da Nicolas Allovisio | Apr 26, 2019 | Goccia
La riflessione che ci propone questa quarta tappa del cammino associativo arriva appena dopo la celebrazione della Pasqua. L’annuncio della gioia della Risurrezione, che ognuno di noi è chiamato a rinnovare ogni giorno, sarà possibile solo nella misura in cui saremo in grado di sperimentare l’Amore che ci precede.
Precedere nell’amore per generare – (Lc 10,1-12.16)
Gesù invia davanti a sé, sulle strade della sua terra, settantadue discepoli rendendoli apostoli, cioè missionari. Ogni discepolo del Signore è anche testimone, inviato nei luoghi della vita ad annunciare l’amore del Padre che vuole raggiungere tutti e ciascuno. È una chiamata che possiamo imparare a declinare in tutti i linguaggi e le azioni della nostra quotidianità. È una chiamata a precedere l’Amore, perché sperimentiamo ogni giorno che l’amore ci precede, e, anche così, diventare generatori.
Buona lettura!
La Redazione di Goccia
La Parola Illumina
Proponiamo due contributi di approfondimento sul brano di Vangelo di Luca che è stato scelto come testo di riferimento per questa tappa.
– Il primo è tratto dal materiale multimediale allegato alla traccia proposta dall’AC nazionale per il cammino adulti 2018/2019.
– La seconda è un commento di Luciano Manicardi tratto dal sito https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/
Arte e cultura per raccontare la fede
Da sempre l’arte rappresenta un prezioso strumento per far comprendere a tutti le verità delle fede. Il video proposto presenta l’esperienza della delegazione di AC della Campania che, proprio a partire dal patrimonio artistico del territorio, ha avviato un percorso di avvicinamento alla fede. Il video-testimonianza è parte del materiale multimediale allegato alla traccia del cammino adulti di AC 2018/2019.
Arte e natura per raccontare la fede
L’arte di Antonio Gaudì, come da lui stesso più volte dichiarato, prende spesso spunto dalla natura. Questa particolarità rimanda alla devozione del maestro catalano per le creazioni di Dio.
La Chiesa sia credibile
Questo testo del Cardinale Michele Giordano, estratto dal testo di Francesco Antonio Grana “Il cortile dei Gentili”, pone l’attenzione sull’attuale questione della testimonianza cristiana e della capacità della Chiesa di essere sacramento.
Anche con le parole se necessario
“Si può predicare il Vangelo senza le parole? Sì! Con la testimonianza!”: con questa frase è possibile riassumere il tema che accumuna i seguenti testi
– Approfondimento sul motto di S. Francesco: “Anche con le parole se necessario” (tratto da http://www.osservatoreromano.va/it/news/anche-con-le-parole-se-necessario)
– Discorso di Papa Francesco al Congresso Internazionale sulla Catechesi (27 settembre 2013)
– Omelia di Papa Francesco in occasione della celebrazione Eucaristica presso la Basilica di San Paolo Fuori le Mura (III Domenica di Pasqua, 14 aprile 2013)
Giovani e Chiesa in cammino verso la pienezza della vita
A qualche mese di distanza dalla conclusione del Sinodo dei Vescovi dedicato ai giovani e al discernimento, riproponiamo una riflessione che Enzo Bianchi scrisse prima dell’inizio di quell’evento. Cosa significa per giovani e adulti “precedere nell’amore”? A quale missione e testimonianza sono chiamati gli uni e gli altri?
da Nicolas Allovisio | Apr 26, 2019 | Adulti

Da Patmos a Salamanca, da Praga a Parigi, Lisbona, Berlino, Londra, Copenhagen e lungo il Cammino di Santiago scorrono le istantanee di eventi lontani e di drammi recenti. E si profila il volto dei testimoni che hanno segnato il secolo scorso: Miguel de Unamuno, Etty Hillesum, Dietrich Bonhoeffer… Europa una mappa interiore (Ave, Roma 2019) di Pietro Pisarra – giornalista e sociologo, vive a Parigi – è un originale viaggio tra storia, letteratura e spiritualità nei luoghi in cui è stata forgiata la nostra memoria collettiva, una mappa interiore alla ricerca di ciò che sta cambiando nel nostro continente e mette in crisi la stessa idea di Europa.
Qui vi proponiamo l’Introduzione.
«Non si viaggia per piacere. Siamo scemi, ma non fino a questo punto», dice un personaggio di Samuel Beckett nel romanzo Mercier e Camier (1970).
Ma allora perché si viaggia? Ognuno di noi potrebbe elencare le proprie ragioni. Tutte più o meno giuste, più o meno nobili. C’è chi viaggia per necessità, per fuggire la guerra o la fame, chi per lavoro, per curiosità o per noia. Perché, prima di essere sapiens, l’uomo è viator, in cammino, sulla strada.
