Essere “in vedetta” per custodire la bellezza del creato è essenziale nell’esperienza cristiana

Essere “in vedetta” per custodire la bellezza del creato è essenziale nell’esperienza cristiana

* di Valerio Migliorini

“Giugno 2020, in bici con un amico. Lodi, Ossago, Brembio. Si alza il vento, candidi cirri si rincorrono nelle praterie del cielo. Mairago. In pochi muniti nuvole minacciose oscurano l’orizzonte. L’aria odora di temporale. Aumentano le pedalate, il respiro si fa affannoso. Caviaga, ora Lodi è più vicina. Alle porte della città, in un prato lungo la strada e sotto un cielo ormai nero, una cicogna sta ritta sul tronco altissimo e amputato di un albero secco. Guarda lontano. Noi fuggiamo al riparo, lei sta là impavida in vedetta, a guardia del nido vicino, della compagna e dei piccoli.
La cicogna osserva il cielo, annusa l’aria, valuta il pericolo, si prende cura della sua ‘casa’.

E noi uomini? Il lodigiano è una terra generosa, ricca di acqua, di rogge, di prati, di boschi e di colori. Ricca di storia e di storie. Una terra che i monaci hanno bonificato qualche secolo fa e che negli anni del boom economico i nostri politici, amministratori e tutta la nostra gente hanno voluto mantenere a vocazione agricola. Una terra che per secoli ci ha dato lavoro e cibo. La percorro spesso in bicicletta e scopro posti inesplorati di straordinaria bellezza, scorci di fiume, anse e mortizze ancora popolate da gallinelle e anatre selvatiche.

Una terra che, nonostante ciò, ha il triste primato dell’inquinamento e dei tumori. E forse non è un caso che la pandemia da Covid abbia iniziato la sua corsa nel mondo occidentale proprio dai nostri paesi e dalle nostre città in cui negli ultimi decenni il cemento ha iniziato a sostituire prati e boschi.
Nella “Laudato si” Papa Francesco si schiera apertamente per la scelta ecologica e contro il consumismo in tutte le sue forme: “La vocazione di essere custodi del creato è parte essenziale di un’esistenza virtuosa e non costituisce un aspetto secondario dell’esperienza cristiana. Implica gratitudine e il riconoscimento del mondo come dono. Implica l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con tutti gli esseri viventi  una stupenda comunione universale. Una fraternità universale, che include tutto il creato, nella difesa dei deboli e dei poveri, della vita dal suo sorgere al suo tramonto. Un’ecologia integrale fatta di gesti quotidiani nei quali salvaguardare il mondo e spezzare la logica della violenza, dello sfruttamento e dell’egoismo”.

Si impongono, quindi, anche per noi lodigiani, politiche di ecosostenibilità che tengano conto, non dimentichiamocelo, non solo della dimensione ambientale ma anche di quella sociale ed economica. Da questo punto di vista la nostra città e il nostro territorio non hanno brillato negli ultimi anni: scelte ambientali, urbanistiche ed edilizie azzardate, politiche economiche e sociali non sempre rispettose della dignità delle persone. E anche i nuovi progetti urbanistici che stanno venendo avanti sono assai discutibili. Se la terra di Lodi deve essere la ‘casa comune’ che lasciamo ai nostri figli, dobbiamo ripensarla in termini di qualità di vita, spazi di relazione e sostenibilità. Con prudenza, lungimiranza e carità.

Come la cicogna che dall’alto guarda, studia, valuta e si prende cura dei suoi simili.

Dare nuova vita ai tanti edifici dismessi per poter ricucire il tessuto ferito delle nostre aree urbane

Dare nuova vita ai tanti edifici dismessi per poter ricucire il tessuto ferito delle nostre aree urbane

* di Giorgio Daccò

Anni fa circolava un dato: a Lodi c’erano circa ottocento unità abitative vuote. Un dato, oggi, aumentato. A fronte di una popolazione sostanzialmente stabile, non si è mai smesso di costruire nuovi edifici, con tutti i problemi che ciò comporta.

Ciò avviene in tutti i centri del nostro territorio. Perché si continuano a costruire nuovi edifici se la popolazione non aumenta e se non ce n’è bisogno?

