da Nicolas Allovisio | Ott 30, 2017 | Adulti

Domenica 12 novembre presso il Centro Pastorale di Cremona, si terrà il convegno pubblico regionale Quando “economia” fa rima con “profezia” sulle sfide che la “poor education” pone a noi oggi. Responsabili associativi, aderenti, amici, simpatizzanti sono invitati a partecipare, segnalando la propria presenza, tramite la compilazione del modulo al link https://goo.gl/q2oQur
da Nicolas Allovisio | Ott 28, 2017 | Adulti

di Mario Uccellini *
In questo autunno che sembra né caldo né freddo dal punto di vista socio-sindacale, si segnala l’appuntamento di Cagliari con la 48^ Settimana Sociale dei cattolici.
Il lavoro è posto al centro della riflessione, nelle sue svariate accezioni: ovvio che si discuta anche del sindacato, soprattutto di ciò che dovrebbe essere in questo momento storico. Provo con umiltà a stendere alcuni miei punti di vista.
Dall’evidente crisi di rappresentatività del sindacato (e per correttezza dobbiamo dire anche degli altri corpi intermedi) e purtroppo dalla sua fortemente diminuita capacità di risposte in termini di tutela generale del lavoro protagonista nel Paese, io affermo che si esce soltanto accogliendo l’invito ripetuto fino all’ossessione da Papa Francesco quando incontra gli esponenti di governo della società: occorre ripartire dalle periferie, immedesimarsi quotidianamente con i bisogni delle persone.
Purtroppo oggi il sindacato vive una centralità organizzativa e politica che lo allontana dalla gente che lavora. Un po’ tutti, ma specialmente chi è occupato nelle piccole realtà, neppure conosce il volto del sindacalista. E come è possibile rappresentare le attese di chi neppure si conosce? Come mai nel settore della logistica, del facchinaggio o in altri professionalmente poco qualificati, oppure in quelle tipologie di rapporto di lavoro che esulano da quello a tempo indeterminato, il sindacato è pochissimo presente?
A mio parere, il sindacato dovrebbe riscoprire l’originaria mission, per la quale era nato, che vedeva il suo ruolo come difensore dei diritti e della dignità delle persone che lavorano. Il progresso sociale del Paese è coinciso con la massima adesione ad un sindacato presente in ogni luogo di lavoro. Un sindacato dotato di una capillare rete organizzativa che portava il dirigente a strettissimo contatto con i lavoratori nel territorio; in aggiunta, verso gli stessi lavoratori si nutriva l’ambizione di una meritoria azione educativa e culturale. Come non ricordare le splendide stagioni formative che hanno trasformato umili persone in capaci sindacalisti di base, e non solo? Come non ricordare la conquista contrattuale delle 150 ore, che consentì a migliaia di persone il titolo di studio almeno della scuola dell’obbligo, poi degli istituti superiori? Una stagione irripetibile!
Ed oggi? Quale ruolo per il sindacato? A mio parere, il primo contributo dovrebbe esattamente rivoluzionare l’attuale assetto del mercato del lavoro, ristabilendo la normalità. Non è accettabile la mancanza di lavoro per le giovani generazioni e contemporaneamente l’allungamento esagerato dell’accesso pensionistico. Chi è nel pieno della maturità fisica ed intellettiva deve poter lavorare, così come chi declina fisicamente deve poter accedere, magari almeno parzialmente, al riposo lavorativo. Le pur importanti compatibilità economiche non hanno titolo a precludere questo passaggio.
Il lavoro per i giovani non può essere precario, senza certezza di prospettiva e male remunerato. La costanza del rapporto di lavoro, unita ad un salario confacente, sono i due vincoli indissolubili per una società che davvero si proietta nel futuro. Ed allora bisogna contrastare le tipologie dei rapporti di lavoro che non assicurano certezze e minano la fiducia. La flessibilità è una esigenza: non può divenire una forma di schiavitù.
