Goccia – dicembre 2019

Goccia – dicembre 2019

Questo numero di Goccia è caratterizzato dal tema dell’ATTESA, in relazione al tempo liturgico dell’Avvento. I contributi proposti ci sollecitano a riflettere sul significato dell’attesa di Gesù che nasce e sugli atteggiamenti che ciascuno è chiamato ad assumere per vivere in maniera costruttiva questo tempo di transizione.

Cosa attende un adulto, cosa aspetta dalla sua esistenza? L’attesa è una dimensione del tempo che interroga sul senso del presente e sul valore del futuro, che può deludere o spingere a una vita ricca di amore operoso.

Buona lettura e buon ascolto!

La Redazione di Goccia

 

La Parola illumina

Il brano evangelico che si legge il 22 dicembre ci introduce nel mistero dell’incarnazione: “Dio si è fatto uomo, e più gli uomini cresceranno in umanità, più scopriranno la divinità che ha messo la sua tenda in ciascuno di noi.” (E. Ronchi).

 

La vigilanza

La riflessione di Enzo Bianchi si sofferma sulla vigilanza: “… e poiché lo scopo da conseguire per un cristiano è la relazione con Dio attraverso Gesù Cristo, la vigilanza cristiana è totalmente relativa alla persona di Cristo che è venuto e che verrà…”

 

La spiritualità dell’attesa

Nel primo testo, il card. Martini ci offre alcuni tratti della spiritualità dell’attesa, che esige “povertà di cuore per essere aperti alle sorprese di Dio, ascolto perseverante della sua Parola e del suo Silenzio per lasciarsi guidare da lui, docilità e solidarietà con i compagni di viaggio…”; nel secondo testo spiega come “la trepida attesa del Signore che viene, genera un’etica della responsabilità rispetto alle cose di questa terra, in particolare rispetto ai problemi e agli impegni della vita sociale e politica”.

 

Imparare l’ascolto da Maria

“Maria è nostra madre. E che cosa hanno in comune la madre e i figli? Che sono uguali! Maria è il prototipo di ciascuno di noi, chiamato a dare carne a Cristo nella propria vita.” Riproponiamo le riflessioni lasciate da don Patrizio Rota Scalabrini in occasione della mattinata di spiritualità di Avvento.

 

Gloria in excelsis Deo

“Gloria in excelsis Deo”. Settima parte (seconda sezione) del Magnificat in Re maggiore BWV 243 di Johann Sebastian Bach.

 

Accogliamo la gioia e la pace che il Signore ci dona: Festosa è la prima parte del brano sulle parole Gloria in excelsis Deo ed è la festa che ci attende e che Dio ci ha promesso. Cambia decisamente clima nella seconda parte del brano quando sulle parole Et in terra pax hominibus si passa ad un andamento calmo e meditativo e con una sonorità piano e dolce. Dio ama il mondo e dona la pace vera ma l’uomo quando ha scoperto l’amore donato da Dio deve farlo straripare dalla sua vita e mettersi in gioco, operare perché la gioia vera invada il mondo. Torna infatti sulle parole bona voluntas un andamento brillante anche se diverso dall’inizio e dopo una breve progressione, il brano volge al termine. Il volto del fratello rende visibile il volto di Dio, così nasce la Pace.

 

L’arte racconta la fede

L’attesa di Carlo Carrà (1926, Collezione Casella, Firenze) Mostra un’atmosfera sospesa nel tempo, appunto di attesa. Lo sguardo all’orizzonte, verso il punto in cui sorge il sole, richiama evidentemente i “riflessi” precedenti. (Commento tratto da http://pensareinunaltraluce.blogspot.com/2016/04/lattesa-di-carlo-carra.html)

La DIMORA 2020

La DIMORA 2020

Nel 15esimo anniversario della scomparsa del Presidente Gaetano Cigognini, “Abitare una casa accogliente”, domenica 5 gennaio 2020 a Casalpusterlengo

Auguri!

Auguri!

Accogliamo l’appello di Papa francesco “a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce.

E’ un appello ad incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi”.

Buon Natale!

Il mondo del presepe: un’umanità semplice che sa accogliere Gesù

Il mondo del presepe: un’umanità semplice che sa accogliere Gesù

* di Gualtiero Sigismondi

La colonna sonora dello stupore coinvolge tutti i personaggi del presepe. Gli angeli, che formano un vero e proprio “sciame”, sono i primi a contemplare il “cielo aperto” e a intonare il Gloria in excelsis Deo di fronte all’infrangibile fragilità del Bambino avvolto in fasce.

Tanto nel presepe siciliano quanto in quello partenopeo si incontra, adagiato da qualche parte, il pastore addormentato e, ritto da qualche altra parte, il pastore a bocca aperta, che guarda o indica la stella, sorpreso da una meraviglia incontenibile. Questi due personaggi sono, di fatto, uno solo, colto in due momenti diversi. Il sonno tranquillo del primo, meritato riposo notturno di chi ha lavorato tutto il giorno, e la meraviglia del secondo che riempie di bellezza la fatica quotidiana. Una meraviglia fatta di attenzione e attesa, due termini che hanno la stessa radice semantica e che contengono lo stesso invito a vegliare: l’invito più pressante dei Vangeli!