Nella preistoria del mito c’è un viaggio. Un viaggio cosmico. Quello di Gilgameš, di cui si trovano gli echi anche nella Bibbia.
Disperato per la morte dell’amico Enkidu, Gilgameš vaga per la steppa, scala montagne, uccide orsi, iene, leoni, naviga per tutti i mari, attraversa paesi pieni di insidie e, da precursore di Orfeo, si inoltra nel regno dei morti alla ricerca dell’amico «diventato argilla». A che pro? Tremila anni prima della nostra èra, la saga dell’eroe mesopotamico lascia trasparire l’inquietudine esistenziale legata all’avventura del viaggio: «Perché ti sei agitato tanto? Che cosa hai ottenuto? Ti sei indebolito con tutti i tuoi affanni; hai riempito il tuo cuore soltanto di angoscia».
Si agita tanto anche Odisseo, ma lui, l’eroe moderno per eccellenza, una ragione ce l’ha. Il suo viaggio è un ritorno. Costellato di ostacoli, di incantesimi, di trappole. Nel doppio tentativo di tornare nel luogo delle origini e di ritrovare ciò che si è stati. Perché, se è vero quanto afferma il poeta latino Orazio («Caelum, non animum mutant, qui trans mare currunt»), è anche vero che il viaggio non lascia indenni. Se la natura umana non cambia, cambia, eccome, da un cielo all’altro, l’animo dei naviganti.
Dopo vent’anni di peregrinazioni, Odisseo è mutato nell’aspetto, se a riconoscerlo sono soltanto il cane fidato e una vecchia ancella. Ma più numerose dei segni esteriori sono le cicatrici invisibili, il veleno dolce amaro instillato giorno per giorno dalla nostalgia, il dolore del nostos, il ritorno.
Non c’è, però, un solo Odisseo. Nel nostro immaginario ce ne sono almeno due. «C’è un Ulisse centripeto», ricordava Beniamino Placido in un vecchio articolo («La Repubblica», 2 luglio 1992). «Il suo percorso è sì avventuroso, ma non rettilineo, bensì circolare. Non è uno spericolato viaggio verso l’ignoto; è un ritorno». Un nostos, appunto: da Itaca va a Troia, poi, tra mille deviazioni, di nuovo a Itaca. È il primo Ulisse, l’Ulisse di Omero.
Ma c’è anche l’altro, l’Ulisse centrifugo del ventiseiesimo canto dell’Inferno dantesco, l’esploratore insaziabile e irrequieto che si spinge oltre le colonne d’Ercole della conoscenza, sempre alla ricerca del nuovo. È l’Ulisse che incarna lo spirito della modernità occidentale, la razionalità tecnica, l’homo faber che rischia di trasformarsi in apprendista stregone o in dottor Stranamore quando si lascia dominare dalle sue stesse scoperte.
Centripeto o centrifugo, il viaggio implica sempre una trasformazione. E forse anche per questo esso è la prima metafora della vita. Cos’è la nostra esistenza, se non un viaggio, dalla nascita alla morte? Un pellegrinaggio segnato da incidenti, contrattempi, cambi di percorso, ma dall’esito prevedibile. E ineluttabile, come la morte del racconto orientale che aspetta il viaggiatore a Baghdad o a Samarra e a cui ci si illude di sfuggire cambiando direzione.
Anche nella Bibbia è un via vai continuo. Viaggiano i patriarchi d’Israele, viaggiano Giuseppe e i suoi fratelli, viaggia Rut la moabita, viaggia, anzi fugge il profeta Giona, viaggia Tobia, accompagnato dall’arcangelo Raffaele. E quando si tratta di definire la Legge, ecco le immagini della via o della strada. Se Gesù è un rabbi itinerante che di sé stesso dice: «Io sono la Via» (Gv 14,6), «quelli della Via» sarà il primo nome, il più antico, del cristianesimo nascente (At 9,2).
Nella storia della cultura si afferma col tempo anche l’idea del viaggio interiore, alle profondità del cuore e della mente. Viaggio non di rado tortuoso, alle prese con nemici invisibili e con il primo giudice delle nostre azioni, la coscienza.
Con l’avvento della civiltà di massa, da esplorazione, scoperta o esilio il viaggio diventa turismo, svago obbligato. Che sarà troppo facile criticare per la sua superficialità o futilità. «Vale la pena fare il giro del mondo per contare i gatti di Zanzibar?», scrive a metà dell’Ottocento il naturalista americano Charles Pickering.