Molti ragazzi giovani faticano a trovare un’occupazione, si accontentano di tirocini, borse lavoro; oppure affidano le loro speranze alle agenzie interinali per occasioni di lavoro che durano poche settimane. Vivono troppo lungamente un inserimento lavorativo penalizzante per gente che ha potenzialità enormi. Davvero una stagione politico-sociale che ridisegna il Paese mettendo al centro il lavoro attraverso declinazioni inedite e magari sperimentali è una indifferibile urgenza.
Al sindacato compete un coraggioso ruolo di innovazione sociale: trasformarsi da soggetto di tutela di chi ha un lavoro, a soggetto di promozione di un lavoro per tutti. Il percorso può rimettere in discussione alcune posizioni di lavoro e di pensione: se è un passaggio che accompagna l’allargamento della base occupazionale, ben venga!
Del resto, abbiamo fame di un sindacato protagonista del lavoro nella società. Poniamo fine al dato che novanta persone su cento utilizzano il sindacato solo per un servizio fiscale o previdenziale; torniamo a fare delle nostre sedi il luogo preminente delle questioni del lavoro.
* Segretario Generale della Ust Cisl di Cremona, Lodi e Mantova
e delegato diocesano alla Settimana Sociale
da Nicolas Allovisio | Ott 27, 2017 | Adulti

di Vittorio Boselli*
Per descrivere la fase economica in corso, un brillante opinionista ha parlato di “ripresa geneticamente modificata”: perché si presenta con caratteri diversi da quelle del passato, non essendo accompagnata da un incremento significativo dell’occupazione e degli occupati. Per paradosso, i posti di lavoro in più creati nella prima parte del 2017 hanno premiato soprattutto la fascia dei senior, lasciando pressoché intatta l’entità dell’inoccupazione e della disoccupazione dei giovani.
È d’altronde comprensibile che, a differenza del passato, all’incremento del Pil non stia seguendo un trend di assunzioni che il Paese attende da almeno un decennio, soprattutto nelle aree in maggiore sofferenza sociale: la crisi è stata troppo lunga e devastante e ha colpito in profondità la fiducia degli imprenditori, costretti a operare secondo ottiche nelle quali hanno sempre più spazio prudenza e oculatezza. Nel frattempo il Jobs act ha reso più flessibile e meno oneroso “in uscita” il rapporto di lavoro, che tuttavia non gode più della decontribuzione che per qualche anno l’aveva agevolato “in entrata”. Si attende insomma che il ciclo economico acceleri ulteriormente e si consolidi, anche se questo aspetto congiunturale sta assumendo un’importanza inferiore a quella a cui eravamo abituati, perché oggi le imprese (e anche i lavoratori) devono fare i conti con due fenomeni di portata storica che stanno cambiando strutturalmente e irreversibilmente il modello economico e il lavoro. La globalizzazione da un lato e l’innovazione tecnologica dall’altro, più che i cicli economici, condizionano fortemente il posizionamento di mercato delle imprese, la loro competitività, la loro capacità di creare e assorbire lavoro. Conoscenze e competenze sempre più raffinate e aggiornate, mezzi finanziari adeguati a investimenti in nuovi e sofisticati macchinari e dosi crescenti di digitalizzazione sono i fattori che, più ancora del ciclo economico, condizionano lo sviluppo delle attività economiche .
Per questo sta assumendo e assumerà sempre più centralità il fattore della persona lavoratrice, della sua intrinseca e incrementabile qualità, della capacità di accumulare esperienze e affinare linguaggi, dell’attitudine ad assecondare le trasformazioni dei modelli aziendali di lavoro. Si tratta a prima vista di un’enorme opportunità per le giovani generazioni, soprattutto per quelle che si stanno muovendo secondo coordinate spazio-temporali sconosciute ai loro padri: sono i nativi digitali, per i quali la smaterializzazione è un elemento naturale, il mondo è uno spazio in parte già occupato e comunque occupabile, il cambiamento è la regola non l’eccezione. Tuttavia non possiamo rimuovere il fatto che, accanto all’opportunità, la curva storica che stiamo compiendo è densa soprattutto di difficoltà e di insidie, perché oggi assai più di ieri il deficit di personalità morale, culturale e tecnica di un giovane rischia di precipitarlo in una totale e irrecuperabile insignificanza professionale.
