticano, 7 giugno 2019

WE formativo 15 e 16 giugno 2019

WE formativo 15 e 16 giugno 2019

Vogliamo dedicare il weekend formativo, primo appuntamento della proposta estiva dell’Azione Cattolica diocesana, che si terrà sabato 15 e domenica 16 giugno, ad iniziare insieme il percorso assembleare.
Vorremmo che il modulo formativo estivo fosse un tempo ed un luogo di confronto, per rafforzare le belle relazioni, per ascoltare la Parola e le parole che suscitano idee, nella convinzione che insieme si va più lontano. Ecco perché è fondamentale che ogni presidente parrocchiale, ciascun consigliere territoriale o diocesano, tutti gli aderenti si sentano interpellati come protagonisti della vita associativa, portatori di quel Bene che vogliamo condividere e custodire insieme.
Sabato 15 giugno, presso l’Abbazia di Maguzzano, dalle ore 14.30, ci aiuterà ad avviare la riflessione Gioele Anni, consigliere nazionale del settore giovani, che tutti abbiamo riconosciuto nelle giornate del Sinodo dei Giovani. Egli riprenderà le parole che PapaFrancesco ha consegnato il 27 aprile 2017 al Fiac (Forum Internazionale dell’Azione Cattolica) e quindi anche all’AC nazionale, diocesana e a ciascuna associazione territoriale. Da questa “magna charta” emergono temi e modi che delineano il futuro dell’Azione Cattolica. Nelle attività laboratoriali tradurremo le parole in attenzioni, attività, percorsi, progetti, concreti e sostenibili. Il Consiglio diocesano di domenica mattina raccoglierà e condividerà gli esiti dei laboratori come modalità di essere discepoli missionari nella Chiesa e nel mondo, pronti ad uscire, a spalancare le porte per incontrare Cristo nei fratelli. La preghiera della liturgia delle ore, la celebrazione eucaristica, il dialogo fraterno, che vivremo in quei due giorni, esprimono la cura della vita  interiore, nutrimento della vita quotidiana.

Taccuino per il seggio elettorale

Taccuino per il seggio elettorale

 

Tra pochi giorni saremo chiamati ad eleggere il nuovo Parlamento europeo nell’ambito di una vasta “prova di democrazia” che coinvolgerà i cittadini di tutti gli Stati membri dell’Unione. Agli elettori che si recheranno ai seggi – e speriamo siano in tanti – il consiglio di portare con sé – oltre alla tessera elettorale e un documento valido – un piccolo promemoria di ciò che era e di ciò che è l’Europa, nel senso di Ue, che tanti, troppi, oggi dipingono come foriera d’ogni sventura, sia essa sociale o economica, che affliggerebbe i destini degli Stati membri.

Non dimenticare. Il cammino dell’integrazione mosse i primi passi all’indomani della seconda guerra mondiale con lo scopo di portare pace, democrazia e sviluppo in un’Europa dilaniata da ideologie nazionaliste, meglio: nazifasciste. Da allora le realizzazioni concrete a livello comunitario sono state molteplici, consentendo di creare vantaggi diretti per la vita dei cittadini e delle Nazioni europee; in particolare, dopo la caduta del Muro di Berlino, l’Ue è divenuta un fattore di stabilità, uno strumento di avvicinamento tra i popoli e gli Stati europei, ricoprendo anche un ruolo positivo in relazione alla politica internazionale. Oggi l’Ue non è solamente un “mercato unico”: i legami tra i Paesi membri ruotano attorno a crescenti relazioni politiche e si fondano sui principi di solidarietà, sussidiarietà e “unità nella diversità”: si tratta, dunque, di un processo di progressiva coesione con reciproci vantaggi, pur nel rispetto delle specificità nazionali sul piano della storia, della cultura, delle tradizioni di ciascun aderente.

Non dimenticare. Naturalmente non mancano i “punti deboli” in una costruzione tanto complessa: occorrerebbero infatti alcuni rafforzamenti sul piano istituzionale, ulteriori collaborazioni in ambito economico e sociale nonché maggiori risultati concreti per quanto attiene la sicurezza, la protezione dei consumatori, il sostegno alle regioni meno sviluppate, la lotta ai cambiamenti climatici… E, soprattutto, la “casa comune” deve ancora dimostrare di reggere alle tante sfide poste dalla “globalizzazione” dei mercati, dalle novità in campo demografico (invecchiamento della popolazione, fenomeni migratori), dalla necessità di più coraggiose forme di cooperazione allo sviluppo con le regioni povere del mondo.