Il “pastorello della meraviglia”, l’Incantato, trova posto nella collina più alta; gli fa ombra la chioma di un albero mentre dorme con la testa poggiata sulla pietra, circondato da dodici pecorelle bianchissime; ha un sorriso beato che gli aleggia sul volto, perché sta sognando la nascita di Gesù Bambino. Il “pastorello della meraviglia” è sempre raffigurato come un fanciullo con le mani vuote, le braccia aperte e il viso radioso: non ha niente da portare, ma reca in dono lo stupore. La sua bocca e le sue mani rivelano proprio questo senso di meraviglia ingenua di fronte all’evento più straordinario. L’Incantato guarda con occhi nuovi un avvenimento che ha per protagonista Gesù Bambino, la sua infrangibile fragilità. Dio è fragile, debole, perché ama e l’amore rende vulnerabili. La sua onnipotenza è, per così dire, minata dal suo bisogno di amare l’essere umano e, dunque, dal suo esporsi al rischio di essere rifiutato.

Tra i personaggi del presepe della tradizione siciliana vi è anche Gennaietto. Si tratta di un vecchio pastore, il quale riscalda il suo corpo infreddolito al fuoco, che poi offre anche a Maria e Giuseppe, perché possano riscaldare il Bambino. Per quanta simpatia possano ispirare bue ed asino, non convince la versione idilliaca che affida al loro fiato il compito di riscaldare Gesù Bambino: più che un conforto sarebbe stato un supplizio. Era necessario il fuoco ed esso, nell’immaginazione popolare, è procurato da un vecchio pastore, provato dalla fatica e dal freddo, che porta il nome del primo mese dell’anno, il primo mese dell’era cristiana.

Fra i personaggi che affollano il presepe, oltre ai pastori, vi sono gli artigiani e i suonatori. Tra i primi si possono annoverare: fabbri, arrotini, lavandaie, portatrici di uova, acquaioli, carrettieri, venditori di frutta, facchini, osti e venditori di caldarroste, vasai, mugnai, tessitrici, filatrici, fornaie, ciabattini, falegnami, cenciaioli, pescatori. Tra i suonatori troviamo: flautisti, zampognari, cantastorie, giocolieri, danzatori. Questi personaggi non potevano certo essere attivi a Betlemme, ma è stato da subito chiaro, a chi inventava il mondo del presepe, che il luogo in cui Cristo si è fatto carne non poteva essere senza lavoro e senza musica.

Lasciando alla fantasia la libertà di “correre al galoppo”, è possibile immaginare che i diversi personaggi del presepe formano un’orchestra, che accompagna il canto degli angeli i quali, nella notte santa, hanno invitato i pastori a salire la “scala” della gioia, che ha diverse “note”: la felicità è gioia limpida, dà luce agli occhi; la letizia è gioia profonda, dà respiro all’anima; l’esultanza è gioia grande, dà voce alla lode; il gaudio è gioia vera, dà pace al cuore; il giubilo è gioia piena, dà la parola al silenzio della meraviglia. Come avviene in una sinfonia musicale, i silenzi costituiscono lo spazio di risonanza e l’occasione di pregnanza delle note e della melodia. Tutto il contesto è armonicamente guidato dal “grande organo” di Dio, armonia che tutto contiene ma nulla “possiede”, lasciando piena libertà melodica ai vari strumenti che idealmente ci piace così ipotizzare.

Lo strumento principale, il violino, a cui è affidato il tema musicale con il quale dialogano tutti gli altri, chi più e meglio della Madre di Dio, “chiave di sol” della “pienezza del tempo”, sarebbe in grado di suonarlo?

A Giuseppe potrebbero essere assegnati la viola o il violoncello, appartenenti alla famiglia degli archi, ma il suo silenzio, maturato attraverso l’esercizio dell’ascolto, opterebbe per la chitarra, che ha la vocazione di accompagnare.

I clarinetti e gli oboi, suoni che provengono dagli angeli, attraggono i pastori i quali, con zampogna e flauti, rinforzano l’armonia dolce e avvolgente di quella “placida notte” e, senza indugio, si recano fino a Betlemme.

Ai magi, “primizia dei popoli chiamati alla fede”, avendo scorto i “semi del Verbo” nei “segni dei tempi”, si potrebbe assegnare il tamburo per il viaggio di andata e i campanelli tubolari, dal suono ondeggiante e dolcissimo, quasi un congedo, per il loro ritorno.

La voce di Giovanni Battista, che non copre ma sostiene, preparando la via alla Parola, potrebbe far vibrare il flicorno contralto o il corno che, grazie al suo timbro, “lega” molto bene con gli altri suoni.

Avrebbero titolo di far parte dell’orchestra del presepe Elisabetta, con il cembalo, che inserisce nel Gloria la melodia mariana del Magnificat, e Zaccaria, con i timpani, strumento musicale che lo aiuta a vincere la sua sordità.

Anche Simeone e Anna, che hanno atteso Cristo, “luce delle genti e gloria d’Israele”, nell’orchestra del presepe potrebbero suonare, rispettivamente, la cetra e l’arpa, preludio dello squillo delle trombe dell’Alleluia pasquale.

Nella grande orchestra del presepe Gesù Bambino non è spettatore ma direttore, aiuta tutti a fare coro. Con la bacchetta del diapason dirige e, al tempo stesso, suona il triangolo, tenuto in mano da un angelo. Egli, Verbo del Padre, ha cercato un posto nel mondo e lo ha trovato in una mangiatoia: era l’unico posto libero, il solo posto vuoto. Disarmante semplicità: infrangibile fragilità.

* vescovo di Foligno e assistente generale dell’Azione cattolica italiana