Le motivazioni sono riconducibili ad un’unica logica: si privilegia il profitto e l’arricchimento di pochi privati cittadini, rispetto al bene comune della cittadinanza.

Pochi palazzinari o proprietari di terreni si arricchiscono, mentre tutti i costi per allestire i servizi per i nuovi quartieri che salgono come funghi sono a carico della collettività.

In tutto ciò hanno una grande responsabilità le amministrazioni. Spesso concedono permessi di costruire perché, con il bilancio in difficoltà, contano sugli oneri di urbanizzazione per poter mantenere i servizi essenziali alla popolazione o, peggio, per poter realizzare quelle opere, spesso inutili, per godere del consenso necessario ad essere rielette.

I risultati sono nefandi e purtroppo duraturi: il consumo di suolo agricolo, che nel Lodigiano sta galoppando, con gli effetti drammatici che si conoscono (soprattutto nell’inquinata pianura Padana); l’impoverimento progressivo delle relazioni sociali.

La costruzione, poi, di nuove strutture commerciali (che nel capoluogo vedranno un incremento notevole se non sarà scongiurato l’arrivo di un megastore in pieno centro) sta aggravando la piaga della chiusura dei piccoli negozi di vicinato, che farà sempre più perdere i contatti umani tra le persone, oltre a desertificare i centri abitati. Per non parlare della mutazione antropologica che vede l’uomo diventare un consumatore. Assistiamo ad un imbruttimento delle nostre città, con il sorgere di palazzine senz’anima, di parallelepipedi obbrobriosi, ed alla distruzione di strutture storiche, come sta avvenendo a Lodi.

Per fermare tutto ciò occorre un cambio di politica, soprattutto a livello locale. Bisogna spezzare la catena che lega la costruzione di nuovi edifici ad introiti (apparenti) per le casse delle municipalità; rendere, poi, conveniente riqualificare gli edifici già esistenti e sempre meno redditizio per i privati la distruzione di nuovo suolo. Privilegiare progetti utili per le comunità, che accrescano la qualità della vita sociale, impedendo invece il sorgere di nuove megastrutture, con continue regalie a pochi soggetti che ne traggono immensi profitti, senza benefici per le comunità.

I cristiani non possono stare a guardare: prendano parte ai movimenti di opinione e di azione concreta di massa. Non si può lasciare libertà alle singole giunte di turno di distruggere le nostre città ed il nostro futuro. 

A VELE SPIEGATE. Ripartire o ritornare?

A VELE SPIEGATE. Ripartire o ritornare?

* di don Mario Diana

Giacomo e Giovanni, i figli del tuono: con loro intraprendiamo questo anno associativo speciale. Un anno in cui tutto profuma di ripartenza, con la prudenza dei passi lenti e seri e il desiderio di solcare passi nuovi.

Mi sono chiesto tante volte cosa sarà passato per la testa e il cuore di Giacomo e Giovanni quando hanno chiesto a Gesù di potersi aggiudicare dei posti di onore al suo fianco nella gloria. Avevano camminato con lui e avevano ascoltato le sue parole forti e decise, eppure non riescono a soffocare quel desiderio di potere nascosto. Forse avevano paura di aver scommesso tutta loro vita su un progetto invano o forse pensavano di dimostrare a Gesù così la loro fedeltà? Non lo so sinceramente. O forse sì… questi due discepoli parlano un po’ di ciascuno di noi! Raccontano il nostro entusiasmo nell’avviare una nuova esperienza, la nostra difficoltà a comprenderne sempre il valore profondo delle cose e soprattutto la nostra paura di perdere il legame con le persone a cui abbiamo affidato la nostra vita. Il Vangelo che in questo anno ci accompagnerà sarà una vera provocazione. In un tempo di calcoli e di corse ai posti, il vangelo ci chiede di tornare all’essenziale. Quando ci chiediamo se ne valga la pena compromettersi in un progetto il Signore ci invita a scegliere la via del servizio senza tornaconto. A chi vorrebbe una vita paragonabile ad una passeggiata tranquilla è proposta la condizione di un cammino autentico.