Nel nostro territorio sono in campo da alcuni anni esperienze che segnalano una inedita e concreta alleanza tra Scuole e Imprese, spesso mediata dal ruolo delle Associazioni di categoria. Osserviamo infatti da un lato i progetti di “orientamento ai mestieri” collocati all’altezza delle seconde medie, in vista della scelta della scuola superiore (ad esempio “Indovinare la vita”, a cui partecipano da sette anni oltre 1200 ragazzi e ragazze), dall’altro le molteplici e capillari forme dell’alternanza scuola-lavoro (rese peraltro obbligatorie dall’ultima riforma). In buona misura, tuttavia, a questa alleanza manca ancora il terzo polo costituito dalle famiglie, troppo marginali rispetto al compito di creare percorsi personalizzati di apprendimento e di crescita, in grado di orientare adolescenti e giovani al riconoscimento dei propri talenti e al compimento di scelte scolastiche conformi. Dalla passione al mestiere il passo può essere qualche volta breve, ma per lo più è difficile da compiere se non assistito con premura, con passione, con intelligenza. Peraltro la perdurante propensione dei genitori a “liceizzare” le scelte dei figli non sempre tiene in debita considerazione le loro effettive propensioni e creano, seppure involontariamente, le condizioni per fallimenti scolastici spesso irrimediabili.
La persona, la persona che studia e che lavorerà, la persona che ricerca la propria autorealizzazione umana e professionale: resta questo il punto di partenza insostituibile per tutte le agenzie educative del territorio, per formare persone in grado di interpretare e partecipare attivamente ai processi di cambiamento e vivere il lavoro come strumento insostituibile di liberazione e di progresso personale e sociale. La persona che diventa capace di “creare valore” e con questa qualità appartiene in un modo unico e irripetibile alla comunità che l’accoglie e la valorizza.
* Segretario Generale Confartigianato Imprese Provincia di Lodi
da Nicolas Allovisio | Ott 25, 2017 | Giovani

“Parola al Centro”, il titolo scelto per il percorso formativi per i giovani dai 19 ai 25 anni, esprime una significativa sintesi dello stile che gli incontri vogliono avere. Al centro della formazione umana/cristiana c’è la parola del Signore. L’aspetto più bello è che questa Parola è incarnata. È veramente incarnata e calata nella vita di tutti i giorni. Attraverso il confronto tra i giovani e la guida dei vari relatori, vogliamo quindi formarci e prepararci ad affrontare la giovane vita adulta che ci troviamo a vivere, portando la Parola nella quotidianità.
Mettere al centro la formazione narra il mandato proprio della FUCI e del settore giovani di AC che, insieme, camminano nella missione ai giovani del territorio, verso il Sinodo.
da Nicolas Allovisio | Ott 23, 2017 | Adulti

di don Antonello Martinenghi *
La Sacra Scrittura ci dice una cosa, a prima vista un po’ strana: ci dice che Dio lavora. “Dio concluse il suo lavoro che aveva fatto” (Gen2,2).
La Bibbia parla di un “lavoro di Dio” anche se evidentemente è una metafora, un modo di dire. La Bibbia non ha paura a parlare di Dio come “uno che lavora”. Se leggiamo le prime pagine del libro della Genesi che ci parla delle origini del mondo, possiamo scoprire e capire l’oggetto del lavoro di Dio: la terra, la creazione, le cose, la vegetazione, l’uomo, la vita. Noi stessi siamo l’oggetto di questo lavoro meraviglioso di Dio. Siamo il frutto del lavoro di Dio.
Potremmo poi chiederc:i ma se Dio lavora, come lavora? Quali sono le caratteristiche del lavoro di Dio? E il libro della Genesi ci risponderà che il lavoro di Dio è un lavoro libero che egli compie liberamente per esprimere se stesso; che è un lavoro creativo, ricco di inventiva e di fantasia ed è un lavoro che gli dà soddisfazione. (“E Dio che vide che era cosa buona”…).