Non dimenticare. Per i cristiani, le parole di papa Francesco (in occasione dell’incontro Ripensare l’Europa: contributo cristiano al futuro della Ue): «Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all’Europa di oggi  è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone. Purtroppo, si nota come spesso qualunque dibattito si riduca facilmente ad una discussione di cifre. Non ci sono i cittadini, ci sono i voti. Non ci sono i migranti, ci sono le quote. Non ci sono lavoratori, ci sono gli indicatori economici. Non ci sono i poveri, ci sono le soglie di povertà. Il concreto della persona umana è così ridotto ad un principio astratto, più comodo e tranquillizzante… Le cifre ci offrono l’alibi di un disimpegno, perché non ci toccano mai nella carne».
«Riconoscere che l’altro è anzitutto una persona, significa valorizzare ciò che mi unisce a lui. L’essere persone ci lega agli altri, ci fa essere comunità. Dunque il secondo contributo che i cristiani possono apportare al futuro dell’Europa è la riscoperta del senso di appartenenza ad una comunità. Non a caso i Padri fondatori del progetto europeo scelsero proprio tale parola per identificare il nuovo soggetto politico che andava costituendosi. La comunità è il più grande antidoto agli individualismi che caratterizzano il nostro tempo, a quella tendenza diffusa oggi in Occidente a concepirsi e a vivere in solitudine. Si fraintende il concetto di libertà, interpretandolo quasi fosse il dovere di essere soli, sciolti da qualunque legame, e di conseguenza si è costruita una società sradicata priva di senso di appartenenza e di eredità».

Non dimenticare. Le elezioni del prossimo Parlamento europeo si collocano in tale contesto: l’assemblea di Strasburgo riveste oggi un ruolo ben definito all’interno dell’Ue, assegnatogli dai Trattati, soprattutto per quanto riguarda la formazione delle leggi, la definizione del bilancio comunitario e il “controllo politico” sulla Commissione. Il Parlamento, eletto a suffragio universale, si è conquistato un posto di primo piano nel processo di integrazione, benché esso – proprio in quanto unica istituzione Ue eletta dai cittadini – abbia ancora poteri limitati.
L’imminente appuntamento elettorale può segnare un’occasione favorevole per far risuonare la voce dei cittadini in sede comunitaria. Il valore della partecipazione al voto va intesa nel senso di un’“Europa più democratica”, mentre il peso delle proprie scelte politico-elettorali andrà a influire sulla composizione dell’assemblea stessa e quindi sulle decisioni che in futuro verranno assunte nell’emiciclo.

Non dimenticare. Per tali motivi, l’Azione Cattolica Italiana sollecita i suoi associati e tutti i cittadini a votare per il rinnovo del Parlamento europeo. Il diritto di voto va inteso nel senso della piena valorizzazione della libertà di scelta, della democrazia partecipativa (che peraltro non può limitarsi al momento elettorale) e del “peso” che tale scelta potrà avere sul futuro dell’edificio comunitario. L’Ac ha sostenuto fin dall’inizio il progetto d’integrazione europea e continua a sostenerlo ancora oggi e ricorda che tutti i cristiani hanno non solamente il diritto ma anche la responsabilità d’impegnarsi attivamente in questo progetto. Inoltre, la partecipazione dei cristiani è essenziale per riscoprire l’anima dell’Europa, che è cruciale per rispondere ai bisogni fondamentali della persona umana e per il servizio del bene comune, contribuendo in particolare alla difesa e promozione della vita umana, al sostegno della famiglia, alla tutela dei diritti individuali e sociali, a promuovere la giustizia nelle relazioni tra l’Ue e i Paesi in via di sviluppo, a proteggere il Creato e a promuovere la pace in ogni angolo del mondo.

Festa Diocesana 2019

Festa Diocesana 2019

Alla Festa diocesana sono invitati tutti gli aderenti, dai bambini ai nonni, infatti sono stati preparati momenti per ogni età in cui confrontarsi su come essere comunità generative nel nostro territorio diocesano.

I bambini e i ragazzi daranno una seconda vita agli oggetti mediante un’attività laboratoriale.
Il momento per Adulti e Giovani in particolare è caratterizzato da un incontro con la realtà del “Centro Raccolta Solidale” di Lodi: si tratterà di un momento estremamente significativo ma anche formativo su una realtà e le sue iniziative di cui forse non si sente molto parlare. È perciò importante invitare a partecipare le persone impegnate nella Caritas e nei Centri di Ascolto parrocchiali.

Associazioni e partecipanti sosterranno le attività del CRS portando alla Festa generi alimentari a lunga conservazione.
La serata (post cena) sarà organizzata dal MSAC che metterà a tema l’Europa nella modalità del MSACafè.