Si potrebbe obiettare che i gatti di Zanzibar sono un argomento affascinante quanto i cani di Londra e quelli della Pennsylvania: basta saperli guardare. Ma gli strali contro i poveri turisti diventano un genere letterario autonomo, riempiono le gazzette. Uno sport senza conseguenze, a giudicare dal numero dei viaggiatori ai nostri giorni.
«Bisogna partire? Restare?», chiedeva Baudelaire. «Se puoi restare, resta», è l’amara risposta. Perché ovunque si vada è impossibile sfuggire alla nostra immagine: «un’oasi di orrore in un deserto di noia». Eppure lo spleen esistenziale si vince anche così: muovendosi, viaggiando, dialogando con chi coltiva abitudini, tradizioni, aspirazioni diverse dalle nostre. E poi – scrive il poeta turco Nazim Hikmet – c’è sempre un viaggio da fare, il più bello:
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
***
Il nostro è un viaggio tra storia, letteratura e spiritualità nei luoghi in cui si è forgiata la memoria collettiva, una mappa interiore alla ricerca di ciò che sta cambiando nel vecchio continente e mette in crisi la stessa idea di Europa.
Da Patmos a Salamanca, da Praga a Parigi, Lisbona, Berlino, Londra, Copenhagen lungo il Cammino di Santiago e in altre tappe, scorrono così le istantanee di eventi lontani e di drammi recenti. E si profila il volto dei testimoni che hanno segnato il Novecento, Miguel de Unamuno, Etty Hillesum, Dietrich Bonhoeffer…
È un viaggio tra capitali e luoghi periferici, là dove, come scrive Iosif Brodskij a proposito di Istanbul, la geografia provoca la storia. Dove sono ancora visibili le cicatrici delle tragedie di ieri. E dove, per contrasto e tra mille difficoltà, si concretizza la realistica utopia di un’Europa unita, pacifica, senza le guerre che ne hanno funestato la storia. Non c’è Sarajevo, non c’è Auschwitz, dove l’Europa è sprofondata nella notte più cupa. Ma in filigrana il ricordo di quei drammi percorre tutto il racconto.
Oggi è fin troppo facile attaccare l’Europa. L’Europa dei mille regolamenti, dei burocrati e dei tecnocrati. Dimenticando le opportunità, i progressi, i vantaggi derivati dalla caduta dei muri e delle frontiere. Ne sa qualcosa la generazione Erasmus che dell’Europa ha fatto esperienza concreta. Ne sanno qualcosa quanti viaggiano per lavoro o per svago. E che contribuiscono a disegnare il volto di un’Europa accogliente, ospitale, al di là degli slogan di miopi politicanti, di apprendisti stregoni che agitano, con foga tribunizia, gli spettri del passato, riaccendono il fuoco di un nazionalismo portatore di sciagure e rianimano, con mille artifici retorici, una mitologia di paccottiglia.
Se l’Europa – come mi disse in un’intervista di alcuni anni fa Jean Delumeau – è il cristianesimo più l’illuminismo, l’universalismo cristiano e un’idea di tolleranza, i diritti umani e la razionalità scientifica, Erasmo e Galileo, Bruegel e Leonardo, allora quanti brandiscono il Vangelo e il rosario come armi, quanti invocano a parole le radici cristiane per poi tradirle nei fatti, sono soltanto mediocri propagandisti che si scagliano contro un’immagine caricaturale dell’Europa.
A quella definizione del grande storico francese si può aggiungere che l’Europa è anche l’epica e il mito dei greci, le luci di al-Andalus e dei filosofi arabi, è l’eredità di Gerusalemme, dei suoi profeti e dei suoi sapienti. È il disincanto di Montaigne e il riso di Rabelais, la honra, l’onore per cui combatte don Chisciotte, sia pure contro i mulini a vento, l’utopia di Thomas More, più che mai attuale, al tempo della Brexit. È la pietas di Enea che porta sulle spalle il padre Anchise. Perché l’Europa, terra di migranti, è meticcia e accogliente per definizione.
Questi reportage sono nati da un’idea di Giovanni Ferrò, caporedattore di «Jesus», che li ha ospitati sul suo giornale e che vorrei ringraziare, come ringrazio il direttore Antonio Rizzolo e il condirettore Vincenzo Vitale per averne permesso la nuova pubblicazione.
Qui li ripropongo in una versione rivista e ampliata, come contributo al dibattito che agita la classe politica e che spesso è falsato da fake news e retorica nazionalista.