Viviamo un periodo delicato, voi più di tutti: la vostra regione ha vissuto mesi delicati, veramente drammatici. Potremmo allora chiederci come ripartire. Il motto di quest’anno associativo, quello della campagna adesioni è “A vele spiegate”. Anche il documento, che come Presidenza nazionale abbiamo appena consegnato alle diocesi, riprende questa immagine. Come partire come associazione a vele spiegate? Facendo finta che questi mesi sono stati semplicemente, meramente una parentesi? Cercando e pregando che non torni questo tempo difficile? A noi è chiesto in questo momento di metterci al servizio e di dare la vita per questo tempo storico, per quel territorio che voi, come Azione cattolica, vivete.

Innanzitutto penso che in questo momento difficile, in cui la cronaca ci racconta pessimismo, difficoltà, paura, a noi è chiesto di essere capaci di generare nuovamente vita. Dobbiamo essere capaci di far germogliare semi di vita nel nostro territorio. Sarebbe bello chiedersi in che modo l’Azione cattolica di Lodi può essere in questo tempo profetica. Non possiamo scappare, non possiamo far finta di nulla. A noi oggi è chiesto di dare la vita, oggi è chiesto di non vivere di mezze misure.

C’è una parola che a noi cristiani alle volte fa paura: radicalità. È una parola che ci fa paura, anche perché la cultura contemporanea associa il pensiero radicale ad un pensiero culturale molto lontano dal nostro. Ma a me piace immaginare che i cristiani oggi abbiano necessità di essere radicali, devono essere radicali. I ragazzi, i giovani in modo particolare, hanno bisogno di adulti capaci di testimoniare un amore radicale, una fede radicale. 

E in questo tempo difficile all’Azione cattolica è chiesto di fare scelte radicali, che non sono scelte ideologiche ma sono scelte profetiche, scelte capaci di andare in profondità, scelte che non si fermano a una revisione superficiale.

Allora l’augurio che vi faccio al termine di questa riflessione che ho provato a condividere con voi è che possiate essere un’Azione cattolica radicale, capace di andare alla radice delle vostre scelte, capace di andare a vele spiegate perché sa di avere sulla propria barca il Signore Gesù. Un’Azione cattolica capace di andare a vele spiegate perché sa di essere sulla stessa barca.

A tutti e a ciascuno buona navigazione!

Siamo Fratelli

Siamo Fratelli

 