Allora noi cristiani che ci ispiriamo alla Parola di Dio rivelata nella Bibbia, possiamo tranquillamente concludere che se l’uomo è fatto ad immagine di Dio, anche il lavoro dell’uomo è fatto ad immagine del lavoro di Dio. Ne viene che il lavoro dell’uomo nel disegno di Dio è destinato ad essere anch’esso un lavoro libero, spontaneo e creativo, che dà soddisfazione a chi lo fa, un lavoro in cui, chi lo compie, esprime se stesso e trova gioia nell’esprimersi attraverso il suo lavoro.
Questa realtà così bella del lavoro di Dio e del lavoro dell’uomo nel disegno di Dio si trova però a fare i conti con la drammatica realtà del peccato: il lavoro umano viene vissuto nella realtà storica del peccato. È la realtà che tutti conosciamo e che si potrebbe definire con alcune caratteristiche opposte a quelle volute da Dio e che ci sono state ricordate nel libro della Genesi.
Il lavoro spesso non è libero e anche se non è più imposto dalla schiavitù (ma in alcune parti del mondo purtroppo la schiavitù esiste ancora…); il lavoro è sovente imposto dalle circostanze e dalle situazioni che non possiamo ne calcolare ne programmare, quindi il lavoro talora è imposto contro la volontà, contro le attitudini e può diventare causa di disagio e non di gioia.
Il lavoro che abbiamo tra le mani è, sovente, tale che invece di essere creativo, capace di esprimerci, ci obbliga alla monotonia, alla fatica, alla ripetizione. Il disagio della fatica fisica e psicologica che il lavoro produce ci toglie spesso quella soddisfazione che si può e si dovrebbe avere davanti all’opera compiuta, al lavoro finito. Anzi, nella società attuale non di rado non vediamo tra le nostre mani il frutto del nostro lavoro, non lo abbiamo davanti a noi. Non possiamo dire: “Ecco che ho prodotto una cosa buona” perché la cosa prodotta ci sfugge.
In conclusione sembra che il disegno di Dio sul lavoro umano venga smentito dalla realtà: nelle nostre mani il lavoro diventa fatica, sofferenza e peso, Talora ne parliamo come di una “condanna”.
In questa realtà umana segnata dal peccato e che segna anche la realtà del lavoro, per noi cristiani entra prepotentemente in gioco la Redenzione, la salvezza operata da Gesù, il Figlio di Dio, il figlio del carpentiere. Rendere il lavoro umano sempre più vicino al disegno di Dio, sottomesso alla persona umana, che sia espressivo dell’uomo, di cui l’uomo possa godere ed esserne realmente soddisfatto.
Questo che può sembrare un sogno, in realtà è una lunga strada, un lungo cammino, da percorrere. Strada difficile sulla quale alcuni obiettivi sembrano raggiunti (per esempio diminuendo la fatica del lavoro fisico) ma strada sulla quale si cade in tante difficoltà, (per esempio la monotonia, la ripetizione, l’anonimato del lavoro).
Bisogna ripensare il lavoro per lavorare meglio e renderlo espressione della libertà e della dignità dell’uomo e della donna che creano qualche cosa di vero e di buono. Un tratto del cammino è stato sicuramente fatto (non in tutte le parti del mondo…) ma il cammino che resta da fare ci chiede di ripensare il modello di società, il nostro modo di vivere e di voler godere dei beni del mondo e di consumare le cose del mondo. Si tratta di mettere i valori dell’uomo al primo posto prima delle soddisfazioni immediate, del profitto, del consumo per il consumo, prima di tutte quelle cose che sono una minaccia di degrado complessivo della nostra società. I cristiani non possono camminare tristemente come se le cose non dovessero cambiare mai e, d’altro canto, neanche illudersi di raggiungere tali obiettivi per un miracolo che venga da chissà dove. Ai cristiani con la loro speranza, il loro coraggio, la loro fede, insieme a tutti gli uomini di buona volontà è affidato questo cammino per fare del loro lavoro uno strumento di redenzione per il mondo.
*direttore Ufficio diocesano MIGRANTES