È una piccola avventura, che comincia da Patmos, l’isola dell’Apocalisse, e si conclude a Gerusalemme, Europa fuori dall’Europa.
da Nicolas Allovisio | Apr 1, 2019 | Giovani

Il prossimo appuntamento di Polis, di cui trovate la locandina qui accanto sarà venerdì 5 aprile alle 21.00 alla Casa della Gioventù.
Stavolta avremo con noi alcuni ospiti che innanzitutto ci spiegheranno come avviene l’accoglienza dei migranti nel nostro Paese, quindi ci racconteranno di un progetto di accoglienza e inclusione attivo sul nostro territorio, con i suoi pregi, con i suoi successi e con le difficoltà che ha incontrato e incontra ogni giorno.
Vi aspettiamo e vi chiediamo di diffondere la locandina fra i giovani a cui pensate possa interessare!
da Nicolas Allovisio | Apr 1, 2019 | Goccia
Il cammino associativo di quest’anno ci porta, nella sua terza teppa, a riflettere sull’importante senso del discernimento come strumento indispensabile per diventare “generatori”.
Ringraziamo il nostro assistente generale don Luca Pomati che ci ha aiutato a raccogliere gli spunti di approfondimento per questo numero di Goccia.
Discernere per generare – (Lc 12,54-57)
Diventiamo generatori quando impariamo l’arte difficile del discernimento. E’ Gesù stesso a chiedercela, osservando come siamo capaci di prevedere il tempo che scorre, ma quanto fatichiamo a comprendere e giudicare il tempo della vita e della salvezza, il tempo che viviamo e in cui siamo immersi. Allenarci a leggere i nostri vissuti e quelli dei fratelli, gli avvenimenti grandi e piccoli della storia, allenarci a entrare in profondità per valutare e poi scegliere come starci dentro è un passo importante per generare
Buona lettura!
La Redazione di Goccia
A chi credere?
La canzone “Non so più a chi credere” con cui Antonacci partecipò al 43° Festival di Sanremo diventa uno spunto per riflettere sulla necessità di esercitare il discernimento di fronte alla complessità della vita e alle informazioni contraddittorie che riceviamo. (Video: https://www.youtube.com/watch?v=rc_C9hhQlRM)
La Parola Illumina
Proponiamo una riflessione sul brano di Vangelo di Luca che è stato scelto come testo di riferimento per questa tappa. Il materiale è tratto dai contributi multimediali allegati alla traccia proposta dall’AC nazionale per il cammino adulti 2018/2019.
La vita cambia
Il video proposto presenta come il Movimento Lavoratori di AC nazionale applica il discernimento comunitario nella Progettazione Sociale e costituisce uno spunto per “cambiare la nostra vita”. Il video-testimonianza è parte del materiale multimediali allegati alla traccia del cammino adulti di AC 2018/2019.
Guardare in profondità
Il quadro di Magritte, nel proporre un paradosso al suo spettatore, lo stimola a prendere atto della differenza tra i livelli della realtà, cioè tra le cose così come sono, le immagini di esse che noi produciamo e le parole che usiamo per parlarne. La realtà, quindi, è mostrata nella sua complessità: chi guarda il quadro deve fare necessariamente lo sforzo di distinguere immagini e parole, di ricostruirne il senso più profondo. Un esercizio di riflessione sull’ovvio che ci circonda, per poter deciderne il significato.
L’importanza del reale
Io sono sempre stato “sorpreso” dalla vita.
E siccome credo che Dio sia Vita, così com’è Luce e così com’è Amore, penso davvero che sia stato proprio Lui a “sorprendermi” nel mio cammino.
Dio è sorpresa. Dio è novità. Dio è creatività.
Nel “Il deserto nella città” fratel Carlo ci aiuta a vedere chiaro per leggere negli avvenimenti e nei segni.
L’arte di scegliere
Nella storia della spiritualità cristiana il discernimento spirituale è sempre stato ritenuto il dono assolutamente necessario per conoscere la volontà di Dio. Così ne parla Antonio, il padre dei monaci: «La via più adatta per essere condotti a Dio è il discernimento, chiamato nel vangelo occhio e lampada del corpo (cfr. Matteo 6, 22-23). Esso infatti discerne tutti i pensieri dell’uomo e i suoi atti, esamina e vede nella luce ciò che noi dobbiamo compiere» (Cassiano, Conferenze ii, 2).
Discernimento: “esercizio alto di sinodalità”
S.E. Mons. Gualtiero Sigismondi, assistente ecclesiastico generale di AC, rivolge la sua riflessione a tutti i presidenti e agli assistenti di Azione Cattolica riuniti per il convegno di Bologna. Che cosa significa e cosa si intende per “discernimento comunitario”? Mons. Sigismondi ci offre un vero e proprio decalogo per attuarlo.