* di Raffaella Rozzi

Quando ad inizio anno la commissione documento ha individuato tre stili con cui abitare il mondo, la Chiesa e l’associazione, ci è sembrato scontato attribuire la prossimità al mondo, la sinodalità alla Chiesa e la fraternità all’associazione, declinando ciascuno nella rispettiva peculiarità. Nei gruppi di confronto all’assemblea, sono state condivise queste modalità, ma si è aggiunto poi, nella votazione del documento, proprio nella fraternità un riferimento più ampio, che travalica i confini dell’associazione, del territorio, per andare oltre l’idea di fratello della narrazione biblica, ovvero la citazione del “Documento sulla fratellanza umana”, sottoscritto ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, nel febbraio 2019, un segno profetico per lo scorso 16 febbraio, oggi una realtà nell’enciclica “Fratelli tutti”.
Quell’espressione di San Francesco, che mi ricorda le parole pronunciate davanti al sultano Sultano Malik-al-Kamil in Egitto, trasforma il nostro sguardo sulle persone, a partire dall’episodio del 1219 ad oggi. Personalmente sono legata a questa vicenda della vita di San Francesco, ne parlo in classe, partendo dall’opera di Giotto, nel ciclo di affreschi della Basilica superiore ad Assisi, per rendere consapevoli gli studenti che vivono fedi diverse, degli eventi che, non solo li hanno preceduti, ma di cui sono figli, eredi di tali parole, pronunciate o ascoltate. Parole che non restano idee ma diventano realtà nella quotidianità di una classe.
Mentre leggevo le prime pagine della nuova enciclica, è affiorata l’immagine di Papa Francesco durante la preghiera del 27 marzo in piazza San Pietro: lui solo e noi soli nelle nostre case, davanti allo schermo, tutti sulla stessa barca, l’umanità intera su quella barca nella tempesta: abbiamo compreso che la fraternità è la dimensione costitutiva della vita umana nel momento in cui è mancata. Nei mesi successivi, ce ne siamo dimenticati, anzi i fratelli sono diventati gli altri, da cui stare distanti, non solo fisicamente, piuttosto stare separati, richiudendoci in una vita fatta di egoismi e chiusure, all’insegna dello stare “dentro” piuttosto che dell’uscire, del chiudere porte e finestre della vita e del cuore, piuttosto che aprire ed accogliere. Tale dinamica deve essere superata nella vita perso- nale e in quella comunitaria, a partire da ciò che abbiamo vissuto e che ci ha cambiato. Per riprendere il cammino insieme, è necessario essere radicati nel futuro, abitare quegli spazi lasciati vuoti, essere protagonisti di scelte condivise: proprio per questo, l’AC diocesana ha individuato tre attenzioni quali la vita associativa, l’ecologia integrale, le alleanze ed ha iniziato a tracciare un sentiero, con i primi segnali che indicano la direzione ma i prossimi passi sono affidati alle associazioni territoriali, le quali, ac- compagnate dal centro diocesano, faranno scelte concrete di presenze vicine ai fratelli che incontriamo ogni giorno, spesso senza vederli o sentirli. L’Azione Cattolica è viva qui, nel territorio, in rete, per accogliere bisogni e trasformarli in opportunità, per far incontrare domande e risposte, persone che chiedono e persone che donano.
Realizziamo l’invito di Papa Francesco ad abitare il cambiamento, anzi a farci promotori di quel cambiamento che rende nuove tutte le cose, cambiandole da dentro, tessendo relazioni autenticamente fraterne, a partire da noi stessi, per arrivare alla presidenza diocesana, al consiglio diocesano, alle commissioni, ai consigli vicariati, alle associazioni territoriali, a ciascun aderente. Sia proprio la fraternità lo stile che ci contraddistingue in questo tempo!

Il beato con le scarpe da ginnastica

Il beato con le scarpe da ginnastica

* di Gioele Anni

Televisioni, giornali, siti internet, ovviamente social network: nell’ultimo finesettimana, su tutti i media si parlava di Carlo Acutis. È il primo beato millennial, il ragazzo nato nel 1991 e morto di leucemia fulminante nel 2006. Quindici anni sulla Terra sono bastati a «lasciare un’impronta», come aveva detto Papa Francesco ai giovani radunati a Cracovia per la Giornata Mondiale della Gioventù 2016. Milanese, di buona famiglia, Acutis non ha fatto miracoli in vita. Era un ragazzo normale, tifoso del Milan, suonatore di sassofono, studente di liceo. Due qualità lo rendevano speciale. Il talento per l’informatica, che lo portava a produrre sul suo computer video e collage di fotografie. E una spiritualità forte che guidava la sua vita: pregava, approfondiva i dogmi di fede e poi si dava da fare nella quotidianità, per esempio portando cibo e conforto ai senzatetto del quartiere. Ha saputo unire queste due dimensioni, informatica e spiritualità, nel creare mostre digitali su tematiche religiose: aveva intuito, come ha scritto Papa Francesco parlando di lui nella Christus Vivit, che i nuovi media possono essere utilizzati «per trasmettere il Vangelo, per comunicare valori e bellezza». E proprio sui nuovi media, la sua storia ha trovato spazio in questi giorni. Uscendo dai canali istituzionali, rimbalzando tra chat e bacheche, incuriosendo migliaia di persone – credenti e non credenti – che sono rimaste forse colpite da un’idea di santità ordinaria e accessibile. L’immagine che ha colpito tutti è quella del corpo riesumato nella bara: Carlo è stato sepolto con una felpa sportiva e le scarpe da ginnastica. La fede non chiede di vivere la vita come privazione, piuttosto anzi le dà senso e compimento. A 15 anni, come a qualsiasi età. Questo Carlo Acutis lo aveva capito, e con questo stile ha scelto di vivere. È bello immaginare oggi una Chiesa “con le scarpe da ginnastica”, testimone di una fede mai altezzosa, sempre pronta a servire. Di questa fede fresca e accessibile c’è tanta sete, tra i giovani e non solo.